Sfida: sei telescopi per l’osservatore lunare

In questi ultimi mesi dell’anno molti astrofili alle prime armi mi hanno chiesto quale configurazione ottica fosse più adatta alle osservazioni lunari.
Dopo qualche indugio ho deciso di scrivere questo articolo, pur consapevole di dover, per forza di cose, addentrarmi in un settore alquanto delicato.
Già il mero titolo potrebbe destare perplessità: a rigor di logica, infatti, sembrerebbe oltremodo presuntuoso consigliare quale sia il migliore strumento per l’osservazione del nostro satellite naturale poiché esistono molti fattori che influenzano la scelta e le potenzialità di un telescopio come il costo, la bontà dell’ottica, il sito osservativo, il seeing, l’acuità visiva, gli oculari, l’esperienza ed altro.

Oltre ai sopraccitati, sussistono inoltre dei limiti di budget soggettivi: non tutti, infatti, possono concedersi l’acquisto di un rifrattore apocromatico da quindici centimetri o di un Cassegrain da quaranta centimetri, per questo ed altri motivi ho deciso di testare degli strumenti compresi in una fascia di prezzo che considero adeguata sia per l’astrofilo alle prime armi che per quello esperto.

 

Quale strumento scegliere?

Trentacinque anni or sono l’appassionato osservatore lunare, al momento dell’acquisto, poteva scegliere tra poche configurazioni ottiche. Usualmente, dopo aver considerato il rapporto prezzo- prestazioni la scelta pendeva verso il classico strumento a lente da sei centimetri .
A quei tempi, dove le Web Cam, le camere CCD, il GPS ed altre tecnologie erano un mero sogno, i possessori di un rifrattore acromatico da dieci centimetri o di uno Schmidt Cassegrain da venti centimetri erano invidiati e assediati da amici “meno otticamente dotati” per assaporare le potenzialità dei loro strumenti di lusso.
Attualmente il contenimento dei costi di produzione (del made in China) e la meccanizzazione delle fasi costruttive, hanno concesso la creazione di strumenti dalle varie configurazioni e dagli ampi diametri a un prezzo accessibile seppur contro un lieve sacrificio. Purtroppo o per fortuna i nostri fratelli d’oltreoceano posso ancora godere di prezzi inferiori a quelli stabiliti sul mercato italiano, ma questi sono problemi che dovrebbe trattare un economista ed ahimè io non lo sono.

Tralasciando le velate polemiche consiglierei all’astrofilo prima di acquistare il suo primo strumento di verificare, oltre al prezzo di acquisto, anche la configurazione che reputa ottimale per le sue osservazioni.

In questa fotografia sono visibili due esemplari del noto rifrattore apocromatico alla fluorite Takahashi FS128, uno è di mia proprietà, l’altro è dell’amico Federico Caro. Per molti astrofili sono considerati, ancora adesso, tra i migliori strumenti per l’osservazione lunare e planetaria

Sfatare i luoghi comuni

La fama dei rifrattori apocromatici può essere vera solo se la si giudica in base ad esigenze che reputo soggettive: l’alto costo, infatti, non permette a tutti gli astrofili l’acquisto di uno di questi stupendi strumenti ed eccettuando i “piccoli rifrattori compatti, un apocromatico da quindici centimetri è trasportabile con alcune difficoltà: se amate le immagini contrastate e la loro purezza vi consiglio di acquistare senza indugio uno di questi telescopi a lente, ma a volte uno strumento più compatto e ostruito può darvi delle grandi soddisfazioni, offrendovi al contempo un’ottima trasportabilità e un notevole risparmio economico.
Oltretutto l’alto contrasto della superficie lunare concede l’utilizzo di strumenti che presentino anche un’ ostruzione alquanto pronunciata, similmente ai classici Schmidt Cassegrain commerciali.
Durante il corso degli anni ho avuto la possibilità di confrontare molti telescopi, dalle configurazioni completamente diverse l’uno dall’altra e la conclusione alla quale sono giunto è che le prestazioni sono direttamente proporzionali alla qualità ottica e non alla mera configurazione ma soprattutto dipendono dall’acuità visiva dell’osservatore.
Un telescopio riflettore con delle ottiche lavorate in maniera eccelsa sarà migliore di un rifrattore commerciale, ma non dimentichiamo che un astrofilo esperto sarà in grado di discernere i domi a basso profilo anche in un telescopio da otto centimetri, un neofita, invece, incontrerà enormi difficoltà pur osservando con un Netwon a bassa ostruzione da venti centimetri. Consiglio sempre più’ alle “giovani leve” che si dedicano soltanto all’astrofotografia di migliorare la loro esperienza visiva perché è un valore aggiunto anche per conoscere, molto bene, ciò’ che fotografano….inutile stupire con foto mozzafiato della superficie lunare se non si conosce il nome, le caratteristiche e l’origine geologica delle strutture fotografate.

Mia moglie e un telescopio che ho amato e che avrei voluto potesse partecipare alla prova: Il Maksutov Meade da 7″, nella versione solo OTA e senza contrappeso interno. Peccato averlo venduto cinque anni fa.

Nessuno sa meglio di voi quale strumento possa soddisfarvi: non fatevi influenzare dagli improbabili slogan pubblicitari che garantiscono i mille ingrandimenti per un centoquattordici millimetri o dalle enfatiche e logorroiche discussioni che intercorrono spesso fra astrofili, al massimo ponderate le varie scelte e tenetevi informati leggendo articoli sulle riviste specializzate e magari qui su astrotest.it e binomania.it

Ritengo, oltretutto, che la miglior scelta sia di confrontare alcuni telescopi durante una stessa sessione osservativa, similmente ai test oggetto di questo articolo organizzato proprio per non dare adito ad incertezze. Di fatto un newtoniano da venticinque centimetri potrebbe dare prestazioni più brillanti rispetto ai rifrattori apocromatici sopraccitati in una serata dal seeing perfetto ma se non potessimo confrontarli nello stesso istante, sarebbe azzardato giudicare le loro peculiarità.
Se un nostro conoscente avesse osservato all’interno di uno Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri in una serata vellutata di due anni fa forse non avrebbe mai acquistato il suo rifrattore da dieci centimetri e se io avessi tentato l’osservazione della Luna con un Cassegrain da trenta centimetri in una serata dal seeing pessimo, mi sarei senza dubbio orientato verso un rifrattore da otto centimetri.

La sfida

Dopo una lunga premessa, sono finalmente giunto a descrivere la prova comparativa effettuata. Ho analizzato sei telescopi in due serate diverse: una dal seeing ottimale e una con un seeing alquanto pessimo.

Gli strumenti

Gli strumenti oggetto della sfida sono: due Schmidt Cassegrain corrispettivamente di venti e di ventitré centimetri. (C8 e C9 1/4) un Maksutov Cassegrain da quindici centimetri, un rifrattore acromatico da dieci centimetri, un vetusto ma ancora performante Maksutov Netwon da quindici centimetri e un blasonato rifrattore apocromatico da 128 mm di diametro. La prova riguarderà unicamente le prestazioni ottenute osservando in visuale: non saranno oggetto di questa prova la montatura , la motorizzazione ed altro. Ho utilizzato per tutti gli strumenti gli stessi accessori ( oculari ortoscopici Baader, Takahashi, Circle-T e Oculare Docter 12.5 mm UWA)

Gli strumenti sono stati collimati nell’arco della sessione osservativa per trarre da essi il massimo delle prestazioni. Analizzerò’ solo la resa ottica con la speranza di aver osservato in strumenti che rappresentano la media della produzione commerciale attuale.

Il vecchio ma tutt'oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l'osservazione lunare
Il vecchio ma tutt’oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l’osservazione lunare

La location

Il sito scelto per l’osservazione è posto a 510 metri sul livello del mare. Hanno partecipato un paio di amici esperti visualisti e un ristretto gruppo di “curiosi”.

La preparazione

La serata presentava un seeing ottimo che ho stimato per tutta la durata dell’osservazione del secondo grado della scala di Antoniadi. Ho subito notato come gli inesperti stimassero le prestazioni dei telescopi dalla grandezza dei loro tubi: se avessi fatto vedere loro un Dobson lavorato ad un lambda ed aperto ad f/4 avrebbero sicuramente predetto delle prestazioni eccezionali.
Gli astrofili esperti, invece, stavano pregustando mentalmente le prestazioni del Takahashi FS 128 mentre il proprietario del Makustov Newton velava sorrisini di soddisfazione per l’interesse destato da alcuni astrofili verso questa configurazione ottica.

Le prime impressioni

Il Takahashi FS 128 alla fluorite ha mostrato immagini da manuale: la superficie lunare era contrastatissima e le differenze di albedo incredibilmente incise. Il fondo cielo appariva di un nero cupo e non ho avuto problemi di perdita nella definizione dell’immagine pur raggiungendo i quattrocento ingrandimenti ( solo un ovvio calo di luminosità).
I due Schmidt Cassegrain, teoricamente, avrebbero dovuto fornire delle prestazioni quasi identiche, ma il ventitré centimetri (che spesso mi ha stupito nel corso degli anni) forse grazie alla sua famosa configurazione del primario ha rivelato un contrasto superiore rispetto allo strumento da otto pollici. L’ottima serata e il seeing perfetto mi hanno concesso di osservare micro-dettagli non presenti nel seppur ottimo Atlas of the Moon di Antonin Rukl e non visibili nell’apocromatico da tredici centimetri.

La mia secondogenita Ester e il rifrattore Takahashi FS 128, perfetto per le osservazioni in alta risoluzione

In alcuni istanti agli osservatori esperti è parso di sorvolare letteralmente i crateri piroclastici di Alphonsus , lo spettacolo era accompagnato da una micro turbolenza che rendeva ancor più suggestiva l’immagine. Sarebbe stato interessante testare lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri con il Meade Maksutov 178: purtroppo l’ho venduto anni fa all’amico Guido De Gaetano, magari quando testeremo altri strumenti, si potrà fare questa sfida.

Per ciò che concerne i due telescopi russi (ormai fuori produzione) devo confermare la ormai nota bontà delle loro ottiche: il Maksutov Newton da quindici centimetri era in grado di rivaleggiare con l’apocromatico, lo Schmidt Cassegrain da venti, favorito anche dalla calma atmosferica svelava qualche dettaglio in più rispetto al Maksutov Cassegrain da quindici centimetri ma i dettagli lunare erano meno nitidi e contrastati. Le considerazioni appena esposte possono valere in linea generale per le impressioni avute tra gli osservatori esperti.

I “curiosi” invece, hanno mostrato una difficoltà maggiore soprattutto nell’ osservazione dei micro-dettagli e nella capacità di percepire particolari fini quando il seeing degenerava per qualche minuto. Mediamente, hanno apprezzato molto di più il contrasto dei rifrattori che non la maggior risoluzione degli specchi. Durante il corso della serata , insegnando loro una valida metodologia, sono stati in grado di migliorare la loro capacità di osservativa. Come ben sapete,però, osservatori si diventa dopo ore ed ore al telescopio e non basta di certo un rifrattore apocromatico da tredici centimetri a trasformare un osservatore occasionale in un cacciatore di domi e di impercettibili rime lunari.

Telescopi misti o a rifrazione? Beh, io prediligerò’ sempre le lenti, poi esistono, ovviamente, i compromessi, e il Celestron C8 è un ottimo compromesso, almeno per le osservazioni lunari

Seconda serata osservativa con seeing scarso

Ho voluto testare gli strumenti in una serata dal seeing pessimo, proprio per verificare le prestazioni degli strumenti in condizione al limite.
I problemi principali che sono immediatamente balzati all’occhio degli osservatori sono stati i seguenti:
Difficoltà di ambientamento dei due Maksutov russi con un punto a sfavore per il Maksutov Newton che, seppur provvisto di ventola, ci ha costretto a posticipare le osservazione di un’altra mezz’ora. Lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri si è ambientato quasi un’ora prima. Avrei ovviamente potuto usare il sistema di raffreddamento Geoptik che possiedo da anni, ma volevo essere sportivo e non usare trucchetti.

Impossibilità di percepire i dettagli più fini con i due Schmidt Cassegrain a causa della turbolenza che inficiava le immagini.
Questa circostanza mi permette di aprire una breve parentesi riguardo alla ormai datata diatriba fra rifrattoristi e possessori di strumenti a specchio. Solitamente il proprietario di un rifrattore da dieci o da tredici centimetri afferma di aver optato per l’acquisto di uno strumento a lente proprio per la sua capacità di essere utilizzato anche sotto pessime condizioni di seeing. Cercherò’ ora di porre alcune precisazioni teoriche ma soprattutto pratiche:, è risaputo che un ottimo rifrattore possieda un contrasto migliore degli strumenti a specchio , oltretutto in un rifrattore ad esempio da dieci centimetri in presenza di forte turbolenza si vedrà meglio ma non si vedrà affatto di più. La questione quindi è meramente soggettiva: se ambite a percepire i più’ fini micro-dettagli lunari, investite sul diametro, se amate percepire una immagine poetica e contrasta come un filo d’acciaio adagiato sopra un velluto nero, acquistate uno strumento a rifrazione.

Le prestazioni con cattivo seeing

Dopo aver risolto il problema dell’ambientamento termico ho cominciato a porre l’occhio all’oculare per stabilire quale tra gli strumenti oggetto della prova fornisse la miglior immagine:anche in questo caso il Takahashi FS 128 risultava nuovamente il vincitore sia per il contrasto, sia per la tranquillità dell’immagine, in più la minuziosa lavorazione dell’ intubazione e i diaframmi interni mostravano una scarsa sensibilità alle variazioni termiche avvenute con il passare del tempo. Il costo proibitivo però rafforzato dall’ingombro e dall’obbligatoria presenza di una montatura pesante ed impegnativa mi ha anche fatto apprezzare il vecchio acromatico da 10 centimetri rilevatosi molto più pratico da ambientare e da utilizzare. Chi potesse spendere una cifra superiore potrebbe vagliare l’acquisto di un apocromatico da dieci centimetri, che manterrebbe le doti appena citata intensificate dall’ottima bontà ottica.

Tra gli strumenti a specchio quello che risentiva meno degli effetti della turbolenza è stato il Maksutov Cassegrain. un perfetto mix tra diametro, contrasto e ostruzione.
Soprattutto in queste condizioni meteorologiche l’esperienza è stata fondamentale: gli osservatori più abili sfruttando i rari momenti di calma sono stati in grado di percepire dettagli impossibili agli occhi degli osservatori inesperti, (es: dettagli superficiali dei domi nei pressi di Birt, micro-crateri all’interno di Plato) anche quando utilizzavano strumenti teoricamente più performanti ed insensibili alla turbolenza( rifrattore da 128 mm e 102 mm)

Gli astrofili negli “Anta” come me, si ricorderanno senz’altro dei Maksutov Newton della Intes Micro che- ambientazione termica a parte – si è dimostrato in grado di rivaleggiare con rifrattori apocromatico dal diametro di poco inferiore

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per il futuro osservatore lunare

Dovendo giungere a una conclusione posso affermare che:
l’osservatore esperto è in grado di ottenere il meglio dal proprio strumento qualunque esso sia con un seeing ottimo che scadente rispetto a un osservatore poco pratico,ergo: meno ore davanti a Notebook e CCD e osservate, osservate, osservate!

In linea generale quindi a parità di strumentazione, conta tantissimo l’esperienza e l’aquità visiva.

Da un punto di vista prettamente strumentale, consiglio come primo acquisto, un rifrattore acromatico da dieci centimetri o il classico Sky-Watcher 120 ED. I rifrattori da 4 e 5 pollici sono degli strumenti tutto-sommato economici ma che grazie alla loro grande capacità di ambientarsi rapidamente, di essere poco sensibili alla turbolenza offrono quasi sempre immagini contrastati e riposanti. Ponete in questo caso un occhio di riguardo alla casa produttrice e all’aberrazione cromatica. Anche un Maksutov Cassegrain da 150 – 180 mm potrebbe essere un ottimo compromesso tra la compattezza del tubo e il contrasto delle immagini, soprattutto se si osserva da zone di campagna o in pianura dove la turbolenza è limitata rispetto alle zone montane o in riva al mare.
Per chi potesse investire qualche centinaia di euro in più, consiglierei un Newton artigianale con una ostruzione del venti percento oppure un bel Maksutov Netwon da 150 mm – 178 mm , (da reperire sul mercato dell’usato) limitato unicamente dalla sua scarsa propensione all’adattamento termico in condizione critiche.

Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po' anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po' di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l'osservazione lunare.
Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po’ anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po’ di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l’osservazione lunare.

Gli Schmidt Cassegrain oggetto della comparazione sono, invece, utili all’astrofilo che desidera affrontare anche le osservazioni del cielo profondo, il loro maggior pregio è la compattezza unita alla discreta capacità risolutiva, i loro maggior difetti, sono la forte ostruzione (0.34 in media) e lo spostamento dello specchio primario in fase di messa a fuoco. In loro aiuto vengono, però, le più’ recenti torrette binoculari che offrono delle immagini meravigliose della superficie lunare, aiutando anche il sistema occhio-cervello a percepire dettagli nel mare agitato della turbolenza atmosferica.

Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna
Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna

Ricordo, inoltre, che avendo osservato con strumenti commerciali prodotti in larga scala, le singole prestazioni potrebbero discostarsi lievemente dallo standard ottico-costruttivo, è sempre consigliata, quando possibile, una prova prima dell’acquisto.
Come vedete i fattori di scelta sono notevoli, spero quindi di avervi fornito qualche indicazioni in più.

La prossima volta vi parlerò’ della mia esperienza riguardante l’osservazione di Giove con il Takahashi FS 128 e un classico Celestron C8.

BOX :consigli generali per l’osservazione lunare

In primis, con strumenti da almeno 20 cm è vivamente consigliato non osservare la luna piena a bassi ingrandimenti e per molto tempo senza un apposito filtro, la luce riflessa non possiede l’intensità di quella emanata direttamente dal sole però è sempre meglio essere cauti, per evitare irritazioni.
Se non possedete un filtro polarizzatore oppure un filtro denso potete fare uso in concerto con il telescopio di oculari dalla corte focale che sviluppando alti ingrandimenti (150X – 200X) vi concederanno di osservare solo una parte del lembo lunare, diminuendo nel contempo la luminosità.
Il secondo suggerimento che vi consiglio di seguire è di utilizzare l’ingrandimento più adatto al seeing riscontrato durante la sessione osservativa.
Molte persone per un motivo puramente psicologico utilizzano alti ingrandimenti convinti di poter discernere maggiori dettagli, ma nelle serate dal seeing scadente sarà meglio osservare con un oculare dalla media focale o utilizzare un diaframma; é risaputo , infatti, che la turbolenza agisce presso i bordi dello specchio e della lente in questo modo diaframmando nel centro oppure ai lati dell’ostruzione si potrà sfruttare l’ottica come se si possedesse uno strumento dall’apertura inferiore, migliorando anche la correzione cromatica nei rifrattori acromatici.

Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna
Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna

E’ ovviamente risaputa l’infruttuosità di utilizzare oculari che diano come risultato ingrandimenti oltre il doppio dell’apertura espressa in millimetri, ad esempio quattrocento ingrandimenti per un venti centimetri a meno che la serata non sia eccezionale e non sia abbia fra le mani uno strumento dall’eccellente bontà ottica.
Devo ricordarvi, infine, di attrezzare i vostri strumenti con un bel paraluce meglio se artigianale, poiché, attualmente, quelli originali non giustificano il loro alto prezzo e danno prestazioni inferiori rispetto un paraluce auto-costruito e foderato di velluto o di velcro nero.
Se questo sistema non dovesse bastare sarebbe utile l’acquisto di una resistenza elettrica che permetta di condensare il vetro oppure un piccolo ventilatore ad aria fredda. Non utilizzate l’aria calda perché compromettereste l’adattamento termico delle ottiche.
Per finire delle sedie comode ed un parco oculari ben fornito.

Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare
Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare

Non è necessario orientarsi su configurazioni ottiche costosissime, per l’osservazione lunare, sono sufficienti degli oculari ortoscopici Plossl o Abbe presenti sul mercato da molti anni. Per chi indossasse gli occhiali è consigliato l’utilizzo degli oculari sopraccitati dai venticinque ai diciotto millimetri di estrazione pupillare, affiancati da una buona barlow per raddoppiare gli ingrandimenti.

Sky-Watcher 150 F/5 e Geoptik 100 F/10: così simili, così diversi

Questo è il giudizio che ho tratto, esaminando i due rifrattori oggetto di questo articolo di così differente lunghezza focale, la mia di conseguenza non potrà essere una prova comparativa ma solo un’analisi delle differenti prestazioni ottenibili dai due strumenti.
Il primo telescopio è una novità del mercato (anno 2005), l’azienda veneta Geoptik che li commercializza ha messo, infatti, a mia disposizione e in anteprima, il prototipo di un interessante rifrattore acromatico di 100 mm.
Il secondo strumento invece è il noto rifrattore di 150 mm, prodotto dalla Sky-Watcher, un modello in grado di rappresentare al meglio l’odierno settore dei rifrattori a corta focale.

Nota dell’autore, questo articolo fu scritto nell’anno 2005, per questo motivo possono essere state modificate le caratteristiche tecniche dei prodotti ivi citati.

Il doppietto acromatico

In un telescopio rifrazione dotato di un’unica lente, è ben noto che per il fenomeno della dispersione, il punto di messa a fuoco varia al variare della lunghezza d’onda: al crescere di questa, il fuoco si allontana dalla lente. Si può parzialmente ovviare a questo inconveniente, lavorando con sistemi di lunghezza focale molto elevate in relazione al diametro, ad esempio 1800 mm per un obiettivo di 100 mm. Adottando un doppietto acromatico, però la situazione migliora sensibilmente.

Questo sistema ottico è composto da due lenti di vetro con differente composizione e quindi caratterizzate da un diverso indice di rifrazione. Di solito la lente frontale è convergente, di tipo Crown e composta di silice, ossido di calcio e di potassio, mentre la lente interna divergente è in vetro Flint, contenente anche ossido di piombo. Il funzionamento è molto semplice, almeno in linea di principio: le due lenti, caratterizzate da dispersioni diverse, se opportunamente lavorate, operano nel senso di neutralizzare ciascuna l’aberrazione cromatica dell’altra. In genere, il disegno delle due lenti per un buon rifrattore per l’osservazione visuale è tale da portare allo stesso fuoco le righe H-alpha e H-beta dell’idrogeno, rispettivamente a 656 nm e a 486 nm, purtroppo ciò non garantisce che anche le altre lunghezze d’onda vadano a cadere tutte nel medesimo punto.
L’aberrazione residua che ne consegue si definisce “spettro secondario” e la sua entità e ben inferiore a quella che si registra con la lente singola. La lunghezza focale ideale per ridurre al minimo lo spettro secondario si può anche calcolare  matematicamente: posso confermare che è un obiettivo acromatico di 100 mm dovrebbe essere aperto almeno a F/ 11,1 un 150 mm a F/17 e così via. E’ tuttavia pleonastico ricordare che le prestazioni di un rifrattore acromatico dipendono non solo della sua lunghezza focale, ma anche, e propriamente, dalla qualità ottica del doppietto che lo compone e da altri innumerevoli fattori secondari, quali l’intubazione, il posizionamento ottimale di diaframmi, il trattamento anti -riflesso etc., etc.. Per questo motivo, un rifrattore F/10 ma lavorato male, può presentare uno spettro secondario di entità maggiore di quello di un buon obiettivo aperto F/8.

 

 

 

Geoptik 100

Avendo avuto per le mani il prototipo (anno 2005) di quello che sarà il modello finale del Geoptik 100, alcune caratteristiche potrebbero variare, soprattutto per ciò che riguarda le finiture esterne, per esempio il colore rosso Ferrari dello scafo ottico, compreso il paraluce. Il focheggiatore Crayford, nero e dorato, di due pollici è apprezzato per la dolcezza e la precisione. La sua estrazione è di 63 mm, dotato di raccordo svitabile per oculari di 31,8 mm, dà un tocco di eleganza a tutta all’intubazione con quel contrasto visivo così piacevole.
Lo spostamento del tubo di alluminio avviene tramite scorrimento: Quindi, quando il peso è eccessivo, ad esempio per l’utilizzo di accessori molto pesanti, è necessario serrare con forza la vite di bloccaggio, onde evitare pericolosi spostamenti. Il tubo ottico senza diagonale è lungo 98 cm, compreso il paraluce. La parte interna e opacizzata è dotata di tre diaframmi dal bordo tagliente: un anello di rinforzo situato nei pressi del focheggiatore è utile sia per irrobustire lo scafo ottico con la parte finale, sia per dare alloggio al generoso “supporto cercatore” di 50 mm di diametro. La messa a fuoco del cercatore avviene tramite l’estrazione del oculare: un sistema di blocco elimina il rischio di una caduta rovinosa di quest’ultimo. L’unica nota negativa… il crocicchio molto sottile che può essere utile nell’osservazione di stelle e galassie ma svanisce quando si prova a puntare oggetti molto luminosi, come Giove.

Geoptik 100
Un primo piano sul rifrattore acromatico Geoptik 100

Il cuore del sistema è un classico doppietto di Fraunhofer spaziato in aria con tre spessori, poco  intrusivi, posti a 120 °. l’ottica, a una semplice analisi visiva, mi è parsa perfetta, senza striature, bolle e anelli di Newton. Pregevole anche il trattamento antiriflesso multistrato. Il costruttore ha confermato che la cella è collimabile attraverso il sistema push pull.
Lo spettro secondario, durante l’osservazione lunare, mi è parso contenuto, di poco inferiore a quello di un rifrattore semi apocromatico, testato mesi fa indice che anche doppietti acromatici a lunga focale possono donare delle belle immagini , tuttavia la colorazione della superficie lunare tende al giallo, ciò potrebbe essere dovuto al trattamento della lente Flint. Questa è una caratteristica molto comune negli obiettivi prodotti nell’Europa dell’Est, come ad esempio il russo TAL 100RS (Infatti mi pare sia stato utilizzata proprio questo doppietto n.d.a.)

Un particolare sul cercatore da due pollici

Per apprezzare al meglio i dettagli lunari, il miglior compromesso tra luminosità, contrasto  e contenimento della turbolenza l’ho avuto a 200 ingrandimenti, mentre nelle rare serate vellutate che il mese di Maggio mi ha concesso mi sono spinto fino a 300 ingrandimenti. Anche le prestazioni sui pianeti sono state soddisfacenti: Saturno, purtroppo prossimo  a svanire nella foschia dell’orizzonte Ovest, ha mostrato solo la divisione di Cassini e l’ombreggiatura ai poli . Del resto, non si poteva pretendere molto di più, vista la basta altezza. meglio puntare Giove, dove, nelle serate dall’ottimo seeing, è stato possibile percepire alcune strutture all’interno delle bande temperate equatoriali, per esempio un paio di evidenti ovali bianchi, nonché la Grande Macchia Rossa. Ho trovato non male in questo genere d’osservazioni, l’accoppiata lente di barlow 2X con oculare ortoscopico di 12 mm per poi preferire, nelle serate dal seeing  mediocre, l’utilizzo di un oculare ortoscopico di 9 mm. Devo però rilevare che il mio esemplare di Geoptik 100, ha mostrato un residuo di spettro verde nella posizione intrafocale e una notevole dispersione cromatica tra gli anelli di diffrazione nella posizione extrafocale. Le osservazioni degli oggetti del cielo profondo a questi diametri e a questa lunghezza focale non possono ovviamente essere molto soddisfacenti, tuttavia, la buona puntiformità delle immagini e il discreto potere risolutivo hanno permesso di risolvere alcuni ammassi stellari. Sempre molto piacevole osservare le stelle doppie con uno strumento a rifrazione anche se nelle coppie molto sbilanciate e in quelle molto luminose, lo spettro secondario rovina l’estetica della visione.
In sintesi il Geoptik 100 è un buon telescopio con una particolare vocazione per l’osservazione degli oggetti del sistema solare
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Sky-Watcher 150 F/5

Lo Sky-Watcher 150 F/5 pronto per le osservazioni
Lo Sky-Watcher 150 F/5 pronto per le osservazioni

Si tratta di un rifrattore di corta focale ma di grande diametro , aperto a F/5. L’ottica è composta da un doppietto acromatico spaziato in aria che è parso privo di di striature e bolle. Il trattamento antiriflesso è uniforme mentre la cella che ospita il Finte e il Crown, spaziati da tre piccoli spessori, non è collimabile a differenza della versione con 1200 mm di focale. Questo strumento si fa apprezzare per l’estrema compattezza, soprattutto senza paraluce. L’ho utilizzato solamente con una vecchia montatura Vixen GP modificate in altazimutale per la ricerca e l’osservazione delle comete, campo d’ elezione per uno strumento del genere.
E’ dotato di un focheggiatore da 50,8 mm, si presta in modo ottimale all’uso di oculari a grande campo ^che forniscono campi di vista reali prossi a 3 °, 5°, maggiori, quindi, dei campi inquadrati dai binocoli di 100 mm di diametro. Di notevole interesse la filettatura di serie M 42 x 1 per la macchina fotografica, che è compresa nel riduttore per gli oculari di 31,8 mm. Il focheggiatore è nella media di quelli in dotazione sui telescopi della stessa marca, se si eccettuano le versioni : quindi non è molto scorrevole a causa del pessimo grasso che viene utilizzato nella fase di assemblaggio dei componenti. Vi si rimedia facilmente rimuovendo il  tutto e lubrificando con un grasso più scorrevole. M;olto luminoso e di buona fattura il cercatore di 50 mm fornito di serie, con la regolazione affidata a due viti e un comodissimo e preciso sistema a molla.

Lo Sky-Watcher 150 F/5

Osservando in uno strumento di tale lunghezza focale è ovvio aspettarci un notevole residuo cromatico e molta aberrazione sferica. Tuttavia, è possibile utilizzarlo con soddisfazione a patto di non esagerare con ingrandimenti. Nella visione di ammassi Stellari e di ampi scorci della Via Lattea, meglio se a bassi ingrandimenti, è impareggiabile: le stelle sono puntiformi, tranne quelle più luminose  che presentano evidenti segni di astigmatismo; la curvatura di campo puo’ essere presente, ma dipende dallo schema ottico degli oculari utilizzati.
Lo spettro secondario rovina un poco la visione soltanto in presenza di stelle più brillanti della terza magnitudine. ovviamente, il vantaggio dell’ampio diametro dell’obiettivo è in qualche misura sprecato se si utilizzano oculari che forniscono una pupilla d’uscita superiore a quella dei nostri occhi. Per esempio, con un oculare di 30 mm si ottiene la pupilla di uscita pari a 6 mm 750 / 30 = 25 ingrandimenti 150 / 25 = 6 mm  che è eccessiva se osserviamo dai siti inquinati. In questo casi le nostre pupille non raggiungono la massima dilatazione e quindi non intercettano tutta la luce raccolta dal telescopio di fatto a parità di ingrandimento, un binocolo 25×100, con una pupilla d’uscita di soli 4 mm nelle stesse serate osservative ha mostarto galassie e ammassi stellari piu’ facilmente, seppure con un campo reale inferiore. Sotto un cielo terso di alta montagna, invece, è possibile sfruttare con profitto anche oculari da 30- 25 mm, esibendo un’ immagine molto luminosa in un campo realmente ampio che non ci farà rimpiangere il classico Newton di 200 mm. aperto a F/4. Per inciso, lo Skywater 150 installato su una montatura altazimutale è il non plus ultra della comodità.

Il fuocheggiatore è  senza demoltiplica, tuttavia, mi è parso funzionale per le mere osservazioni visuali
Il fuocheggiatore è senza demoltiplica, tuttavia, mi è parso funzionale per le mere osservazioni visuali

Nota dell’autore. Nel 2020, dopo 15 anni dalla stesura di questo articolo, sono disponibili decine di oculari ultra – grandangolari che potrebbero ovviare al problema della pupilla d’uscita. Ergo: più’ ingrandimenti, ma un campo reale ampio, simile a quello fornito dai classici binocoli. Grazie anche alle nuove torrette a specchi (tipo Tecnosky Horizon, per intedere) sarà anche possibile sfruttare rifrattori cosi’ aperti a bassissimi ingrandimenti, trasformando un telescopio da 150 mm in un binocolo da 100-110 mm di diametro.

Nell’osservazione della Luna e dei Pianeti non ho preferito diaframmare il telescopio per non perdere il potere risolutivo concesso dal grande diametro di sei pollici.
Mi sono quindi avvalso di filtri specifici (frange Killer, fra tutti) per diminuire la percezione dell’aberrazione cromatica.
Posso confermare  che lo Sky-Watcher 150 mm F/5, mi ha permesso  di osservare quasi tutti i dettagli presenti sulle tavole dell’Atlas of the Moon di Antonin Rukl. Saturno, invece, ha sempre svelato la Divisione di Cassini e Giove la Grande Macchia Rossa e qualche ovale.
La qualità della visione migliora lievemente diaframmando l’obiettivo a circa 11 cm, un’operazione che si effettua togliendo il tappo presente sul coperchio in plastica che protegge l’obiettivo.

Il tappo sul coperchio dell'obiettivo, consente di portare l'apertura  a 11 cm
Il tappo sul coperchio dell’obiettivo, consente di portare l’apertura a 11 cm

Ovviamente con uno strumento del genere, non sarà possibile fare stime dei colori delle bande atmosferiche del Gigante Gassoso, in quanto i colori risultano falsati da residuo cromatico.
Qualora non si esageri troppo con gli ingrandimenti, pur non essendo lo strumento specifico per questo genere di osservazioni, devo ammettere che non delude anche se il suo utilizzo prediletto è l’osservazione degli oggetti del cielo profondo.

 

Cinque 4″ Refractor shootout. Un’approfondita e meditata comparativa

Vincenzo Rizza, dello Staff tecnico di www.astrotest.it ci trasporta con maestria e esperienza in una comparativa sul campo tra cinque rifrattori da quattro pollici. Li ha avuti, accarezzati, amati e ci ha osservato per anni ed ora ha finalmente deciso di divulgare la sua esperienza in questo articolo molto interessante.

“E’ questo il vero strumento di studio per quegli astrofili che intendono di applicarsi seriamente all’esplorazione del Cielo, penetrando nelle più recondite plaghe, scrutando i più remoti sistemi, ammirando le più splendide meraviglie, inquantochè un cannocchiale dell’apertura di 108 mm, munito di oculari finoa a 250 ed anche 280 ingrandimenti, permette di osservare tutto quanto di più interessante offre  il Firmamento, di verificare de visu, quasi tutte le scoperte dell’astronomia moderna, di spaziare, insomma, largamente si nel campo siderale che ne planetario…” (C. Flammarion “Le Stelle e le curiosità del cielo” 1904)

Basterebbe questa citazione per comprendere perché il rifrattore da 4 pollici è così importante e riceve da sempre ampi consensi!

Non approfondirò di Beer e Madler e il loro Merz da 95 mm e nemmeno di Sue French  e il suo AstroPhisics105 o John Mallas con il PolarexUnitron102 e Sthephen J. O’Meara col TV Genesis 100, non voglio farlo perché sarebbe un elenco ingiusto verso tanti altri (più o meno famosi) che hanno saputo trarre grande vantaggio dal rifrattore da 4” e poi, per re-invitarvi  a farlo da soli …

Così come mi limiterò alla  citazione di fascinose evocative aziende come:Clarck, Merz, Fraunhofer, Bardoux, Secretan, Steinheil, Jaegers, PolarexUnitron, La Filotecnica Salmoiraghi, Brandt, D&G, Goto, Takahashi, Astrophisics, Nikon, Carton, Pentax, Astro Royal, Vixen… e tante altri, più o meno note e che hanno saputo, chi più, chi meno, dare un significativo contributo alle ottiche rifrattive dai 3 ai 6 pollici.

 Citazione a parte, lassù nell’Olimpo, (un pò come Jimi Hendrix tra i chitarristi elettrici) la Zeiss Jena, (quella Vera) unica, inarrivabile sotto il profilo del tritticco: storicità-capacità innovativa-standard qualitativo.

Questa doverosa e lunga premessa per introdurre, dal lontano 1974, il mio amore per la storia della Astronomia “romantica”,  i rifrattori in generale ed i rifrattori da 4 pollici in particolare. Ognuno di noi, poi, ha delle preferenze e tali, non sempre devono essere giustificate e/o supportate dalla tecnica e dalla teoria e quindi, spudoratamente, confesso che il mio cuore batte esclusivamente per l’osservazione visuale e soprattutto per i doppietti classici e possibilmente lunghi…

Da-sinistra: United Optics, TAL, Vixen, Takahashi, Polarex - Unitron
Da-sinistra: United Optics, TAL, Vixen, Takahashi, Polarex – Unitron

Di questo amore e per conto della mia Associazione, ho creato un evento divenuto iconico tra gli appassionati: la NLT, acronimo di Notte dei Lunghi Tubi, nella quale ci si diverte con un pizzico di spirito goliardico e ironico, testando appunto gli amati rifrattori.

La storica locandina della NLT con la cornice della meravigliosa Abbazia Mirasole
La storica locandina della NLT con la cornice della meravigliosa Abbazia Mirasole

Non faccio ricerca, non riduco dati, non faccio osservazioni sistematiche, così come non sono un collezionista e non compro telescopi solo per testarli. La mia declinazione di fare Astronomia strumentale è tuttavia, lo ammetto, un insieme superficiale di tutto questo ed ha sempre un approccio classico-romantico.  Ho posseduto e possiedo molti rifrattori, più di quanto me ne servano e qualche anno fa, ho posseduto per diversi anni, cinque rifrattori da 4 pollici contemporaneamente. Non chiedetemi il motivo, leggetelo sopra, semplicemente, sono arrivati…

  • Il Vixen 102/1000 è stato un benchmark per due decenni almeno, nella mia carriera ne ho posseduti credo quattro o cinque,  lo standard qualitativo, altalenante, ma sempre da buono a eccellente (soprattutto i primi esemplari con doppietto Carton e con cella collimabile). Intubamento essenziale e funzionale, buon annerimento interno, ma migliorabile, focheggiatore da 31,8 mm discreto ma pure migliorabile
Il mitico Vixen 102
Il mitico Vixen 102

 

 

  • Il Tal 100/1000 della NPZ Novosibirsk, nella sua prima versione la R, è uno dei migliori 4 pollici che ben conosco ed è il rifrattore che più di tutti (con il Takahashi) possiede una spiccata “personalità”. Il rifrattore, ha un intubamento molto solido e spartano, focheggiatore da 31,8 mm davvero imbarazzante e con una corsa di appena tre centimetri, diaframmatura e annerimento interno del tubo appena sufficiente. Gli cambiai inevitabilmente il focheggiatore corredandolo di un Crayford micrometrico da 2 “e gli dovetti rifare i diaframmi e l’annerimento interno. Del Tal, ho posseduto anche la versione “luxury” RS, con intubamento migliorato (a parte il paraluce lucido in plastica) e ottiche dal trattamento verdino, ma, subito venduto poiché non performante come il primo.

    Il TAL 100 RS è il primo da sinistra
    Il TAL 100 RS è il primo da sinistra

     

 

  • L’United Optik by Kung Ming c 102/1100, dalla brandizazzione multipla, è una copia moderna del Vixen, con un doppietto di alta qualità, multi – trattato e una intubazione tanto fashion ed efficiente, quanto anonima. Dotato di paraluce retrattile, focheggiatore Crayford micrometrico da 2”funzionale, molto buona la diaframmatura e annerimento interno- Recentemente l’azienda ha lanciato lo splendido “cugino” 102/1100 con ottiche ED e di cui si parla molto bene

 

  • Il Polarex Unitron 102/1500, altro benchmark che fa impazzire gli americani. Qualità ottica altalenante, da buono (difficile stabilire il fornitore delle ottiche, ma solitamente sono quelle dal trattamento verdino) a eccellente (anche qui, i primi esemplari degli anni 50/primi 60 e caratterizzati dalla assenza di trattamento antiriflesso e/o tenue azzurro-violetto, forniti dalla Nihon Seiko, il mio è tra questi)
L'affascinante Polarex Unitron 102/1500
L’affascinante Polarex Unitron 102/1500

 

  • Il Takahashi FS 102/800 nella rara versione NSV dal tubo accorciato per visioni con torrette binoculari senza correttori di tiraggio, focheggiatore da 2”, trattamenti migliorati e paraluce retrattile, è un altro benchmark ancora. Preferisco il più tradizionale tubo precedente, ma il doppietto Fraunhofer alla fluorite minerale fornito dalla Optron by Canon, è lo stesso ed è ottimizzato per l’osservazione visuale. L’FS 102, resta a mio parere il migliore APO visuale da 4”mai prodotto, industrialmente, incluso i precedenti FC in versione Steinheil (per ammissione della medesima azienda e buona pace di chi, ostinatamente e per convenienza, sostiene più o meno autorevolmente il contrario) e i più recenti TSA e FC nella varie versioni. Negli anni, ho avuto modo di confrontarlo (nella versione precedente) anche con: Pentax SDF 105/703, AP Traveler 105 e persino col raro e costosissimo doppietto Pentax a F 9,5 e tanti altri meno blasonati, uscendone sempre vincente sotto il profilo del contrasto, secchezza, lucidità delle immagini e sopportabilità agli alti ingrandimenti. Il solo rifrattore che, storicamente gli contende il primato e di cui posso dire per esperienza diretta, è il Vixen 102 Fluorite a F9 (stessa ottica Optron, ma in versione Steiheil e che probabilmente compensa con la focale un pelino più lunga, l’apposizione dell’elemento alla fluorite posteriormente). Un FS 102 a F10/12/15 è il mio sogno proibito
Il Takahashi NSV 102
Il Takahashi NSV 102

Per anni, ho spremuto i cinque guys appena citati, anche in contemporanea (vivo in una villetta a schiera è ho la fortuna di avere spazio per buona pace della comprensiva ed amabile consorte) e queste le mie conferme-conclusioni:

  • I rifrattori di buona qualità ottico/meccanica da 4 pollici sono “MAGICI” danno ampie soddisfazioni sia in ambito planetario (i soliti 3 pianeti) lunare, solare e cielo profondo (dove la cosa più importate è avere un cielo davvero molto, molto buio)
Cosa dite? Sono un maniaco dei quattro pollici?
Cosa dite? Sono un maniaco dei quattro pollici?
  • Allo star test, (fatto soprattutto in luce policromatica, ovvero senza filtri e con tutti i limiti soggettivi e qualitativi e la severità del test specifico) e al reticolo di ronchi, effettuato con e senza diagonale prismatico(che come noto essendo sovra corretto per natura, può essere più vantaggioso, su alcuni rifrattori vs uno specchio) e/o diagonali a specchio, soprattutto con stelle arancio-rosse come Capella, Betelgeuse, ma anche di ben altro colore come Vega, Altair, e la Polare stessa (confesso che ci perdevo ore ed ore di osservazioni e di consultazione del “Suiter”)ebbene, a tale test, tutti i rifrattori manifestavano la vocazione per il visuale comportandosi meglio con le stelle giallognole e rossastre. Il Tal e il Takahashi, dimostravano sulle stelle di questa classe spettrale, più familiarità, traducibile in maggiore contenimento della devianza cromatica residua (davvero tenuissima nel Giapponese) e assenza della diafana “nebbiolina sfocata” quando si focalizza la stella se di prima magnitudine. Questo imputabile alla correzione policromatica del giapponese e probabilmente CDE per il russo. Tutti i rifrattori evidenziavano una correzione da ottima a eccellente, per l’aberrazione più insidiosa per un rifrattore, ovvero, la sferica. La palma in ordine va a: Tal,Takahashi, Polarex, Vixen, U.O. Il Tal, corredato di filtro giallo verde, per ridurre a zero la lettura falsificata dovuta al residuo cromatico, aveva anche ad ingrandimenti elevati (250X) immagini intra -focali ed extra -focali assolutamente  virtualmente identiche anelli perfettamente interpretabili e con impercettibile luce diffusa tra loro e una lucidatura (forse) un pelino superiore agli altri credo al pari del Takahashi. il Takahashi, forniva immagini di diffrazione bellissime e “naturalissime” bianchissime, il residuo cromatico, davvero  appena percettibile sfocando, il disco di Airy, secco ed inciso.
    Per la approfondita lettura del test, il Takahashi, non necessitava di filtro alcuno, un soffio di sovra correzione(traducibile in immagini in extra  – focale leggermente meno secche e incise che in intra -focale e secondo alcuni autori, voluta ed auspicabile) era visibile ad ingrandimenti elevati, il nero tra i dischi della stella era percettibilmente più scuro che negli altri rifrattori, contenutissima la luce diffusa, nessun segno di astigmatismo. Il Vixen sembrava avere immagini più luminose del Tal e un pelo di cromatica secondaria superiore oltre un accenno  a 250x di sovra – correzione, idem l’UO con immagini (forse) ancora più luminose del Vixen, per il resto sembravano due rifrattori identici. Il Polarex aveva il controllo della cromatica secondaria inevitabilmente superiore a tutti gli acromatici più corti e solo ai medesimi massimi ingrandimenti utili per la lettura approfondita del test (250x) esibiva l’accenno di sovra – correzione credo quantificabile al Takahashi, ma non ne sono sicuro. Inoltre, la stella sfocata appariva sempre più stabile e dal profilo più marcato. Nessuna traccia di rugosità per tutti i rifrattori e da notare uno spot centrale nella macchia di diffrazione nel Vixen (peraltro tipico e riscontrato sempre in questo rifrattore ed anche diversi altri). Tutti i rifrattori avevano una focalizzazione  perfetta, un pelo più tollerante nel Polarex (imputabilmente alla focale più lunga) la stellina a fuoco assumeva la tipica adimensionalità che solo le buone lenti sanno restituire. Tutti, avevano un elevato controllo delle aberrazioni geometriche (nella coma, il Polarex, era il migliore) e praticamente assente l’astigmatismo, solo, nello U.O. l’ovalizzazione del disco di Airy, non era perfettamente circolare già dai 150 X, come negli altri tubi. Il Polarex infine, sembrava si acclimatasse più velocemente di tutti i fratelli, all’opposto, il Takahashi, necessitava di maggiore tempo, solitamente 15/30 minuti ma talvolta anche di più.
Da sinistra: Polarex Unitron, Takahashi, Vixen, TAL, United Optics
Da sinistra: Polarex Unitron, Takahashi, Vixen, TAL, United Optics

 

  • Le immagini più “belle” le fornivano in ordine: Takahashi-Polarex, Tal, U.O., Vixen. Il Polarex, in assoluto e sempre, offriva immagini stabili-serene-consolatorie-fedeli-rassicuranti, nel cielo profondo era probabilmente quello che preferivo, sebbene il Takahashi, nella sua gelida perfezione, fosse “obiettivamente” migliore. Corredato del focheggiatore da 2,7” AstroPhisichs prima e 2” Crayford dopo (l’AP è andato ad San Giorgio Morais 190) le spazzolate della vita Lattea in estate con il Plossl Meade prima serie da 56 mm di focale, dal Kellner 42mm SW e dal vecchio UniversityOpticsErfle 32mm le immagini offerte dal Polarex erano “mistiche”.  La visione di M42 era meno “lucida” e trasparente del Takahashi, con oculari dallo schema multi – lente, ma si eguagliava e anzi diveniva stranamente più godibile con l’utilizzo di ottimi oculari dallo schema semplice come i Konig, gli Erfle e persino i Kellner. Aggiungo che anche economici Plossl simmetrici, sembravano meglio dei più sofisticati costosi asimmetrici quintupletti . Per M42 e la sua complessa e vasta area, il cielo davvero buio della Valsassina e la pulizia delle lenti ben lucidate anche di solo 4” di apertura, sono un connubio ineguagliabile anche per strumenti a specchio ben più grossi. La totale assenza di coma contribuisce a rendere, contrariamente alla opinione di molti, questi rifrattori a lungo fuoco eccellenti strumenti per il cielo profondo. Là dove il Takahashi primeggiava (le nebulose diffuse e una manciata di galassie) e il Polarex doveva lavorare con gli oculari per tentare di, eguagliarlo, il medesimo si prendeva la rivincita rendendo il confronto difficile con le nebulose planetarie (M1 ed M57 in primis) e fornendo immagini spiccatamente più godibili con la maggioranza delle stelle doppie e in virtù della restituzione di immagini sempre più ferme e stabili e di facile lettura.

    L’eccezione era data dalle suggestive doppie dalla bilanciatura cromatica lontana e allora ecco ancora il Takahashi primeggiare. La sequenza polare e gli ammassi globulari, sono un ottimo test per verificare la trasparenza delle lenti, sempre naturalmente a parità di treno ottico posteriore. Difficile in questo campo, decretare il vincitore, la trasparenza assoluta della fluorite e il moderno trattamento antiriflesso, vinceva facendo vedere stelline più deboli e andando maggiormente in profondità a parità appunto di schema oculare (TV ultrawide, Plossl assimetrici e persino certi Ortho). Poi, senza fretta, con meditata riflessione (anzi rifrazione) ecco che arrivava il fastidioso Polarex che eguagliava le performance del blasonato giapponese grazie all’utilizzo di umili oculari di schema Kellner. Tutti gli altri rifrattori, sulla categoria di oggetti sopracitati si eguagliavano al punto di fare fatica a distinguerli. Unica nota degna da riferire, la maggiore nerezza di fondo cielo del Tal e la maggiore luminosità, dell’UO.

    La famosa tabella- guida empirica dell'aberrazione cromatica, in realtà ci sarebbe molto da scrivere su questa e sulla relativa tollerabilità soprattutto in certi diametri
    La famosa tabella- guida empirica dell’aberrazione cromatica, in realtà ci sarebbe molto da scrivere su questa e sulla relativa tollerabilità soprattutto in certi diametri
    Il Sole permette soddisfacenti osservazioni non solo casuali ma anche di serio studio (es il calcolo del n° di Wolf) anche con piccoli rifrattori e anche di corta-media focale relativa (anche qui, contrariamente alle convinzioni di molti). In questo campo, i miei cinque tubi erano davvero indistinguibili. Il massimo ingrandimento utile a causa della turbolenza, difficilmente superava i 100X e a questi ingrandimenti, tutto quello che c’era di visibile, era ben visibile.  Facole, macchie, brillamenti e grani. Contrasto e incisione dipendevano molto di più dal filtro astrosolar usato, dal  prisma di Herschel, e dagli oculari ancora una volta.

    La mappa con i famosi craterini di Plato
    La mappa con i famosi craterini di Plato

    La Luna,  “LEI”, mi viene spontaneo articolarla al femminile stante il glorioso passato mitologico e deistico assimilandola alle sensuali divinità femminili, alla fertilità e in generale al femminino sacro, incluso le lontane origini del culto mariano… Ebbene, si sa, Lei è benevola con tutti gli strumenti, non tradendo le sue origini appunto. La Luna, la definisco una meretrice sacra, si accoppia a tutti… JRiesco a trarre soddisfazioni anche col minuscolo ma perfetto rifrattorino da 25 mm F 10 (CA 10, un ultra Conrady…). Stante il suo altissimo contrasto e generosità di dettagli osservabili, il rischio di ebrezza se non sbornia con il nostro satellite naturale, è altissimo, qualora e come la maggior parte dei tester, ci si concentra sui soliti dettagliatissimi e contrastatissimi crateri e rimae e terrazzamenti etc, etc, etc. Posso garantire che testare, side by side, rifrattori di qualità e di pari apertura ad esempio su: Copernico, la tripletta Alphonso-Tolomeo – Arzachel, gli appennini e centinaia di altre morfologie, oltretutto  in condizione di luce radente-favorevole, banalizza-appiattisce le sottili differenze eventuali dei nostri amati rifrattori. Soprattutto, come detto sopra, può falsificare il nostro senso critico. D’altra parte, e all’opposto, osservare le medesime morfologie in un solo strumento ci appaga sempre acriticamente! Quindi l’alternativa, nel side by side, è andare alla caccia di domi e crateri e rimae e dettagli “insignificanti”, osservando in condizioni di fase e di luce sfavorevole, cercare “ponti lunari” e differenze di albedo “colorati” e altri dettagli non così comuni e immediati. Andare certamente oltre il Rukl, e (ri)scoprire: “cose che noi umani…” J Proprio e paradossalmente per la facilità di costumi, per godere di Selene, non si dovrebbe approfittare subito di LEI, anzi, la si deve “cercare-corteggiare” scoprirla lentamente e con rispetto e valorizzando i suoi lati interiori e non accessibili così smaccatamente ai più. Tutto ciò premesso, innegabilmente, LEI, è sempre stata stata più godibile nel Takahashi, sebbene, come detto,tutte le ottiche mostravano le medesime caratteristiche. Tuttavia,nel doppietto alla fluorite queste, risaltavano meglio con una maggiore incisione, trasparenza e contrasto e senza alcuna dominante cromatica. La individuazione poi, dei craterini di Plato ad esempio, era la medesima e dipendeva molto più dal seeing della nottata e dal treno ottico adottato che dall’obiettivo. Le sinuosità del mare Procellarum, le increspature inverosimili di Maitan e Marius, le zone d’ombra, le decine di domi, le sinuose rime minori e impercettibili e dai nomi a me sconosciuti, erano SEMPRE più visibili e godibili attraverso il contrasto data dalla cristallinità glaciale della fluorite. Al secondo posto, preferivo le immagini restituite dall’incredibile Tal, che denotava una capacità di contrasto talvolta sensibilmente superiore ai suoi concorrenti acromatici, incluso il Polarex e che eguagliava,non infrequentemente, (sapore e tonalità a parte) il doppietto alla Fluorite. Notevole era la sopportabilità ad ingrandimenti “stupidi” ben oltre i 400x del Tal e del Takahashi, ma anche del Polarex, nei quali l’immagine non voleva sapere di “rompersi” consentendo sempre una ottima focheggiatura.


    I Pianeti osservabili con moderata soddisfazione dalla stragrande maggioranza degli astrofili, diciamo la verità, sono solo quattro: Venere, Marte, Giove e Saturno, ma si riducono a due e forse solamente a uno per un rifrattore da 4” e per astrofili “normali e giovani”. Parlo ovviamente di Giove. Di Venere, ci ho sempre capito molto poco e con poca soddisfazione. Osservavo preferibilmente col Takahashi, in virtù della netto controllo della cromatica secondaria;  le fasi, la luce di Ashen, la dicotomia e la luminanza delle cuspidi. Marte: necessita di diametri maggiori per avere certezza e riconoscibilità delle maggiori caratteristiche, ma sopporta ingrandimenti elevati ed è insensibile alla deriva cromatica secondaria di buoni rifrattori che rispettano e/o si avvicinano alla regola empirica del “Sidwick”.

    Qui, Il Polarex senza elementi negativi nel treno ottico e con non troppo scomodi oculari ancora fruibili senza stancare l’occhio, permetteva  i 250x facilmente facendolo preferire (insieme al Takahashi) nettamente rispetto agli altri tubi. La lettura delle maggiori macchie del pianeta erano poi, sempre, più godibili nel Tal rispetto agli altri due cugini giapponese e cinese.
    Il Polarex Unitron è un ottimo strumento "marziano"
    Il Polarex Unitron è un ottimo strumento “marziano”

     



    Il Takahashi, era in grado di leggere le principali caratteristiche del pianeta con la medesima “piacevolezza” del Polarex, ma con “sapore” diverso, non era contrasto e incisione ma forse “tavolozza cromatica…”

    Visione realistica di Marte in un buon rifrattore da quattro pollici
    Il Polarex Unitron è un ottimo strumento “marziano”

    Su Saturno, il Takahashi, vinceva largamente su tutti,  l’algidità e la brillantezza degli anelli, era più spiccata e gradevole, la divisione di Cassini aveva un’incisione secca e nerissima così come le elusive due bande e la percezione di minore luminosità dei poli, le ombre degli anelli sul disco erano più percettibili che in tutti gli altri rifrattori. Mi stupiva e favoriva ancora una volta la capacità del Tal a sopportare utili ingrandimenti anche di 300X con immagini, nel complesso più godibili forse del Polarex e certamente del Vixen e dell’UO e appena al di sotto del giapponese alla Fluorite. La migliore visibiltà dei principali satelliti era, a favore del Takahashi e del Polarex (con oculari Kellner e talvolta Huygens Zeiss Jena) e,quando possibile il medesimo treno ottico all’oculare,  a seguire dall’U.O. 


    Giove: il suo bastardo basso contrasto, la sua mutevolezza, il suo ricco corredo di bande e festoni “colorati”, grandi pennacchiature, la danza dei satelliti medicei, fanno del pianeta, il pianeta test per antonomasia, soprattutto per un rifrattore. Tutte queste caratteristiche, negli anni, le ho potute apprezzare più o meno godibilmente e certamente erano alla portata dei miei guys da 4”.
    Alcune delle strutture gioviane visibili in un rifrattore da quattro pollici
    Alcune delle strutture gioviane visibili in un rifrattore da quattro pollici


    Si ignora però un aspetto, proprio il suo contrasto, consente lettura apprezzabile in un 4” a lente nel range di ingrandimenti che va dai 100x ai 200x, NON OLTRE. Chi afferma il contrario, pur accettando e rispettando tutte le opinioni, afferma una “bullshit”… Ora, 150 ingrandimenti non sono molti per capire significative differenze in ottimi rifrattori siano essi apo o acro ! La capacità maggiore di contrasto del Takahashi e la sottile maggiore deriva calda del Tal (oltre al suo maggiore contrasto tra gli acromatici) facevano per questo pianeta, i miei rifrattori preferiti. A seguire il Polarex e quindi Vixen e UO (senza differenze questi ultimi due). Tutte le intricate volubili caratteristiche, erano ugualmente visibili in tutti, ma, certamente più godibili nei primi due. Il Tal, poi accoppiato all’eccellente simmetrico russo da 6,5mm e al Clavè da 8mm, mi rendeva una immagine della macchia rossa ancora più godibile che nel Takahashi, sempre davvero troppo “bianca e algida” per i miei gusti. In tutte le sue opposizioni e in innumerevoli notti, le occasioni per usare 200x e oltre, erano rarissime e sempre meno godibili le sue caratteristiche che con PU all’oculare, non oltre di 0,6 mm !

 

  • Concludendo, di cosa ho avuto conferma: più che la configurazione ottica, apo o acro, Cde o Cef, F 10 o F 15, importa la QUALITA’, di lavorazione, la sua attenta figurazione, la sua lucidatura, il contenimento delle aberrazioni geometriche e della aberrazione sferica, l’intubamento, la diaframmatura, il treno ottico oculare. La temuta aberrazione cromatica secondaria NON inficia assolutamente l’osservazione del cielo profondo e moooolto minimamente quella planetaria. NOTA PER GLI “ESPERTI”: – quando il rifrattore rispetta i criteri empirici di Sidwick o meglio ancora quelli di Conrady, il tenuissimo diafano aloncino nebbioso azzurrino-violaceo, (nel quale talvolta “affoga” Giove e orla la Luna), ha caratteristiche di ottica geometrica, che pregiudica SOLO nella teoria, ma al quale il nostro occhio è del tutto insensibile-cieco non compromettendo la lettura dei particolari più fini. Lo ripeterò, sino alla nausea,allo scopo di sfatare miti e credenze molto più importante è la qualità intrinseca di lavorazione del doppietto, rispetto al diametro, alla tipologia, natalità, trattamento antiriflesso, focale…Poi ancora, ho ben compreso e avuto riconferma che i nostri strumenti, devono giustificare e legittimare il nostro acquisto e il possesso e quindi, la “realtà” è più come la si percepisce che come la si sente. Sono ovvero più efficaci le percezioni, le interpretazioni della realtàcome essa la viviamo in base alle opinioni, fedi, credenze, cultura, rispetto a come la leggiamo con i nostri cinque sensi, in questo caso l’occhio-la vista. Poi, ci sono quegli appassionati ed anche “esperti” che comprano un rifrattore per testarlo e soprattutto farlo sulla base del contenimento dell’aberrazione cromatica. Tralasciando gli esami di laboratorio e le analisi quantitative di cui francamente non me ne importa nulla, se il nostro sensore coinvolto in questo caso, è oltretutto FISIOLOGICAMENTE soggettivo, beh…

 

Sapevo che cinque rifrattori da 4” erano troppi anche per me e sapevo che prima o poi qualcosa avrei venduto. Il primo a lasciarmi è stato l’anonimo University Optics, poi, l’amatissimo Tal R (pensando, sbagliandomi, che il Vixen-Carton fosse più raro e difficilmente l’avrei ritrovato). Poi, dopo un anno, vendetti anche il Vixen. A quel punto ero convinto che MAI mi sarei potuto sbarazzare del Takahashi e del Polarex Unitron. Il solo pensiero mi faceva penare, ma si stavano minacciosamente affacciando all’orizzonte:

il Vixen Fluorite 90/810 e lo Zeiss AS 110/1650 che avrei poi intubato mirabilmente e poi ancora un rarissimo tubo originale tutto in ottone dello Zeiss Asesten by Hans Gordon,E -type 110/1660.

Ma questa è un’altra storia….

 

Recensione del rifrattore acromatico TAL 125 R

Il cuore del rifrattore TAL 125R Made in Russia è composto di un doppietto acromatico  di 125 mm di diametro dotato di una lente positiva Crown e di una negativa Flint

di Piergiovanni Salimbeni – (pubblicato sulla Rivista LE STELLE- gennaio del 2007)

L’azienda russa NPZ Optics State Corporation è nota in Italia per la qualità ottica dei suoi strumenti e perché, negli ultimi dieci anni, sono state proposte sulle riviste di settore alcune recensioni riguardanti i suoi sistemi Newton  e Klevzov. Stranamente nessun tester ha pensato di analizzare i due  sistemi a rifrazione, vale a dire il Tal 100RS ed il rifrattore Tal 125R, che, infatti, non sono mai apparsi su un mensile astronomico, mentre alcuni test, più o meno approfonditi, si possono invece trovare nel web.

 

Il mastodontico tubo del Tal 125R

Abituato a maneggiare quotidianamente strumenti catadiottrici nonché dei piccoli apocromatici, ho ammirato con piacere, ma anche con apprensione, le dimensioni di questo telescopio: 114 cm con il fuocheggiatore completamente in sede, e ben 130 cm di lunghezza con il fuocheggiatore completamente estratto. Aggiungendo un diagonale di due pollici si possono raggiungere anche i 135 cm – 140 cm. Tale lunghezza comporta, oltre ad un deciso “effetto leva”, anche dei problemi di fissaggio delle manopole di blocco di ascensione retta e di declinazione, nel caso in cui si operi da soli nella fase di puntamento degli oggetti.

 

Il logo Tal è semplicimente attaccato al tubo ottico con un semplice adesivo

Ciononostante, il peso si mantiene a livelli accettabili, circa 6 chilogrammi, rivelandosi solo un chilogrammo e mezzo più pesante rispetto al Tal 100RS. Questo  mi ha consentito di fare uso di un unico contrappeso da cinque chilogrammi quando l’ho installato su una Synta EQ6.

Il cuore del rifrattore TAL 125R Made in Russia è composto, per l’appunto, di un doppietto acromatico  di 125 mm di diametro dotato di una lente positiva Crown e di una negativa Flint. Com’è noto, gli obiettivi acromatici classici sono corretti per una sola lunghezza d’onda, il giallo-verde a 555 nm, che è quella a cui l’occhio umano è maggiormente sensibile, e progettati pertanto per dare il miglior fuoco in corrispondenza di questo colore. Il blu e il rosso, invece, convergono insieme in un punto diverso, ragion per cui mettendo a fuoco nel giallo, il blu e il rosso formeranno una macchia sfuocata nota come cromatismo residuo. Per ridurre questo inconveniente occorre che la macchia abbia un diametro angolare non superiore a circa tre volte il diametro del disco di Airy a 555 nm. Per raggiungere questa condizione il rapporto focale dell’obiettivo deve essere pari o superiore a 0.122D, se D è il diametro dell’obiettivo in mm. Il rifrattore in questione dovrebbe dunque avere un rapporto focale di f/15. Per ridurre l’ingombro, tuttavia, è pratica comune utilizzare rapporti focali inferiori, e in questo caso abbiamo un obiettivo a f/9.

Passando a esaminare l’intubazione, devo dire che il fuocheggiatore non mi ha per niente soddisfatto, visto che è  risultato poco preciso e molto cedevole soprattutto facendo uso di oculari da due pollici.  Ritengo che un’ottica di questo livello avrebbe meritato un sistema di messa a fuoco più affidabile. Il cercatore, invece, è davvero di ottima qualità, quasi totalmente privo d’aberrazioni  e molto solido, allo stesso modo della cella che lo contiene. Scarsa attenzione, invece,  è stata profusa nella progettazione del paraluce, di semplice plastica, ed anche in questo caso, si sente la necessità di qualcosa di meglio.

‘obiettivo acromatico di 125 mm di diametro

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alcuni particolari del Tal 125R

Durante le osservazioni lunari, a circa 50  ingrandimenti, l’immagine è apparsa molto contrastata, col fondo cielo piacevolmente scuro ma non nero, mentre facendo uso di oculari di minore lunghezza focale, in grado di sviluppare 100 ingrandimenti, iniziava a manifestarsi un alone blu intorno ai bordi dei crateri più luminosi. Ho constatato come il residuo cromatico dipendesse in qualche misura non solo dal progetto dell’obiettivo ma anche dalla qualità degli oculari utilizzati: con un ortoscopico Genuine Ortho di 9 mm tale difetto, pur presente anche sui bordi luminosi dei crateri, è risultato inferiore in confronto a quello visibile con un economico Plössl di pari focale. La situazione migliorava però facendo uso di un visore binoculare William Optics, Barlow 2x Apo Celestron ed un paio di oculari ortoscopici teutonici di 15 mm. In questo caso il cromatismo era inferiore rispetto a quello visibile, in visione monoculare, con un Plössl Celestron di 7.5 mm. La minore luminosità dell’immagine col visore ha certamente avuto un ruolo in questo risultato.

Ovviamente, il contrasto e la fedeltà dei colori mostrata da un rifrattore apocromatico di 128 mm sono un’altra cosa rispetto a questo acromatico di 125, ricordo, però, che in questo caso il prezzo di acquisto dell’apo è decisamente superiore, pari a quasi sei volte il TAL.

Se ci si limita a considerare la quantità dei dettagli osservati piuttosto che la loro qualità, a parte una diminuzione del contrasto soprattutto ai bordi dei pianeti e nelle aree lunari di alto albedo, con l’uso di un filtro giallo l’acromatico permette di percepire la maggior parte dei dettagli lunari che si possono osservare in un telescopio apocromatico di pari diametro. Soltanto la luminosità, a causa della maggiore dispersione dei vetri e l’eventuale uso dei filtri, mi è parsa visibilmente inferiore nel primo, cosi come i bordi dei crateri che appaiono meno “netti”. Ma se l’acromatico si fa ancora ben apprezzare in campo visuale, in campo fotografico occorre invece tenere conto anche di altri fattori.

Durante alcune sere del mese di gennaio ho esaminato la superficie lunare con vari oculari alla ricerca dei dettagli molto fini che spesso utilizzo come riferimento per valutare la risoluzione dei telescopi.  Prima di proseguire nella descrizione può essere utile riferire che,  avendo percepito in visione diretta un miglioramento del contrasto e del cromatismo rispetto alla visione con il diagonale in dotazione, ho proceduto alla sostituzione di quest’ultimo con un diagonale dielettrico da due pollici della William Optics. Ma oltre a constatare un deciso miglioramento, sia nella luminosità che nella resa cromatica, ho purtroppo appurato come la maggior parte degli oculari in mio possesso non raggiungessero il fuoco, troppo interno. Erano infatti inutilizzabili i Baader Genuine Ortho di 12.5 mm e di 9 mm, vari Plössl Celestron, la serie degli X-Cel e i Vixen al Lantanio, mentre  non ho avuto problemi col nuovo oculareGeoptik di 10mm e gli ortoscopici Japan Optik di 12.5 mm e 9 mm, che raggiungevano una messa a fuoco quasi perfetta anche se proprio in corrispondenza del fine corsa del tubo di messa  a fuoco. Questo mi ha convinto ancor di più dell’opportunità di sostituire il fuocheggiatore originario.

Il potere risolutivo di questo telescopio è pari a 1”, questo significa che è possibile percepire  dettagli lunari abbastanza ostici che spesso, a causa della turbolenza, rimangono invisibili in strumenti di diametro superiore.
Sabato 20 gennaio ho preso di mira oltre alla Rupes Recta, la Rima Birt: quest’ostica struttura, lunga una cinquantina di chilometri, è spesso invisibile, in base alle condizioni d’illuminazione, in telescopi di diametro anche ben superiore a 125 mm, ma il TAL l’ha mostrata chiaramente a 150 ingrandimenti, diventando addirittura facilissima con il visore binoculare. Avvalendomi di un filtro giallo Celestron W15A, ho eliminato totalmente il cromatismo intorno ai bordi dei crateri continuando l’analisi della  superficie lunare con più appagamento: a 29.8° S e 13.5° W è situato il cratere Pitatus, che presenta un diametro di  97 km, e in esso erano percepibili unicamente le due rime maggiori situate nel settore orientale, mentre un ottimo Celestron 8 usato per confronto svelava anche le altre due.

Molto affascinante il sorgere del sole su Mons Pico, che rifulgeva come un faro in mezzo al mare, anche se ovviamente senza filtro il picco era velato di blu.
Domenica 29 gennaio ho notato tutti i domi lunari presenti sia nei pressi di Hortensius che nei pressi di Gambart, mentre la famosa rima Hesiodus era ben definita in tutto il suo sviluppo.

Passando all’osservazione planetaria, Saturno ha sempre palesato le regioni polari e la divisione di Cassini, tranne che nelle serate di seeing veramente pessimo. Nell’osservazione di Venere era talvolta era possibile percepire delle vaghe ombreggiature sul disco, meglio evidenziate con un filtro Contrast Booster. L’osservazione di Venere è però un test molto severo per un rifrattore acromatico, probabilmente il più severo in assoluto, e per tale motivo in questo genere di osservazioni risultava sempre preferibile il piccolo Pentax 75 serie SDHF che ostentava con mio sommo piacere la sua completa apocromaticità. Il TAL, invece, risultava utilizzabile solo tramite un opportuno filtraggio.

 

Il focheggiatore in dotazione possiede un’ottica molto buona

Una panoramica sulle stelle doppie ha reso ampiamente giustizia alla qualità dell’ottica e rivelato la capacità di questo rifrattore acromatico di raggiungere facilmente, in condizioni di buon seeing, il suo limite di risoluzione teorico, anche se nelle serate molto ventose è risultato difficile osservare  doppie molto sbilanciate, come ad esempio il sistema di Rigel A-BC, poiché  la compagna rimane spesso soffocata dal bagliore della stella principale, ancor più ampliato dal residuo cromatico. In questo caso, è possibile rimediare alla  situazione facendo uso di un filtro verde che riduce il bagliore della primaria ma che però altera i colori.

Centoventicinque millimetri sono poca cosa per gli oggetti del cielo profondo, tuttavia è possibile fare delle discrete osservazioni delle galassie più luminose e di molti ammassi stellari e nebulose, beneficiando del contrasto che contraddistingue il doppietto acromatico di casa Novosibirsk e di una puntiformità stellare superiore a quella dei comunissimi telescopi catadriottici.

In definitiva ritengo il TAL 125R un’alternativa più economica, ma comunque performante, ai costosi rifrattori apocromatici per l’osservazione della Luna, dei pianeti e delle stelle doppie, particolarmente allettante per coloro che non desiderano spendere le cifre richieste per l’acquisto di un blasonato rifrattore apocromatico ma che desiderano uno strumento con una luminosità ed un potere risolutivo maggiori rispetto a quelle fornite da un – anche perfettissimo –  tripletto apocromatico da 75-80 mm di diametro.

L’unico inconveniente riscontrato, oltre all’ingombro del tubo che necessita di una discreta montatura, è relativo al sistema di messa  a fuoco, che almeno nell’esemplare da me testato ha lasciato un po’ a desiderare.

L’autore ringrazia l’azienda Astrotech Srl di Thiene per aver fornito lo strumento oggetto del test.

Recensione del rifrattore acromatico a lunga focale Antares Elite 105 F/15

L’azienda italiana Sky Point ha deciso di importare una serie di strumenti dell’azienda canadese Sky Instruments composti da un doppietto acromatico prodotto in Giappone e  forieri di ottime prestazioni.

(pubblicato sulla rivista LE STELLE- anno 2007)

Con l’arrivo dei doppietti a bassa dispersione di produzione cinese sono quasi totalmente svaniti i gloriosi rifrattori acromatici di lunga focale che, per anni, hanno accompagnato decine d’appassionati di osservazioni lunari e planetarie in Italia, consentendo anche a molti amatori evoluti lo studio delle stelle doppie attraverso quei meravigliosi accessori, ormai sconosciuti ai giovani astrofili, definiti micrometri filari.

Piergiovanni Salimbeni con lo Sky Instrument 105 F/15

 
Gli astrofili quarantenni ricorderanno, senz’altro, con un poco di nostalgia i mitici Zeiss Telementor,  i Polarex Unitron e soluzioni prettamente nostrane che, spesso, erano progettate con estrema puntigliosità e precisione dai  costruttori ottici italiani, per consentirne in vista di qualche ricerca di astronomia amatoriale.

L’azienda italiana Sky Point ha deciso di importare una serie di strumenti dell’azienda canadese Sky Instruments composti da un doppietto acromatico prodotto in Giappone e  forieri di ottime prestazioni.  Noi abbiamo deciso di testare la versione più spinta, ossia il 105mm dotato di una lunghezza focale pari a 1575mm in grado di sviluppare un rapporto focale pari ad f/15.

 

RAPPORTO FOCALE

Un doppietto acromatico è formato da due lenti che sono dotate di vetri dalla diversa composizione con dispersione dissimile: la lente convergente di tipo crown che compone l’obiettivo “classico” dell’Antares Elite, dovrebbe essere composta da ossido di calcio, ossido di potassio e da silice, mentre la lente posteriore, conosciuta dagli amatori come “flint” , oltre al silice, dovrebbe contenere sia ossido di piombo che ossido di calcio.
Purtroppo, attualmente è quasi impossibile  ottenere dai produttori la “ricetta” precisa con la quale hanno creato il proprio strumento, tuttavia, trattandosi di un doppietto di Fraunhofer  spaziato in aria  e con quattro differenti raggi di curvatura, riteniamo che la composizione potrebbe essere la consueta usata dai costruttori nel corso degli anni, seppur il sistema di lavorazione ed il trattamento anti-riflesso siano in continua evoluzione.

L’utilizzo di  due uniche lenti, comporta la presenza d’abberazione cromatica che non dovrebbe essere giudicata come un  mero difetto costruttivo, ma come una  vera e propria peculiarità  derivante dalla sproporzione fra la dispersione alle varie lunghezze d’onde delle due lenti.

Per contenere questo problema  esiste una regola d’oro che tutti i progettisti ed auto-costruttori tengono bene a mente in vista della progettazione del proprio strumento, e tale comandamento dell’ottica è così formulato: F=1.12XD^2

un primo piano sul cercatore

Il focheggiatore si è dimostrato abbastanza fluido e consono al prezzo di acquisto di questo strumento

che esposto in termini pratici significa che per ridurre il residuo cromatico facendo uso di un doppietto acromatico, la lunghezza focale deve essere almeno pari al diametro al quadrato.

Per tale motivo, un rifrattore di 10cm dovrebbe, quanto meno, possedere un rapporto focale pari a f 11.2, valore ben superato dallo strumento in prova, trattandosi di un  F/15.

Ricordiamo  che, comprensibilmente, oltre a tale regola, interverranno  altri innumerevoli fattori, come la qualità delle ottiche, la loro lavorazione, la loro composizione, la presenza di un trattamento in grado di eliminare o ridurre la deviazione dei raggi sfasati, l’uso di ottimi oculari e cosi via.

Esposta in tale maniera, potrebbe anche darsi che l’astrofilo, dopo aver letto queste semplici considerazioni, si convinca a progettare un rifrattore acromatico di 20 cm con un rapporto focale pari ad almeno f/22.4 ma questo comporterebbe un grave disagio a causa dell’ingombro generato.
Personalmente abbiamo avuto la fortuna di osservare con alcuni di questi  rifrattori progettati da validi costruttori italiani di 13 e 15cm dotati di un lungo rapporto focale, ma il peso, l’ingombro ed il grande investimento per una montatura specifica, facevano tutto sommato cadere la bilancia a sfavore delle incredibili immagini forniti.

Seppur anche questo 10cm non sia dei più compatti, riteniamo che tale diametro sia ancora sfruttabile dall’astrofilo medio, il quale potrà ottenere con una spesa inferiore  le prestazioni di un blasonato apocromatico, a patto di seguire delle regole ben precise.

Si dovrà, infatti, fare uso di una solida montatura, noi ci siamo avvalsi di una Synta EQ6, lo strumento dovrà essere perfettamente bilanciato in entrambi gli assi e per alcuni tipi di osservazione si dovrà fare uso di un ottimo diagonale a specchio per non dover rimanere sdraiati quando si punta il tubo ottico nei pressi dello zenith.
Esistono poi altri piccoli trucchetti ch,e con una spesa modica, consentono di ridurre fortemente le vibrazioni prodotte da un tubo di tale lunghezza.
Personalmente, siamo soliti fare uso di piccoli sacchetti di sabbia che vengono posizionati lungo il tubo, in grado di assorbire le vibrazioni, sono perfetti i bracciali e le cavigliere pesistiche dotate, oltretutto di una fascia in velcro per il fissaggio e che si trovano, per una manciata di euro, nei maggiori supermarket italiani.

Questi, in definitiva, sono i difetti e le accortezze da rammentare se si vorrà entrare nel mondo dei rifrattori acromatici di lunga focale.

L’Antares Elite 105 mm è disponibile anche in altre due versioni: aperto ad f/10 ed aperto a f/13.Il modello oggetto di questo test, è lungo ben…che diventano con il fuocheggiatore totalmente estratto.
Tale accessorio ha avuto bisogno di una precisa  taratura per consentirci l’uso allo zenith con pesanti accessori, abbiamo anche provato ad agganciare una “vecchia ed artigianale” slitta porta filtri per lo studio dell’albedo lunare.

Tutto sommato, anche in rapporto al prezzo d’acquisto c’è parso che questo sistema di fuocheggiatura, quando ben regolato, attraverso le innumerevoli viti, è grado di lavorare egregiamente durante le mere osservazioni visuali; sempre di valido aiuto il sistema di demoltiplicazione della messa a fuoco, in grado di ovviare alle maggiori vibrazioni provocate da un tubo cosi lungo, nelle regolazioni ad alti ingrandimenti.

Il tubo pur essendo ingombrante è sicuramente leggero, tanto da consentire di essere montato con facilità da una sola persona. Il cercatore di serie è risultato molto luminoso e facilmente collimabile, grazie anche alle viti sovra-dimensionate che ne consentono la rapida collimazione con il tubo ottico principale. Avremmo preferito un paraluce estraibile che consentisse, una diminuzione della lunghezza, quando non viene utilizzato, ma il costruttore ha preferito fare uso di un sistema fisso.
Nel complesso,  questo telescopio ha un design spartano ed essenziale, intendiamoci.. c’è tutto, ma senza quei fronzoli estetici che spesso fanno unicamente lievitare il prezzo di acquisto mantenendo invariate le prestazioni ottiche: pare un telescopio per chi apprezza di più la sostanza che la forma.

Uno strumento così spinto non poteva che generare un ottimo star test, durante le varie sessioni osservative un paio d’astrofili che hanno partecipato al test, avevano notato come  seppur l’immagine di diffrazione fosse perfetta, quasi da manuale, nella mera osservazione del bordo lunare si palesava un lieve alone bluastro, tale presenza era però imputabile alla media qualità degli oculari che stavano utilizzando, dissimili a quello di eccellente  qualità attraverso il quale siamo soliti fare l’analisi stellare.  Un altro fattore da considerare, spesso sottovalutato dagli astrofili alle prime armi è il seeing: la turbolenza, infatti è in grado si spostare ancor di più le frequenze sfasate sopraccitate, tale condizione potrebbe creare un aumento del residuo cromatico proprio durante lo star test e  che potrebbe generare una inesistente abberazione sferica. Abbiamo evidenziato, infatti, che anche in un telescopio dal rapporto focale così spinto in presenza di forte turbolenza si palesa sia durante lo star test che durante le mere osservazioni visuali un lieve spettro secondario invisibile in condizioni normali.

In condizioni atmosferiche perfette non abbiamo notate tracce di coma e di astigmatismo pur portando l’immagine di diffrazione al bordo esterno del cerchio di minima abberazione.

Da qui si evince il solito sunto, secondo il quale con telescopi molto performanti vi è bisogno d’ ottimi accessori per far funzionare al meglio l’intero complesso ottico, ma anche di perfette condizioni atmosferiche, Cosi come è vano comprare un diagonale lavorato ad un 1/12 di lambda per usarlo su un rifrattore economico cosi è impensabile rimanere soddisfatti nel campo dell’alta risoluzione facendo uso, si di un buon strumento, ma di pessimi oculari, ricordiamo infatti che  soprattutto questi accessori  difettano di abberazione cromatica laterale.
Abbiamo evinto come il rifrattore Antares Elite abbia apprezzato l’uso di oculari ortoscopici di alta qualità, fornendo delle immagini lunari e planetarie veramente molto nitide e contrastate. Grazie alla loro conformazione ottica che consente un ottima correzione sferica e cromatica siamo stati in grado di ottenere un campo perfettamente piano per oltre 45°, un fattore impossibile da ottenere a parità di obiettivo simile dotato però di una  apertura focale pari alla metà.

I telescopi a lunga focale sono sempre molto affascinanti

L’uso di un diagonale a specchio è stato necessario nelle osservazioni prossime allo zenith, dato che, facendo uso di una colonna fissa, atta a sorreggere la Eq6, non era possibile beneficiare di una maggiore altezza.

Nell’osservazione pratica non abbiamo davvero nulla da eccepire, la teoria in questo caso non confonde: con tali rapporti focali le immagini lunari e planetarie sono davvero ottime, simili a quelle fornite da un telescopio apocromatico ben più costoso, inoltre, sembrerà strano ma un semplice doppietto acromatico risente meno della turbolenza atmosferica rispetto ad un blasonato sistema multi-lente.  Nell’osservazione lunare abbiamo superato, in una serata vellutata, i 300 ingrandimenti, la perdita di luce era evidente ma ricordiamo con molto piacere la morfologia della Rupes Recta che si può osservare soltanto ad alti ingrandimenti.
Un dettaglio visuale che spesso ci ha fatto impazzire nel corso degli anni è la rima delle Vallis Alpes, che abbiamo raramente ammirato con un rifrattore di 10cm, di fatto, oltre ad un buon potere risolutivo v’è bisogno di una corretta illuminazione e di ottimi oculari che siano in grado di consentire estrema nitidezza, or bene, forse grazie al combaciare di tutti questi fattori, è stato possibile ammirare, fra un leggero micro-tremolio e l’altro a circa 350X la sinuosità della rima, che assumeva le forme di un serpentello grigio scuro che pareva  celarsi nella superficie lunare..una estrema soddisfazione, per chi, visualista da anni, ha quasi sempre ottenuto queste performances con strumenti da almeno 20cm di diametro.

Le immagini a medi ingrandimenti della superficie lunare sono estremamente “Secche” simili a quelle ottenute con un programma di grafica e la maschera di contrasto, tale qualità ci ha ricordato molto la visione offerta da un vecchio Kenko di 90mm f/13 che avemmo la fortuna di provare anni, or sono, sebbene in quel caso la luminosità fosse decisamente inferiore.

Anche l’osservazione nei primi giorni di dicembre, seppur le condizioni di visibilità non fossero ancora ottimali, ha fornito delle belle visioni, con innumerevoli dettagli, visibili dai 200X sino ai 350X ingrandimenti, come ad esempio Miliacus Laucs , Hellas,Mare Cimmerium e Sirenum, inoltre, facendo uso di vari filtri, a partire dai W80 sino a W25 è stato  possibile a volte escludere i dettagli dell’atmosfera, a volte evidenziare maggiormente i dettagli delle regioni desertiche.

Tuttavia, il regno incontrastato di questo rifrattore pare essere l’osservazione delle stelle doppie: è incredibile la facilità con la quale mostra coppie molto sbilanciate anche a bassi ingrandimenti, come ad esempio la notissima Rigel che possiede una compagna posta a 9” che però risulta essere circa 400 volte più debole. Osservata in un  telescopio a riflessione, l’immagine è spesso confusa e la compagna si cela nella luminosità del fondo cielo e della supergigante azzurra, con l’Antares 105mm, invece, l’abbiamo osservata anche in pessime condizioni di seeing, cosa impossibile in un catadriottico di 20cm di diametro. Del resto è noto che un sistema  a riflessione genera un errore doppio sul fronte d’onda proprio a causa del doppio passaggio direzione-riflessione, rispetto alla mera rifrazione ottenibile con il telescopio simili a quello oggetto del test.

Castore nella costellazione dei Gemelli, a circa 350 ingrandimenti, è decisamente stupenda, le due componenti sono ottimamente separate e la puntiformità è ancora notevole. Con un ottimo seeing è stato possibile ammirare alla perfezione ed a ben 400 ingrandimenti la doppia Zeta Orionis che attualmente domina il cielo invernale insieme alla Costellazione di Orione

La capacità di fornire immagini stellari, pressoché perfette sul piano focale e il suo potere risolutivo pari a poco più di 1.2” potrebbe consentire agli amanti di questo genere d’osservazioni, decine e decine di notti piacevoli, senza la paura di dover necessariamente cercare cieli bui come capita agli amanti degli oggetti del cielo profondo.
Queste sono le osservazioni ideali anche dal centro della città. Riteniamo personalmente, che un “purista” delle osservazioni visuali dovrebbe preferire un sistema neutro, privo di diagonali a specchio e quant’altro possa generare un degrado sul fronte d’onda, per tale motivo, sarebbe preferibile investire in un supporto a colonna o in un treppiede sovra-dimensionato. Tali asserzioni, notissime anche agli osservatori lunari e planetari di anni or sono, sono ormai totalmente dimenticate dalle giovani leve, che ambiscono maggiormente alla comodità, all’estetica dello strumento e magari all’uso di una buona webcam, piuttosto che a portare ai limiti estremi concessi dall’uso personale e visuale, il proprio strumento.

Vediamo, inoltre, in questo rifrattore, un valido strumento per le osservazioni solari con i filtri più performanti, attualmente disponibili sul mercato, In sintesi, l’Antares 105 della Sky Instruments non si può certamente definire un telescopio compatto, ma la resa ottica ed il prezzo d’acquisto potrebbero convincere l’astrofilo prettamente visualista a preferirlo ai più costosi rifrattori apocromatici o ad i meno performanti doppietti semi-apocromatici di produzione cinese.