Sfida: sei telescopi per l’osservatore lunare

In questi ultimi mesi dell’anno molti astrofili alle prime armi mi hanno chiesto quale configurazione ottica fosse più adatta alle osservazioni lunari.
Dopo qualche indugio ho deciso di scrivere questo articolo, pur consapevole di dover, per forza di cose, addentrarmi in un settore alquanto delicato.
Già il mero titolo potrebbe destare perplessità: a rigor di logica, infatti, sembrerebbe oltremodo presuntuoso consigliare quale sia il migliore strumento per l’osservazione del nostro satellite naturale poiché esistono molti fattori che influenzano la scelta e le potenzialità di un telescopio come il costo, la bontà dell’ottica, il sito osservativo, il seeing, l’acuità visiva, gli oculari, l’esperienza ed altro.

Oltre ai sopraccitati, sussistono inoltre dei limiti di budget soggettivi: non tutti, infatti, possono concedersi l’acquisto di un rifrattore apocromatico da quindici centimetri o di un Cassegrain da quaranta centimetri, per questo ed altri motivi ho deciso di testare degli strumenti compresi in una fascia di prezzo che considero adeguata sia per l’astrofilo alle prime armi che per quello esperto.

 

Quale strumento scegliere?

Trentacinque anni or sono l’appassionato osservatore lunare, al momento dell’acquisto, poteva scegliere tra poche configurazioni ottiche. Usualmente, dopo aver considerato il rapporto prezzo- prestazioni la scelta pendeva verso il classico strumento a lente da sei centimetri .
A quei tempi, dove le Web Cam, le camere CCD, il GPS ed altre tecnologie erano un mero sogno, i possessori di un rifrattore acromatico da dieci centimetri o di uno Schmidt Cassegrain da venti centimetri erano invidiati e assediati da amici “meno otticamente dotati” per assaporare le potenzialità dei loro strumenti di lusso.
Attualmente il contenimento dei costi di produzione (del made in China) e la meccanizzazione delle fasi costruttive, hanno concesso la creazione di strumenti dalle varie configurazioni e dagli ampi diametri a un prezzo accessibile seppur contro un lieve sacrificio. Purtroppo o per fortuna i nostri fratelli d’oltreoceano posso ancora godere di prezzi inferiori a quelli stabiliti sul mercato italiano, ma questi sono problemi che dovrebbe trattare un economista ed ahimè io non lo sono.

Tralasciando le velate polemiche consiglierei all’astrofilo prima di acquistare il suo primo strumento di verificare, oltre al prezzo di acquisto, anche la configurazione che reputa ottimale per le sue osservazioni.

In questa fotografia sono visibili due esemplari del noto rifrattore apocromatico alla fluorite Takahashi FS128, uno è di mia proprietà, l’altro è dell’amico Federico Caro. Per molti astrofili sono considerati, ancora adesso, tra i migliori strumenti per l’osservazione lunare e planetaria

Sfatare i luoghi comuni

La fama dei rifrattori apocromatici può essere vera solo se la si giudica in base ad esigenze che reputo soggettive: l’alto costo, infatti, non permette a tutti gli astrofili l’acquisto di uno di questi stupendi strumenti ed eccettuando i “piccoli rifrattori compatti, un apocromatico da quindici centimetri è trasportabile con alcune difficoltà: se amate le immagini contrastate e la loro purezza vi consiglio di acquistare senza indugio uno di questi telescopi a lente, ma a volte uno strumento più compatto e ostruito può darvi delle grandi soddisfazioni, offrendovi al contempo un’ottima trasportabilità e un notevole risparmio economico.
Oltretutto l’alto contrasto della superficie lunare concede l’utilizzo di strumenti che presentino anche un’ ostruzione alquanto pronunciata, similmente ai classici Schmidt Cassegrain commerciali.
Durante il corso degli anni ho avuto la possibilità di confrontare molti telescopi, dalle configurazioni completamente diverse l’uno dall’altra e la conclusione alla quale sono giunto è che le prestazioni sono direttamente proporzionali alla qualità ottica e non alla mera configurazione ma soprattutto dipendono dall’acuità visiva dell’osservatore.
Un telescopio riflettore con delle ottiche lavorate in maniera eccelsa sarà migliore di un rifrattore commerciale, ma non dimentichiamo che un astrofilo esperto sarà in grado di discernere i domi a basso profilo anche in un telescopio da otto centimetri, un neofita, invece, incontrerà enormi difficoltà pur osservando con un Netwon a bassa ostruzione da venti centimetri. Consiglio sempre più’ alle “giovani leve” che si dedicano soltanto all’astrofotografia di migliorare la loro esperienza visiva perché è un valore aggiunto anche per conoscere, molto bene, ciò’ che fotografano….inutile stupire con foto mozzafiato della superficie lunare se non si conosce il nome, le caratteristiche e l’origine geologica delle strutture fotografate.

Mia moglie e un telescopio che ho amato e che avrei voluto potesse partecipare alla prova: Il Maksutov Meade da 7″, nella versione solo OTA e senza contrappeso interno. Peccato averlo venduto cinque anni fa.

Nessuno sa meglio di voi quale strumento possa soddisfarvi: non fatevi influenzare dagli improbabili slogan pubblicitari che garantiscono i mille ingrandimenti per un centoquattordici millimetri o dalle enfatiche e logorroiche discussioni che intercorrono spesso fra astrofili, al massimo ponderate le varie scelte e tenetevi informati leggendo articoli sulle riviste specializzate e magari qui su astrotest.it e binomania.it

Ritengo, oltretutto, che la miglior scelta sia di confrontare alcuni telescopi durante una stessa sessione osservativa, similmente ai test oggetto di questo articolo organizzato proprio per non dare adito ad incertezze. Di fatto un newtoniano da venticinque centimetri potrebbe dare prestazioni più brillanti rispetto ai rifrattori apocromatici sopraccitati in una serata dal seeing perfetto ma se non potessimo confrontarli nello stesso istante, sarebbe azzardato giudicare le loro peculiarità.
Se un nostro conoscente avesse osservato all’interno di uno Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri in una serata vellutata di due anni fa forse non avrebbe mai acquistato il suo rifrattore da dieci centimetri e se io avessi tentato l’osservazione della Luna con un Cassegrain da trenta centimetri in una serata dal seeing pessimo, mi sarei senza dubbio orientato verso un rifrattore da otto centimetri.

La sfida

Dopo una lunga premessa, sono finalmente giunto a descrivere la prova comparativa effettuata. Ho analizzato sei telescopi in due serate diverse: una dal seeing ottimale e una con un seeing alquanto pessimo.

Gli strumenti

Gli strumenti oggetto della sfida sono: due Schmidt Cassegrain corrispettivamente di venti e di ventitré centimetri. (C8 e C9 1/4) un Maksutov Cassegrain da quindici centimetri, un rifrattore acromatico da dieci centimetri, un vetusto ma ancora performante Maksutov Netwon da quindici centimetri e un blasonato rifrattore apocromatico da 128 mm di diametro. La prova riguarderà unicamente le prestazioni ottenute osservando in visuale: non saranno oggetto di questa prova la montatura , la motorizzazione ed altro. Ho utilizzato per tutti gli strumenti gli stessi accessori ( oculari ortoscopici Baader, Takahashi, Circle-T e Oculare Docter 12.5 mm UWA)

Gli strumenti sono stati collimati nell’arco della sessione osservativa per trarre da essi il massimo delle prestazioni. Analizzerò’ solo la resa ottica con la speranza di aver osservato in strumenti che rappresentano la media della produzione commerciale attuale.

Il vecchio ma tutt'oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l'osservazione lunare
Il vecchio ma tutt’oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l’osservazione lunare

La location

Il sito scelto per l’osservazione è posto a 510 metri sul livello del mare. Hanno partecipato un paio di amici esperti visualisti e un ristretto gruppo di “curiosi”.

La preparazione

La serata presentava un seeing ottimo che ho stimato per tutta la durata dell’osservazione del secondo grado della scala di Antoniadi. Ho subito notato come gli inesperti stimassero le prestazioni dei telescopi dalla grandezza dei loro tubi: se avessi fatto vedere loro un Dobson lavorato ad un lambda ed aperto ad f/4 avrebbero sicuramente predetto delle prestazioni eccezionali.
Gli astrofili esperti, invece, stavano pregustando mentalmente le prestazioni del Takahashi FS 128 mentre il proprietario del Makustov Newton velava sorrisini di soddisfazione per l’interesse destato da alcuni astrofili verso questa configurazione ottica.

Le prime impressioni

Il Takahashi FS 128 alla fluorite ha mostrato immagini da manuale: la superficie lunare era contrastatissima e le differenze di albedo incredibilmente incise. Il fondo cielo appariva di un nero cupo e non ho avuto problemi di perdita nella definizione dell’immagine pur raggiungendo i quattrocento ingrandimenti ( solo un ovvio calo di luminosità).
I due Schmidt Cassegrain, teoricamente, avrebbero dovuto fornire delle prestazioni quasi identiche, ma il ventitré centimetri (che spesso mi ha stupito nel corso degli anni) forse grazie alla sua famosa configurazione del primario ha rivelato un contrasto superiore rispetto allo strumento da otto pollici. L’ottima serata e il seeing perfetto mi hanno concesso di osservare micro-dettagli non presenti nel seppur ottimo Atlas of the Moon di Antonin Rukl e non visibili nell’apocromatico da tredici centimetri.

La mia secondogenita Ester e il rifrattore Takahashi FS 128, perfetto per le osservazioni in alta risoluzione

In alcuni istanti agli osservatori esperti è parso di sorvolare letteralmente i crateri piroclastici di Alphonsus , lo spettacolo era accompagnato da una micro turbolenza che rendeva ancor più suggestiva l’immagine. Sarebbe stato interessante testare lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri con il Meade Maksutov 178: purtroppo l’ho venduto anni fa all’amico Guido De Gaetano, magari quando testeremo altri strumenti, si potrà fare questa sfida.

Per ciò che concerne i due telescopi russi (ormai fuori produzione) devo confermare la ormai nota bontà delle loro ottiche: il Maksutov Newton da quindici centimetri era in grado di rivaleggiare con l’apocromatico, lo Schmidt Cassegrain da venti, favorito anche dalla calma atmosferica svelava qualche dettaglio in più rispetto al Maksutov Cassegrain da quindici centimetri ma i dettagli lunare erano meno nitidi e contrastati. Le considerazioni appena esposte possono valere in linea generale per le impressioni avute tra gli osservatori esperti.

I “curiosi” invece, hanno mostrato una difficoltà maggiore soprattutto nell’ osservazione dei micro-dettagli e nella capacità di percepire particolari fini quando il seeing degenerava per qualche minuto. Mediamente, hanno apprezzato molto di più il contrasto dei rifrattori che non la maggior risoluzione degli specchi. Durante il corso della serata , insegnando loro una valida metodologia, sono stati in grado di migliorare la loro capacità di osservativa. Come ben sapete,però, osservatori si diventa dopo ore ed ore al telescopio e non basta di certo un rifrattore apocromatico da tredici centimetri a trasformare un osservatore occasionale in un cacciatore di domi e di impercettibili rime lunari.

Telescopi misti o a rifrazione? Beh, io prediligerò’ sempre le lenti, poi esistono, ovviamente, i compromessi, e il Celestron C8 è un ottimo compromesso, almeno per le osservazioni lunari

Seconda serata osservativa con seeing scarso

Ho voluto testare gli strumenti in una serata dal seeing pessimo, proprio per verificare le prestazioni degli strumenti in condizione al limite.
I problemi principali che sono immediatamente balzati all’occhio degli osservatori sono stati i seguenti:
Difficoltà di ambientamento dei due Maksutov russi con un punto a sfavore per il Maksutov Newton che, seppur provvisto di ventola, ci ha costretto a posticipare le osservazione di un’altra mezz’ora. Lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri si è ambientato quasi un’ora prima. Avrei ovviamente potuto usare il sistema di raffreddamento Geoptik che possiedo da anni, ma volevo essere sportivo e non usare trucchetti.

Impossibilità di percepire i dettagli più fini con i due Schmidt Cassegrain a causa della turbolenza che inficiava le immagini.
Questa circostanza mi permette di aprire una breve parentesi riguardo alla ormai datata diatriba fra rifrattoristi e possessori di strumenti a specchio. Solitamente il proprietario di un rifrattore da dieci o da tredici centimetri afferma di aver optato per l’acquisto di uno strumento a lente proprio per la sua capacità di essere utilizzato anche sotto pessime condizioni di seeing. Cercherò’ ora di porre alcune precisazioni teoriche ma soprattutto pratiche:, è risaputo che un ottimo rifrattore possieda un contrasto migliore degli strumenti a specchio , oltretutto in un rifrattore ad esempio da dieci centimetri in presenza di forte turbolenza si vedrà meglio ma non si vedrà affatto di più. La questione quindi è meramente soggettiva: se ambite a percepire i più’ fini micro-dettagli lunari, investite sul diametro, se amate percepire una immagine poetica e contrasta come un filo d’acciaio adagiato sopra un velluto nero, acquistate uno strumento a rifrazione.

Le prestazioni con cattivo seeing

Dopo aver risolto il problema dell’ambientamento termico ho cominciato a porre l’occhio all’oculare per stabilire quale tra gli strumenti oggetto della prova fornisse la miglior immagine:anche in questo caso il Takahashi FS 128 risultava nuovamente il vincitore sia per il contrasto, sia per la tranquillità dell’immagine, in più la minuziosa lavorazione dell’ intubazione e i diaframmi interni mostravano una scarsa sensibilità alle variazioni termiche avvenute con il passare del tempo. Il costo proibitivo però rafforzato dall’ingombro e dall’obbligatoria presenza di una montatura pesante ed impegnativa mi ha anche fatto apprezzare il vecchio acromatico da 10 centimetri rilevatosi molto più pratico da ambientare e da utilizzare. Chi potesse spendere una cifra superiore potrebbe vagliare l’acquisto di un apocromatico da dieci centimetri, che manterrebbe le doti appena citata intensificate dall’ottima bontà ottica.

Tra gli strumenti a specchio quello che risentiva meno degli effetti della turbolenza è stato il Maksutov Cassegrain. un perfetto mix tra diametro, contrasto e ostruzione.
Soprattutto in queste condizioni meteorologiche l’esperienza è stata fondamentale: gli osservatori più abili sfruttando i rari momenti di calma sono stati in grado di percepire dettagli impossibili agli occhi degli osservatori inesperti, (es: dettagli superficiali dei domi nei pressi di Birt, micro-crateri all’interno di Plato) anche quando utilizzavano strumenti teoricamente più performanti ed insensibili alla turbolenza( rifrattore da 128 mm e 102 mm)

Gli astrofili negli “Anta” come me, si ricorderanno senz’altro dei Maksutov Newton della Intes Micro che- ambientazione termica a parte – si è dimostrato in grado di rivaleggiare con rifrattori apocromatico dal diametro di poco inferiore

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per il futuro osservatore lunare

Dovendo giungere a una conclusione posso affermare che:
l’osservatore esperto è in grado di ottenere il meglio dal proprio strumento qualunque esso sia con un seeing ottimo che scadente rispetto a un osservatore poco pratico,ergo: meno ore davanti a Notebook e CCD e osservate, osservate, osservate!

In linea generale quindi a parità di strumentazione, conta tantissimo l’esperienza e l’aquità visiva.

Da un punto di vista prettamente strumentale, consiglio come primo acquisto, un rifrattore acromatico da dieci centimetri o il classico Sky-Watcher 120 ED. I rifrattori da 4 e 5 pollici sono degli strumenti tutto-sommato economici ma che grazie alla loro grande capacità di ambientarsi rapidamente, di essere poco sensibili alla turbolenza offrono quasi sempre immagini contrastati e riposanti. Ponete in questo caso un occhio di riguardo alla casa produttrice e all’aberrazione cromatica. Anche un Maksutov Cassegrain da 150 – 180 mm potrebbe essere un ottimo compromesso tra la compattezza del tubo e il contrasto delle immagini, soprattutto se si osserva da zone di campagna o in pianura dove la turbolenza è limitata rispetto alle zone montane o in riva al mare.
Per chi potesse investire qualche centinaia di euro in più, consiglierei un Newton artigianale con una ostruzione del venti percento oppure un bel Maksutov Netwon da 150 mm – 178 mm , (da reperire sul mercato dell’usato) limitato unicamente dalla sua scarsa propensione all’adattamento termico in condizione critiche.

Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po' anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po' di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l'osservazione lunare.
Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po’ anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po’ di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l’osservazione lunare.

Gli Schmidt Cassegrain oggetto della comparazione sono, invece, utili all’astrofilo che desidera affrontare anche le osservazioni del cielo profondo, il loro maggior pregio è la compattezza unita alla discreta capacità risolutiva, i loro maggior difetti, sono la forte ostruzione (0.34 in media) e lo spostamento dello specchio primario in fase di messa a fuoco. In loro aiuto vengono, però, le più’ recenti torrette binoculari che offrono delle immagini meravigliose della superficie lunare, aiutando anche il sistema occhio-cervello a percepire dettagli nel mare agitato della turbolenza atmosferica.

Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna
Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna

Ricordo, inoltre, che avendo osservato con strumenti commerciali prodotti in larga scala, le singole prestazioni potrebbero discostarsi lievemente dallo standard ottico-costruttivo, è sempre consigliata, quando possibile, una prova prima dell’acquisto.
Come vedete i fattori di scelta sono notevoli, spero quindi di avervi fornito qualche indicazioni in più.

La prossima volta vi parlerò’ della mia esperienza riguardante l’osservazione di Giove con il Takahashi FS 128 e un classico Celestron C8.

BOX :consigli generali per l’osservazione lunare

In primis, con strumenti da almeno 20 cm è vivamente consigliato non osservare la luna piena a bassi ingrandimenti e per molto tempo senza un apposito filtro, la luce riflessa non possiede l’intensità di quella emanata direttamente dal sole però è sempre meglio essere cauti, per evitare irritazioni.
Se non possedete un filtro polarizzatore oppure un filtro denso potete fare uso in concerto con il telescopio di oculari dalla corte focale che sviluppando alti ingrandimenti (150X – 200X) vi concederanno di osservare solo una parte del lembo lunare, diminuendo nel contempo la luminosità.
Il secondo suggerimento che vi consiglio di seguire è di utilizzare l’ingrandimento più adatto al seeing riscontrato durante la sessione osservativa.
Molte persone per un motivo puramente psicologico utilizzano alti ingrandimenti convinti di poter discernere maggiori dettagli, ma nelle serate dal seeing scadente sarà meglio osservare con un oculare dalla media focale o utilizzare un diaframma; é risaputo , infatti, che la turbolenza agisce presso i bordi dello specchio e della lente in questo modo diaframmando nel centro oppure ai lati dell’ostruzione si potrà sfruttare l’ottica come se si possedesse uno strumento dall’apertura inferiore, migliorando anche la correzione cromatica nei rifrattori acromatici.

Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna
Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna

E’ ovviamente risaputa l’infruttuosità di utilizzare oculari che diano come risultato ingrandimenti oltre il doppio dell’apertura espressa in millimetri, ad esempio quattrocento ingrandimenti per un venti centimetri a meno che la serata non sia eccezionale e non sia abbia fra le mani uno strumento dall’eccellente bontà ottica.
Devo ricordarvi, infine, di attrezzare i vostri strumenti con un bel paraluce meglio se artigianale, poiché, attualmente, quelli originali non giustificano il loro alto prezzo e danno prestazioni inferiori rispetto un paraluce auto-costruito e foderato di velluto o di velcro nero.
Se questo sistema non dovesse bastare sarebbe utile l’acquisto di una resistenza elettrica che permetta di condensare il vetro oppure un piccolo ventilatore ad aria fredda. Non utilizzate l’aria calda perché compromettereste l’adattamento termico delle ottiche.
Per finire delle sedie comode ed un parco oculari ben fornito.

Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare
Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare

Non è necessario orientarsi su configurazioni ottiche costosissime, per l’osservazione lunare, sono sufficienti degli oculari ortoscopici Plossl o Abbe presenti sul mercato da molti anni. Per chi indossasse gli occhiali è consigliato l’utilizzo degli oculari sopraccitati dai venticinque ai diciotto millimetri di estrazione pupillare, affiancati da una buona barlow per raddoppiare gli ingrandimenti.

Recensione del telescopio Rumak   “Intes Italia Challenger 180” 

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Io provai un esemplare di un telescopio Rumak 180/1800 nel 2003, quando facevo parte dello Staff Tecnico del mensile “Le Stelle”, all’epoca diretto dalla prof.ssa  Margherita Hack e dal compianto Corrado Lamberti.

Propongo qui di seguito le mie passate impressioni, con la speranza che possano essere utili a qualche appassionato.

Se dovessi stilare una classifica per fare notare lo strumento più amato dagli astrofili negli anni Novanta, al primo posto vi sarebbe con certezza lo Schmidt Cassegrain. Questa configurazione ottica, presentata nel 1954 da Alan Hale e Tom Johnson e lanciata sul mercato nel 1966, dopo vari perfezionamenti, ha raccolto nel corso degli anni i consensi di molti osservatori grazie alla sua configurazione ottica compatta è consona a un utilizzo polivalente, pur non eccellendo in nessun ambito.
L’aumento dell’inquinamento luminoso nella nostra penisola sta facendo avvicinare sempre più astrofili all’osservazione e alla ripresa degli oggetti del sistema solare. Molti non potendo scegliere i costosi rifrattori apocromatici, sentono la necessità di utilizzare uno strumento dal prezzo abbordabile che possa fornire immagini contrastate, essere compatto e che possa concedere saltuari trasferimenti per osservare gli oggetti del cielo profondo, sotto i cieli tersi di alta montagna.

Il Rumak di cui parlo in quest’articolo, congloba tutte queste caratteristiche e offre anche qualcosa in più rispetto alla configurazione Schmidt-Cassegrain. Il primo elemento che balza all’occhio è il design molto curato. Su questo terreno i costruttori russi non hanno mai eccelso in passato. Le loro produzioni sono sempre state apprezzate per le ottiche performanti, ma non potevano certo esserlo per le intubazioni e le rifiniture: spartane e pesanti le prime, poco curate le seconde. Ultimamente, invece, forse anche grazie alle esigenze di mercato e alle richieste degli importatori italiani, i progressi sono stati notevoli: le parti esterne del Challenger sono ben anodizzate mentre l’intubazione, dal design finalmente moderno, è coperta da uno strato di vernice bianca: la maggior parte delle viti di fissaggio è celata alla vista. Il menisco è custodito da un coperchio che s’inserisce perfettamente grazie a una leggera pressione, mentre l’interno dell’intubazione è ottimamente opacizzato. Fa bella mostra di sé anche un cercatore 10 x 50, nero opaco, dotato di oculare Plossl di un campo di 5 ° e del supporto per il montaggio dell’illuminatore . Di buona qualità ottica, è provvisto di una messa a fuoco spartana ma efficace, praticabile attraverso la rotazione dell’oculare. L’Intes Italia Challenger 180 riprende la classica configurazione ottica russa Maksutov, realizzata e perfezionata secondo lo schema Ruuten – Maksutov (Rumak), in modo da concedere una maggiore luminosità, e una maggiore correzione delle aberrazioni, punto dolente di tutti i Maksutov classici.
L’ostruzione centrale dello strumento è pari al 33% del suo diametro. Il menisco sferico è di vetro K8 con trattamento multiplo anti – riflesso, trattenuto nella cella da un anello che permette di esercitare una pressione omogenea, mostrando così le immagini di diffrazione molto regolari. A differenza dei menischi fissati tramite più viti, gli specchi, anch’essi sferici, sono di vetro LK-5 alluminato e preservato da un trattamento di Al- SiO2;  ricordo che il secondario è separato dal menisco e collimabile separatamente. Il campo lineare  è di ben 40 mm, la risoluzione teorica è pari a 0”,68, mentre il rapporto focale è stato modificato per un utilizzo più universale e  si attesta sul classico F/10 degli S.C.

Per ciò che concerne le dimensioni, il Maksutov russo denota un’ottima compattezza: la lunghezza del tubo, infatti, è di 730 mm, il diametro esterno di 200 mm mentre il peso netto e di 7 kg. A differenza dei Maksutov tradizionali, il Challenger Intes, utilizza un focheggiatore Crayford da due pollici provvisto di 35 mm di corsa, che non comporta il movimento dello specchio primario, evitando così aberrazioni, deriva dell’immagine e deficit di collimazione. Durante le mie prove si è rivelato molto preciso soprattutto nelle correzioni della messa a fuoco ad alti ingrandimenti. A causa del fuoco decisamente esterno, è obbligatorio l’utilizzo del diagonale e di un eventuale raccordo se si osserva  attraverso oculari dal diametro di 31,8 mm.

Ho messo alla prova lo strumento sulle Prealpi Lombarde a 600 metri di quota, alla presenza di un inquinamento luminoso sufficientemente contenuto: diciamo sotto un cielo da magnitudine 5. In primo luogo ho regolato il secondario attraverso un collimatore della LaserMax TLC 1- 800, affinando in seguito l’operazione con il metodo dell’analisi di un anello di diffrazione stellare ad alti ingrandimenti ( ho puntato Aldebaran, alfa Tauri, magnitudine 0,86). L’immagine a regolazione compiuta, rivelava gli anelli di diffrazione molto incisi e dalla luminosità uniforme.

Testando l’ottica su alcune stelle del cielo invernale ho constatato come questa configurazione fosse più corretta rispetto lo schema Maksutov tradizionale: questo perché il  secondario non è stato ricavato a alluminando la zona centrale del menisco, ma lavorando uno specchio indipendente. Il progettista, quindi, è in grado di trattare il secondario separatamente per poi combinarlo, con maggiore precisione, con lo specchio primario nonché col menisco. L’altra faccia della medaglia è che il supporto che lo regge, provvisto di paraluce, determina un’ostruzione maggiore rispetto allo schema tradizionale.

 In ogni caso, nella prova sul cielo ho riscontrato soltanto una leggerissima aberrazione sferica e la presenza di una lieve coma ai bordi. Queste lacune non inficiano le osservazioni visuali del cielo profondo dato che l’osservatore può tollerare un lieve difetto ai bordi a vantaggio di una  ottima lavorazione sull’asse ottico; del resto, la vocazione di questo strumento non è la fotografia del profondo cielo, in questo campo la prevalenza dei rifrattori apocromatici è fuori discussione.

Nell’alta risoluzione, invece, la qualità dell’ottica, compensando l’ostruzione, non fa rimpiangere uno strumento a rifrazione dal diametro poco inferiore. Come si è detto, lo schema Rumak si distingue dal tradizionale Maksutov per la presenza di un primario e di un secondario sferici entrambi  collimabili, con una focale di 1800 mm :  ciò lo rende usufruibile con profitto anche nelle osservazioni del profondo cielo. Mi è parso quindi ragionevole confrontarlo con il classico Celestron di 203 mm di diametro. Durante una serata particolarmente limpida di gennaio ho puntato i due strumenti verso la Nebulosa di Orione accertando come non vi fossero peculiari differenze di luminosità nelle immagini fornite, questo testimoniava l’ottima rilfessione dell’ottica russa rispetto un buon Schmidt Cassegrain commerciale. Le stelle del trapezio in M42 erano, inoltre, più contrastate nell’Intes Challenger 180. La stessa cosa l’ho appurata osservando gli altri oggetti del catalogo di Messier, come M35 nei Gemelli; M 36, M37, M38 in Auriga; M41 nei pressi di Sirio; il Doppio Ammasso in Perseo. Anche l’osservazione delle galassie M81 e M82 dell’Orsa Maggiore è stata proficua, in questo frangente, il Celestron mostrava l’immagine lievemente più luminosa ma il contrasto superiore del Challenger permetteva di far risaltare le tenui galassie dal fondo cielo.

Ho osservato, inoltre, M51 e M101, visibili come distinte macchie di luce. Sotto un cielo terso di alta montagna le prestazioni sarebbero state ovviamente migliori, purtroppo le condizioni atmosferiche durante gennaio non mi hanno consentito di sfruttare totalmente le potenzialità dello strumento.

 

In una serata dal seeing medio ho nuovamente confrontato il Challenger 180 con il Celestron C8; inoltre, per avere un equo metodo di comparazione nell’osservazione dei dettagli del basso contrasto,  ho utilizzato anche uno stupendo rifrattore alla fluorite di 102 mm della Vixen.

Lo strumento che ha più sofferto delle condizioni atmosferiche è stato lo Schmidt Cassegrain, seguito dal Maksutov russo, il disco di Giove a tratti era fortemente disturbato dalle variazioni del seeing, ma nei momenti di minor turbolenza, ho osservato seppure con difficoltà le bande equatoriali Sud e Nord (SEB e NEB), la banda temperata Nord (NTB) la banda temperata Nord Nord (NNTB); erano, inoltre, ben evidenti le tenui  colorazioni delle bande gassose del Gigante del Sistema Solare. Le immagini svelate dal rifrattore alla Fluorite, erano ovviamente più calme.

Saturno, nelle serie successive, complice una leggera foschia che placava la turbolenza, ha esibito la divisione di Cassini, le sottili differenze di colore nell’anello B, e la discontinuità nei pressi dell’ anello A. L’ingrandimento massimo che ho potuto sfruttare con i Challenger 180 prima del decadimento delle immagini è stato di 360 ingrandimenti  (Plossl da 7,5 mm). In questo caso, la maggior risoluzione del Celestron e dell’Intes, si è fatta sentire rispetto al rifrattore della Vixen.

 

In definitiva il Maksutov Challenger 180 si è rivelato un ottimo sostituto del classico Schmidt Cassegrain.  La compattezza, la qualità ottica, la precisione del sistema di focheggiatura e la focale – portata a 1800 mm con rapporto F/10, permettono di spaziare con profitto dalle osservazioni del cielo profondo a quelle in alta risoluzione.

 

Nota: La sola ottica del Challenger 180 era disponibile nel 2003 al prezzo di 2000 euro, mentre con la montatura M5 Plus dotata di motorizzazione su due assi Mechatronics della Night Technology il prezzo saliva 2750 euro.
Nel prezzo d’acquisto non era previsto il diagonale a specchio ma io avevo utilizzato l’Intes Italia DX2 da 259 euro.  In alternativa, a un prezzo conveniente, il Diaframma forniva il diagonale da due pollici Lumistar della Night Technology che costava 125 euro.

 

Recensione del telescopio Vixen VMC 260 (Vixen Maksutov Cassegrain)

L’opinione di Massimo Masson su questo interessante Maksutov Cassegrain modificato da 260 mm di diametro aperto a F /11.5

PREMESSA

Nel mese di settembre 2014, cedendo ad un grave attacco di strumentite, mi sono regalato un Vixen VMC 260. Precedentemente ho posseduto un Mewlon 210 che ho poi rivenduto per finanziare l’acquisto di un telescopio più grande (Celestron C14) e per provare altre configurazioni ottiche tra cui appunto il Vixen VMC, che condivide col Mewlon la mancanza di correttore “full aperture”. Questo elemento ha da un lato ha effetti positivi (maggior protezione dello specchio e teoricamente minor turbolenza interna), dall’altro ha effetti negativi (tendenza ad appannarsi e allungamento dei tempi di acclimatamento). Per il tipo di utilizzo che avevo in mente per questo telescopio gli svantaggi della presenza della lastra superavano i vantaggi, così ho proceduto all’acquisto.

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SPECIFICHE TECNICHE

I dati tecnici riportati dalla Vixen sono i seguenti:

Schema ottico: riflettore Cassegrain modificato
VMC: Vixen original Maksutov Cassegrain
Apertura: 260 mm
Lunghezza focale: 3000 mm
Rapporto focale: f/11.5
Back focus: (dal bordo posteriore del corpo focheggiatore) 149.4 mm
Back focus con riduttore: (dal bordo posteriore del riduttore) 63.5 mm
Coating: DiElectric Coated
Potere risolutivo: 0.45 arc. sec.
Magnitudine limite: 13.8
Capacità di raccolta luce: 1380 x
Cercatore: (opzionale)
Filetto adattatore: 60mm / 50.8mm
Astrofotografia: fuoco diretto, proiezione oculare ed afocale
Lunghezza OTA: 650 mm (26.7″)
Diametro OTA: 304 mm (12″)
Peso OTA: 10.9 Kg (24 lb)

Ho personalmente misurato 65 cm dal copriobiettivo alla culatta, e 72 cm compresa la manopola di messa a fuoco.
Il peso sulla bilancia indicava 10,3 Kg senza cercatore ma con avvitato il Baader Click-lock e una piastra Vixen femmina piccola che uso come marcatore di posizione per l’equilibrio del tubo.

SCHEMA OTTICO

Lo schema ottico è proprietario Vixen, in particolare si tratta di un catadiottrico (combinazione di lenti e specchi) derivato dalla famiglia dei sub-aperture Maksutov. E’ dotato di uno specchio primario sferico da 26 cm di diametro (aperto a f/2.5), un secondario (non ho trovato dati sicuri sul fatto che sia anch’esso sferico) supportato da un robusto spider, che ha il compito di reggere anche un sistema di due lenti correttrici (menisco), attraversate quindi ben 2 volte dal fascio ottico (prima e dopo riflessione del secondario) prima di arrivare al punto focale.

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Vixen dichiara che questo disegno elimina l’aberrazione sferica e la curvatura di campo, mantenendo un contrasto molto elevato. Anticipando le conclusioni, mi sento di poter tranquillamente confermare quest’affermazione.

Lo specchio primario è mobile, il che consente di disporre di un back-focus molto ampio anche se ciò comporta la variazione della lunghezza focale nominale a seconda del punto di fuoco.

Il VMC ha dei “fatelli minori” (95L, 110L, 200L) ed un fratello maggiore (330L). Il paragone con il 200L appare immediato ma si tratta di due disegni tutto sommato abbastanza differenti. Nel 200L lo specchio è fisso e il fuoco si raggiunge con un focheggiatore esterno sulla culatta, inoltre il menisco è formato da una singola lente. Il 200L corrisponde in pieno allo schema “Field-Maksutov” (dal nome dell’amatore Australiano Ralph W. Field, che fu uno dei primi a sviluppare i calcoli per tale tipo di menisco ed a realizzarlo per un primo telescopio reale), mentre nel 260L le lenti correttrici sono, come già anticipato, due. Rientrando comunque nella categoria dei “sub aperture Maksutov”, in base alle mie ricerche ho concluso che lo schema ottico è davvero una variante originale sviluppata da Vixen. L’altra sostanziale differenza con il 200L è il primario mobile con un sistema di messa a fuoco per traslazione dello stesso, quindi concettualmente simile a quella degli SC più diffusi.

Esiste un riduttore di focale dedicato che moltiplica la focale per un rapporto di 0.62x riducendo la stessa da 3000 a 1860 e portando la velocità fotografica dello strumento a f/7.1. Non dispongo di tale riduttore e non ho potuto provarlo, quindi non esprimo alcun giudizio in merito.

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ASPETTI MECCANICI

Esteticamente si tratta di un tubo molto “originale” nel panorama degli OTA più diffusi essendo colorato di un verde metallizzato veramente piacevole al mio occhio (no, non è il motivo per cui l’ho comprato ma sì, c’è anche un certo piacere edonistico in questo), con finiture bianche (estremi del tubo). So esistere anche una versione denominata “PERL” che, com’è facile intuire, ha il tubo color bianco perla invece che verde metallizzato. La versione qui descritta è dotata di slitta standard Vixen senza cercatore e visual back.

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E’ disponibile una slitta femmina per ospitare cercatori standard Vixen/GSO/SW ed un raccordo da 2″ sulla culatta. La slitta per cercatore è comoda e consente di usare cercatori meno costosi dei bei Vixen, mentre il raccordo portaoculari che si avvita sul filetto (M60) è molto inferiore rispetto al livello del prodotto. E’ piccolo, con due vitine ridicole ed un grano per consentire la corretta assialità. Consiglio di sostituirlo subito con qualcosa di meglio, io ho optato per un Baader Click-Lock che trovo molto comodo (ben gestibile anche al buio), rapido e robusto.

La parte frontale del telescopio è protetta da un leggero tappo piano in metallo con incastro a pressione. Aspetto positivo è il fatto che sia leggero (un copriottica pesante non serve a nulla) ma il meccanismo a pressione è estremamente poco efficiente, il tappo viene via da solo (mi risulta naturale posizionare l’OTA poggiato con il tappo verso il basso, inizialmente alzando il tubo il tappo rimaneva per terra…) e per migliorare la pressione è necessario ingegnarsi un poco, ad esempio spessorandolo internamente con del nastro isolante. Qui Vixen poteva fare di meglio. Personalmente perdono tuttavia facilmente queste piccole “ingenuità” perché facilmente risolvibili e perché tutto il resto è di ottima fattura.

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Il tubo è dotato nella parte superiore di una comodissima maniglia. Quando l’ho vista inizialmente ho pensato che fosse “simpatica” ma non particolarmente utile, invece dopo averla provata la ritengo un ottimo valore aggiunto che consente di maneggiare (e montare) il tubo con estrema facilità.

La slitta Vixen è dotata di un’utile accortezza, ovvero una barra in alluminio avvitata su uno dei lati della slitta stessa. La sua funzione è quella di evitare di rovinare la barra a coda di rondine in fase di serraggio. Probabilmente è un’idea intelligente, soprattutto se il tubo viene fissato su morsetti che fanno presa direttamente con le viti, ma ha due svantaggi:

  • le viti non consentono di “infilare” la slitta nei morsetti dichiarati “standard” ma più stretti dell’ordinario, come ad esempio quello della montatura EZTouch;
  • secondo svantaggio: la morsa o vite che fa presa non opera direttamente sulla slitta ma su un elemento aggiuntivo, lasciando un “microlasco” che pur non avendo all’atto pratico nessuna reale controindicazione concettualmente mi infastidisce un po’.

Tra l’altro va considerato che ormai (almeno sulle mie montature) le morse sono dotate di barra a pressione che non spinge in un solo punto ma copre una certa lunghezza con maggior sicurezza e senza rovinare nulla. I tempi cambiano…

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Il tubo non è “piccolo e leggero” ma risulta tuttavia ancora facilmente gestibile da una sola persona senza particolari problemi. Io lo utilizzo sia su una montatura William Optics EZTouch in modo completamente manuale per ottenere un set-up operativo in meno di 2 minuti (ovviamente ho organizzato a dovere anche lo stoccaggio del telescopio, protetto in un armadio sul balcone, e della montatura W.O.) sia su una Atlas EQ-G (equivalente Orion della più famosa AZ-EQ6) per un set-up operativo in 5-6 minuti. La Atlas, utilizzata prevalentemente in altazimutale, regge l’OTA con disinvoltura smorzando le vibrazioni in un paio di secondi o meno. La EZTouch è al suo limite, la utilizzo senza contrappesi per “pigrizia” ma reagisce ancora bene anche se capisco di avvicinarmi al limite di fluidità dei movimenti e le vibrazioni vengono smorzate in circa 3/4 secondi. Resta tuttavia un setup estremamente rapido per 10 pollici e oltre di apertura, non male quindi. Il tubo corto poi è facile da manovrare manualmente, la posizione dell’oculare in altazimutale resta praticamente sempre la stessa (un tubo più lungo ha la posizione dell’oculare con molta più escursione alto-basso) ed è più difficile da sbilanciare. A volte ho letto che un tubo corto in altazimutale manuale sarebbe meno adatto, ma personalmente non sono di questo parere.

La solidità del tubo è ottima, risulta ben fatto ma non eccessivamente massiccio, mi da l’idea di non essere “overengineered”, che è cosa buona, ma di certo è un tubo robusto. Il livello di finiture è senz’altro molto buono.

Un discorso a parte va fatto per il fuocheggiatore. Ho avuto diversi SC, un paio di Maksutov ed anche il Mewlon 210 con il medesimo sistema di focheggiatura per traslazione del primario. Ero quindi ovviamente prepato a dover gestire l’image shift. Dei telescopi sopra citati, gli SC hanno lo shift più evidente, seguiti dal Mewlon. Si sono sempre comportati meglio i Mak SkyWatcher (ne ho avuti 2, uno da 7″ e uno da 5″), ma l’image shift è sempre stato presente. Con mia enorme sorpresa, il VMC non presenta alcun image shift, almeno non rilevabile all’osservazione visuale, nemmeno ad elevati ingrandimenti. Forse è eccessivo affermare che non vi sia alcuno shift, l’ho rilevato in misura leggerissima (stimo non più di 4″) a 600x, quindi mi permetto di affermare shift nullo. Un vero plauso a Vixen per questa realizzazione.

Tra l’altro, la manopola del focheggiatore ha una forma peculiare per cui il prolungamento ha una manopola più stretta, mentre la base è pù larga. Questo consente di usre la parte finale, stretta, per movimenti “rapidi”, essendo facile da far ruotare rapidamente (ampia variazione del fuoco) e di usare la parte larga vicino alla culatta per una regolazione “fine” (variazione del fuoco più precisa). Il diametro maggiore della manopola infatti consente un maggior controllo della focheggiatura, che in connubio ad un movimento preciso e fluido fa quasi sembrare di utilizzare un focheggiatore demoltiplicato.
Il fatto di non avere un focheggiatore esterno offre il vantaggio di consentire di fisare gli accessori direttamente sulla culatta, ottenendo così una maggiore robustezza del treno ottico collegato al telescopio, sia esso un oculare, una pesante binoculare, o un sistema di ripresa.

In particolare, per quanto riguarda l’osservazione binoculare, a fronte dello svantaggio di modificare la lunghezza focale a causa della variazione nella posizione del fuoco, con lo specchio primario mobile si ha di contro il grosso vantaggio di avere una quantità di backfocus enorme (come d’altronde per gli SC e i Mak, e più del Mewlon 210, che in binoculare arrivava proprio “al limite”), che agevola l’utilizzo di molti accessori, probabilmente anche quelli fotografici, ma non essendo astrofotografo non mi sbilancio su questo punto.

 

ASPETTI OTTICI – PARTE PRIMA

In realtà questo scritto nasce senza parti successive, non avrebbe rigorosamente bisogno di una “prima parte” relativa all’ottica, tuttavia nei circa quattro mesi in cui ho potuto usare il telescopio il meteo non è stato molto clemente, dando relativamente poche occasioni per testare e provare, mai con condizioni eccellenti, e quasi mai con condizioni veramente buone, quindi sostanzialmente mi sarei ripromesso di “integrare” il tutto con future considerazioni relative alle osservazioni una volta provato più in dettaglio. Non so se farò questa cosa, intanto riporto le mie impressioni dopo pochi mesi di utilizzo (pur se non intensivo).

Dovessi partire dalla fine direi sostanzialmente che quest’OTA funziona davvero bene, ne sono estremamente soddisfatto.

La (lunga) focale di 3 metri favorisce ovviamente un utilizzo ad ingrandimenti medio/alti, non si tratta di certo di un telescopio da “rich field”.

Il contrasto dell’immagine è molto elevato, più di una volta ho osservato facendo fatica a rendermi conto del field stop dell’oculare usato (nel senso che bisognava proprio andarlo a cercare), tanto è “scuro” il fondo cielo. Le tinte sono piene, la differenza di intensità tra le parti scure e le parti chiare dell’immagine è netta ed evidente.

Le stelle sono molto puntiformi, e l’immagine è ben definita non solo a centro campo ma anche verso il bordo. Questo è un aspetto che va evidenziato, quasi tutto il campo offerto è nitido e ben corretto (nota: almeno fino ad oculari da 24mm e 68° di c.a., che ho provato).

Ho fatto una prova inquadrando M41, con oculari Panoptic 24 (in torretta binoculare), guardando stelle molto vicine (non vere e proprie doppie strette, ma il concetto è simile) ho provato a portarle al bordo del campo inquadrato, per vedere dove la perdita di definizione non consentiva più di distinguerle, arrivando al 90-95% del campo inquadrato senza notare aberrazioni! Un risultato sicuramente notevole, nessun astigmatismo, nessuna coma evidente all’osservazione. Stesse prove fatte anche con altri soggetti puntiformi vicini al limite di risoluzione consentito dalle serate (il seeing non mi ha consentito di avvicinarmi al potere risolutivo teorico dello strumento) ha prodotto i medesimi risultati.

Non mi esprimo sulla planarità del campo, probabilmente un filo di curvatura ai bordi c’è perché rifocheggiando leggermente l’oggetto spostato a bordo oculare ho la sensazione di guadagnare qualcosa in definizione anche in quell’ultimo 5-10%. Come anticipato, queste prove sono state fatte con oculari da 24mm di focale e 68° di campo apparente, vale a dire 125 ingrandimenti e 0,54° di campo reale inquadrato. Ho però la sensazione che gli ingrandimenti fossero un poco superiori, probabilmente a causa della modificata distanza tra primario e secondario (nessuno dei quali piano) per la focheggiatura richiesta in torretta.

La visione nitida e precisa su tutto il campo è poi particolarmente piacevole nell’osservazione della superficie lunare, settore in cui questo telescopio sicuramente eccelle, offrendo una visione sia di dettaglio che globale di qualità molto elevata, in quanto contemporaneamente tutta nidita.

Il fatto che il secondario sia supportato da un robusto spider è ovviamente fonte di un’immagine di diffrazione a crociera sugli oggetti più luminosi. Questa cosa ovviamente può non piacere, questione di gusti. Per me che come astrofilo sono “nato” sullo schema newtoniano non è un problema, da anni ci sono abituato e non mi da alcun fastidio. Tra l’altro in media non degrada particolarmente l’immagine (anche se teoricamente abbassa i valori dell’MTF), a meno di casi specifici (ad esempio una stella doppia esattamente in asse con uno degli spikes), nell’osservazione lunare invece non si nota nulla e anche nell’osservazione di Giove non da alcun fastidio.

Invece per me offre anche alcuni vantaggi, è cosa generalmente poco “sfruttata”, ma gli spikes di diffrazione a crociera possono essere utilizzati per una buona messa a fuoco. Se infatti l’immagine è spostata in intrafocale o extrafocale le raggiere sono “sdoppiate”, e sono univoche solo nel punto preciso di fuoco, agevolando l’operazione medesima.

Lo “snap test“, ovvero la ricerca del punto preciso di fuoco, è univoco e preciso, e questo depone a favore della qualità ottica del sistema.

Dal punto di vista del cromatismo il telescopio si comporta ottimamente (dopo aver sistemato un problema iniziale di cui relaziono in un successivo paragrafo), la tonalità è neutra, molto simile a quella offerta da rifrattori di indiscusso pregio come il TSA 102, che però ha un bianco ancora più freddo/neutro.. Per confronto, l’immagine fornita da un ottimo C11 ha una tinta leggermente più calda, anche se non di molto. Ho ritenuto di render conto del cromatismo avendo lo schema al suo interno due lenti, di fronte al secondario.

Un reale difetto dell’ottica, abbastanza anomalo e che non avevo riscontrato in questo modo in altri telescopi, consiste in una sorta di “illuminazione” del campo inquadrato causata dagli oggetti luminosi posti al di fuori di questo, ad una distanza angolare ben precisa (per fortuna limitata). La cosa è tanto più evidente quanto più è luminoso l’oggetto fuori campo (ad esempio lo è con Giove), fino a diventare fastidiosa se è in gioco la Luna. Curiosamente il riflesso sparisce completamente se l’oggetto è direttamente inquadrato (quindi l’osservazione dell’oggetto medesimo non risente di illuminazioni strane o riflessi fantasma) e si manifesta con l’oggetto parecchio fuori dal campo inquadrato, diciamo circa un grado fuori dal campo con i Panoptic 24. Quest’area di “fastidio” peraltro è molto limitata, perché basta avvicinare o allontanare l’oggetto di pochissimo e l’effetto sparisce, tuttavia in alcune peculiari posizioni da oggettivamente fastidio.

Quest’OTA regge bene gli ingrandimenti rispetto al diametro, osservando la Luna (soggetto ad alto contrasto) ho raggiunto a 600x (Pentax XW 5mm) con immagine ancora interpretabile, anche se “difficile”, pur in condizioni di seeing non buono (oscillante attorno a 5 Pickering). Purtroppo non ho ancora avuto occasione di provarlo sotto un seeing davvero buono, ma le aspettative sono estremamente elevate.

Per quanto riguarda la collimazione, la meccanica fa bene il suo lavoro. La collimazione è molto facile, si effettua solo sul secondario (come con gli SC) con le classiche 3 viti a 120° ed è molto stabile.

 

LUI E GLI ALTRI: CELESTRON CPC 1100

Nessuna vera e propria comparativa stretta (pari condizioni fino ad usare oculari dello stesso schema e qualità che fornissero medesimi ingrandimenti), ma ho potuto fare alcune osservazioni affiancandolo ad altri telescopi. Il confronto più interessante è stato probabilmente con un Celestron CPC1100, che ritengo tra l’altro un esemplare particolarmente ben riuscito.

Ho potuto effettuare alcuni confronti in alcune serate diverse. Nelle prime occasioni di affiancamento l’esemplare di VMC soffriva di astigmatismo e cromatismo per eccessivo tensionamento del gruppo di lenti del secondario (vedi nota a fine articolo) ma questi problemi sono stati completamente risolti allentando il gruppo ottico. Nelle osservazioni (soprattutto in riferimento a Luna e Giove) non mi sono concentrato sull’identificazione delle formazioni, quanto piuttosto prevalentemente su un “enigmistico” cercare le differenze.

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Primo affiancamento

La prima volta, con entrambi i telescopi sul balcone, operativi dalla sera precedente e protetti da un telo Geoptik, utilizzati entrambi in altazimutale (il CPC sulla sua forcella, il VMC su montatura Orion Atlas EQ-AZ). A vantaggio del CPC una maggiore stabilità e rapidità di smorzamento delle vibrazioni, praticamente immediato, tuttavia anche il VMC sull’Atlas smorza le vibrazioni tra 1 e 2 secondi, risultando in un’ottima performance.

Gli accessori usati, anche scambiandoli tra i due telescopi, sono stati:

  • visore binoculare Baader Mark V con ortoscopici baader GO (18 e 12,5), diagonale prismatico Baader;
  • visore binoculare William Optics con oculari in dotazione (20 mm 66°CA) e diagonale a specchio WO;

Seeing discreto (attorno a 6 della scala di Pickering). Durante le osservazioni non ho rilevato piume di calore in nessuno dei due OTA, segno di un decente acclimatamento.

M42 – Nebulosa estesa e piena di chiaroscuri in entrambi i telescopi. Non rilevo evidenti differenze tra uno e l’altro. Nel trapezio le 4 stelle sono facilmente visibili in entrambi, ma più puntiformi nel VMC. Nel CPC percepisco la stella E, nel VMC la vedo chiaramente e percepisco la F. Rispostandomi sul CPC vedo meglio di prima la E, forse, ma non ne sono sicuro, a tratti intuisco la presenza della F (forse più che altro perché so che ci deve essere). Devo tuttavia anticipare che in un’osservazione successiva in condizioni simili, ho avuto la sensazione opposta, di percepire meglio la E nel CPC1100 (sicuramente leggermente più luminosa, pur se meno puntiforme del VMC).
In questa fase dell’osservazione il VMC è stato usato con il binoculare W.O. (3000/20=150x) e il CPC con binoculare Baader Mark V (2800/18=155x). Il visore Baader con oculari GO è qualitativamente migliore del WO, tuttavia la puntiformità resta migliore nel VMC. In linea generale mi sento di dire che il VMC concentra la luce in un punto più piccolo rispetto allo SC, però il CPC è più luminoso. Il VMC possiede inoltre il vantaggio di avere quasi tutto il campo corretto ed omogeneo.

GIOVE – L’osservazione è proseguita con Giove fino all’alba. Ancora, la visione era simile in entrambi i telescopi, in questa occasione il VMC ha reso più facile leggere il microdettaglio, che appariva leggermente più impastato nel CPC. I festoni erano più netti, le bande tropicali nord e sud più definite, alcune bande chiare apparivano più nettamente nel VMC. Anche qui però in una successiva serata la situazione si è parzialmente invertita, la maggior luminosità del CPC1100 ha giocato a suo favore. Ho sentore che queste differenze di resa possano essere dipese dalla situazione di reciproco acclimatamento (la variabile principale essendo il CPC, il VMC va in temperatura prima e la mantiene meglio essendo aperto).
Un punto parzialmente a vantaggio del VMC è la resa del colore rispetto al CPC, il VMC rende i “bianchi” di Giove in modo più neutro, mentre nello SC la tonalità di colore è più calda. Va detto che questa è una cosa rilevabile solo con i due tubi affiancati, solo con lo SC la percezione del bianco resta ottima e solo confrontandolo con un “bianco diverso” si percepisce la differenza.

Secondo affiancamento (1 novembre 2014)

Osservando a partire dalla mezzanotte fino alle 5 del mattino, la situazione era simile alla precedente ma ho rilevato meno differenze, con un seeing meno generoso che livellava le prestazioni. I dettagli visibili erano gli stessi, osservando sempre in torretta alternando Mark V + Baader GO e TV Pan 24 da una parte e William Optics standard dall’altra, su entrambi gli OTA.
Anche in tale occasione le differenze più evidenti erano il fondo cielo più scuro nel VMC (osservando con gli ortoscopici GO si faticava a vedere il field stop, che era più facile da individuare nel CPC1100, probabilmente anche a causa della sua maggior luminosità). Maggior contrasto per il VMC, con una sensazione di bianco più intenso e nero più profondo. Nel VMC tuttavia c’è l’evidente presenza degli spikes sugli oggetti luminosi, anche su Giove fino a 300x, che ovviamente nello SC non sono presenti. La sensazione confermata è comunque di avere stelle più puntiformi sul VMC, maggior luminosità con il CPC1100.

Terzo affiancamento (1 gennaio 2015)

Seeing medio/buono (tra 6 e 7 Pickering), trasparenza buona, umidità assente, temperatura da 0° a -2° a calare nel corso della notte (tra l’1 e le 4 del mattino), sempre sul terrazzo di casa con i tubi distanziati di un paio di metri, entrambi predisposti il pomeriggio precedente ed esposti all’aperto, che hanno quindi avuto tempo per acclimatarsi, come confermato dal successivo test sulle piume di calore, non presenti. Devo ammettere che sul terrazzo non è la condizione ideale per un test definitivo, sono anche convinto che le correnti convettive possano essere diverse, in momenti diversi su punti anche così poco distanti, quindi tutte le affermazioni sono da prendere “cum grano salis”. Stavolta l’assenza di umidità (e forse il seeing migliore) hanno giocato a favore del CPC (no condensa lastra e prestazioni migliori). Entrambi i tubi ben collimati. Nell’occasione, oltre alle solite prove con le binoculari già precedentemente citate, sono state fatte prove con oculare singolo (diagonale TeleVue Everbrite ed oculari Pentax XW).

Tabella ingrandimenti

tabella

Oggetti osservati con il VMC:

Luna al terminatore: la luna è ben definita e netta, contrasto elevatissimo, miriade di particolari. Distorsione geometrica al bordo dovuta all’oculare, ma particolari ben netti e definiti su tutto il campo visivo, molto rilassante.
Giove: si notano NEB e SEB frastagliate, le calotte, varie altre bande. Alcuni inspessimenti in NEB, e frastagliature. A tratti un grosso festone, molto sottile, quando il seeing migliora. Una sottile banda bianca che evidenzia la STrZ a tratti, quando seeing migliora, come per il festone.
M42: visibile il trapezio, la stella E con poca difficoltà, estremamente puntiforme, a tratti intuibile la F. Nebulosità estesa con frastagliature.
M41: oggetto molto esteso, fuoriesce appena dal campo inquadrato. Stelle puntiformi, visibili i loro colori. Eccellente la visione omogenea e definita delle stelle fino al bordo campo.

Rispetto al VMC, il CPC si è comportato meglio delle volte precedenti. La F del Trapezio era più facile e visibile con più costanza (un po’ meno fine e più luminosa), lo stesso per la banda bianca che evidenziava la STrZ ed il festone su Giove. Forse, ma sono incerto, su M42 un chiaroscuro più evidente vicino al trapezio.

Dovendo sintetizzare delle conclusioni tra questi due telescopi, direi che:

  • il CPC è leggermente più luminoso ma meno contrastato. Ritengo possa derivare dalla combinazione di oculari utilizzati su entrambi i tubi, confermata anche dal fatto che il CPC ha più diametro e meno focale, quindi su osservazioni simili il CPC ha meno ingrandimenti e maggiore PU, ma penso dipenda anche dalle caratteristiche intrinseche dei due telescopi;
  • il VMC mostra stelle più puntiformi, sia al centro sia soprattutto spostandosi progressivamente verso il bordo, dove la coma dello SC comincia a farsi sentire già dal 60-70% del campo, degradando parzialmente l’immagine. Nel complesso l’immagine del VMC è più godibile qualora si stiano osservando oggetti estesi (es M41 o Luna). Su nebulosità diffuse (es M42) la cosa non è così evidente;
  • il fondo cielo nel VMC appare mediamente più scuro, indipendentemente dalla PU. Rilevo che il field stop dell’oculare è più evidente nell’SC che non nel VMC. Questo viaggia di pari passo con la sensazione di maggior contrasto;
  • la tonalità dei colori nel VMC è neutra, la Luna ha lo stesso colore visibile a occhio nudo. Anche il CPC ha una resa cromatica neutra, anche se la tonalità è leggermente più calda (non di molto). Per paragone, la tonalità del VMC è molto simile a quella del Takahashi TSA 102.

Va anche detto che il CPC sicuramente vince per stabilità generale, ergonomia e funzionalità dell’elettronica (ma qui si sconfina sul tema della montatura).

Per quanto riguarda la mia personale preferenza osservativa

  • sulla Luna ho indubbiamente preferito il VMC, immagine piena, contrastata e netta fino al bordo. Ad un esame comparativo delle varie formazioni “minute”, avevo migliore evidenza nel VMC. Le formazioni c’erano anche nel CPC, beninteso, ma erano più immediatamente leggibili e riconoscibili nel Vixen (ad esempio, i craterini al terminatore o le cuspidi appena illuminate avevano forma più netta nel VMC. Non penso fosse una questione di contrasto, visto che la Luna ne ha una buona riserva, ma piuttosto una questione legata alla maggior definizione nel VMC). Classica situazione in cui quello che viene prima visto in un tubo (VMC) viene poi individuato anche nell’altro (CPC), ma non viceversa;
  • su Giove visione simile, il maggior potere risolutivo del CPC gli può far spuntare particolari fini (tipo il festone e la sottile banda chiara subtropicale dell’ultima osservazione), se seeing collimazione ed acclimatamento collaborano contemporaneamente. Su Giove nel VMC ci sono circa gli stessi dettagli, onestamente “più fini” (come del resto su tutte le immagini) il che può anche renderne più difficoltoso il discernimento, alle volte l’immagine è più “facile” nello SC, altre volte più definita nel VMC. Va anche considerato che l’ingrandimento, pur simile, non era mai esattamente lo stesso;
  • su M42 darei un sostanziale pareggio;
  • su M41 darei il vantaggio al VMC per contrasto, puntiformità stellare e mantenimento della qualità d’immagine fino al bordo.

 

LUI E GLI ALTRI: CELESTRON C14

Siamo franchi, qui stiamo parlando di un confronto contro un telescopio con una decina di centimetri di diametro in più, quindi assolutamente impari. Il C14 in questione era un esemplare Starbright Fastar non XLT. Osservazione in presenza di umidità, cielo trasparente, seeing discreto ma che non consentiva di salire molto con l’ingrandimento (tra 6 e 7 Pickering, più spesso 6).

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Il VMC si è comportato bene, il contrasto e l’incisione dell’immagine sono risultati piacevoli anche se l’immagine è sempre stata più “nervosa” rispetto a quanto osservato nel telescopio più grande, cosa che ho reputato collegata al tubo chiuso dalla lastra correttrice del C14. Putroppo come detto la serata non godeva di eccellente seeing, ma solo medio/buono, il che ha consentito di arrivare solo ad ingrandimenti sui 320x nel C14 e sui 240x nel VMC (Baader GO 12,5 in binoculare), a scendere fino a circa 165 sul C14 e 125 nel VMC (Panoptic 24, sempre in binoculare). Sicuramente entrambi possono fare di meglio in condizioni di maggior stabilità dell’aria.

Le osservazioni hanno riguardato M42, che mostrava un trapezio evidente, percepibili le stelle E ed F senza sforzo. Una osservatrice non esperta (e nemmeno astrofila) ha visto la E senza suggerimento alcuno, ma la “F” solo dopo averle detto che forse avrebbe potuto vedere qualcosa in quella zona. Le stelle avevano un leggero rinforzo su un lato dovuto a mancanza di collimazione fine.

E’ stata osservata M1, la “Crab Nebula”, ben estesa e facilmente percepibile. Giove ha offerto una buona visione, pur disturbata da un leggero micromosso. NEB SEB evidenti con frastagliature varie, calotte rigate, presente una tonalità azzurrina su due uncini in fascia equatoriale. Visibile senza sforzo la GRS con una tonalità salmone ed una certa “confusione” (ma senza vero dettaglio) della parte di banda equatoriale che segue la macchia. Era visibile, evidente e netta, l’ombra di un satellite. Stupidamente non mi sono segnato quale fosse, ero più preso dal confronto. 

Le osservazioni descritte sono state effettuate la sera e sono riprese la mattina, trovando Giove più inciso (forse gli specchi maggiormente in temperatura) ma senza eventi particolari (GRS o transiti). I satelliti risultavano ben identificabili come dischetti di diametro diverso, e non come semplici puntini.

In questa serie di osservazioni, il C14 ha offerto un’immagine leggermente più grande e contemporaneamente più luminosa. M42 offriva più dettagli nell’intricata nebulosità (difficili da descrivere a parole) ed erano più evidenti sia la “E” che la “F” nel trapezio.

Su M1 onestamente non ho rilevato molta differenza, mi aspettavo francamente di più dai 14″, invece l’immagine era molto simile. Probabilmente in questo caso servirebbe un cielo più scuro o un miglior adattamento al buio. I dettagli di Giove nel C14 sono più facilmente ed immediatamente visibili, la risoluzione percepita è leggermente maggiore, la GRS è più immediata netta ed evidente, si distinguono al suo interno almeno un paio di diverse tonalità salmone. I vortici che seguono la GRS sono osservabili con evidenza, e l’immagine è meno turbolenta nel grosso SC. In questo contesto non ho percepito differenza di tonalità sui bianchi tra i due tubi, ed anche il contrasto mi è parso simile. Il C14 in proporzione regge meno l’aumentare degli ingrandimenti, l’immagine si sfalda prima rispetto al VMC al ridursi della PU (ciò va letto nel senso che il C14 regge comunque più ingrandimenti in termini assoluti ma meno in proporzione al diametro). Il C14 inoltre si appanna. La mattina ad un certo punto vedevo meglio nel VMC, nel C14 tutto era sbiadito. Dopo un colpo di “phon” sulla lastra del C14 però sembrava avessero acceso le luci (nell’immagine al telescopio, intendo!). La serata presentava comunque parecchia umidità, la mattina tubi risultavano letteralmente bagnati nelle parti esterne in metallo.

LUI E GLI ALTRI: TAKAHASHI TSA 102

Una fugace prova con un Takahashi TSA 102s al fianco, senza dati oggettivi per cui riporto solo sensazioni.

L’immagine del rifrattore è “perfetta”, ciò che si vede è contrastato e netto, senza sbavature, senza difetti. Ovviamente il limite di questi telescopi è il diametro, pur se sfruttato al massimo, ovviamente non si possono infrangere le barriere delle leggi fisiche. Tuttavia il confronto ha consentito di confermare la piacevolezza dell’immagine del VMC, non voglio definirla “da rifrattore apo” ma sinceramente posso tranquillamente definirla “da Maksutov di alto livello”, l’unico “disturbo” vero essendo rappresentato dagli spikes di diffrazione dello spider porta secondario. Anche il contrasto del VMC è competitivo con quello dell’apo e l’immagine nella sua globalità è altrettanto piacevole, rimanendo i campi stellari (e lunari) finemente puntiformi e definiti fino al bordo. Come piacevolezza, non siamo molto distanti. Ovviamente il diametro conta, e qui ci sono ben 16 cm in più a favore del VMC, che è in grado di evidenziare particolari più fini sul terminatore lunare in condizioni di seeing medio (stimato circa 6/10). Va anche ricordato che qui si parla di ingrandimenti relativamente bassi, dai 150 ai 200, il seeing non consentiva oltre e quindi siamo nel range teorico della parte “buona” della MTF di un 4″. Probabilmente potendo alzare gli ingrandimenti si evidenzierebbe il vantaggio del VMC, tuttavia lo stesso non può allargare più di tanto il campo inquadrato, che resta dominio incontrastato dell’apo (le Pleiadi, il doppio ammasso in Perseo e queste categorie di oggetti sono “impagabili”, completamente inquadrate nel rifrattore, cosa che non si riesce a fare nel Vixen).

ALTRE CONSIDERAZIONI

Ho comprato il tubo presso l’importatore Skypoint di Campoformido (UD), che si è dimostrato cortese e professionale. In particolare, dopo la prima prova ottica dell’OTA, mi sono reso conto che qualcosa non andava per il verso giusto. Il tubo mostrava cromatismo sulla Luna, ed allo star test c’erano evidenti segni di astigmatismo, non solo a bordo campo ma anche al centro. Questo tubo non avrebbe dovuto soffrire di tali aberrazioni quindi il venditore è stato prontamente contattato per segnalare il problema. In questo si è manifestata in pieno la sua professionalità in quanto il tubo è stato riportato in sede ed è stato tentato un intervento tecnico di riparazione che qualora non avesse prodotto i risultati sperati, avrebbe comportato la sostituzione del telescopio con altro nuovo. Fortunatamente non c’è stato bisogno di sostituire nulla, e altrettanto fortunatamente il problema era “di poco conto”. In pratica il tutto era dovuto all’eccessivo serraggio del gruppo ottico correttore di fronte allo specchio secondario, che risultava troppo tensionato ed introduceva le aberrazioni sopra descritte. Dopo aver allentato l’eccessivo serraggio ed aver lasciato il tempo necessario alle lenti per riprendere la loro forma naturale, i problemi sono completamente spariti, infatti come descritto nella parte ottica il tubo non soffre né di cromatismo né di astigmatismo. Presumibilmente l’eccessivo serraggio era imputabile a una misura di “sicurezza” del costruttore in vista del trasporto. In verità cercando in rete ho trovato almeno un altro caso di un utente con un simile problema, risolto allo stesso modo. Sicuramente l’intervento di sistemazione avrebbe anche potuto essere “casalingo”, ma essendo il telescopio nuovo ho preferito appoggiarmi a chi è competente in materia, e che si è dimostrato professionale sia dal punto di vista tecnico che da quello commerciale. Ora il telescopio è otticamente perfetto!

Ops! L’imballaggio!!!

Ah, si! c’è anche l’imballo. E’ di cartone con polistirolo all’interno. Protegge l’OTA. Non è a matrioska in stile Takahashi ma fa il suo dovere.

CONCLUSIONI

Cercavo un tubo di qualità, facile da gestire, rapido da acclimatare (considerato che può stare all’esterno pur se ben riparato), che non si appannasse, che potesse essere messo in funzione in pochi minuti all’occorrenza sull’altazimutale manuale EZTouch, che avesse un diametro ragionevole per non rimpiangere troppo aperture più significative.

Ho trovato un tubo robusto ma compatto e relativamente leggero, che non si appanna e va in temperatura in tempi ragionevoli (in considerazione del diametro) e regge le variazioni di temperatura del mio luogo di residenza (credo attorno ai 46° e 18′ N, circa 600 m SLM) abbastanza facilmente.

Se ho fretta o voglio fare un “mordi e fuggi” (bello fare mordi e fuggi con 26 cm…) lo tiro fuori dall’armadietto ed è sulla EZTouch in 2 minuti, completo di torretta binoculare. Dopo una mezz’ora/tre quarti d’ora generalmente si può iniziare ad alzare gli ingrandimenti. Se ho voglia di stare comodo, oppure ho più tempo, o non ho voglia di far fatica ad inseguire, in 6 minuti (cronometrati… senza allineamento) è sull’Atlas EQ-AZ, comodo comodo in altazimutale per osservare rilassato. 

Ho trovato più contrasto di quanto mi aspettassi e immagini ben definite e puntiformi, con una buona raccolta di luce. Ho anche trovato un bel campo piano e ben definito, senza astigmatismo e coma in visuale, al di sopra delle aspettative. Non è un telescopio da grandi campi, ma per quello ho altro, tuttavia la lunga focale, che all’inizio mi preoccupava un poco, ho visto che consente di avere facilmente gli ingrandimenti “giusti” per il tipo di osservazioni in cui specializzo questo tubo. Otticamente l’unico difetto reale è rappresentato dai citati riflessi di oggetti luminosi fuori campo (in poche posizioni specifiche possono diventare fastidiosi). Per “dovere di cronaca”, insieme a questo ricordo l’esistenza dell’immagine diffrazione della crociera del secondario perché può non piacere, anche se a me non da affatto fastidio essendovi abituato fin dalle mie prime osservazioni.

E’ un telescopio che mi sta dando molta soddisfazione, mi fa venire in mente quei “segreti ben custoditi” di cui ogni tanto si parla, tanto che alla fine mi chiedo perché non ho deciso di fare il passo prima…

Massimo Masson, gennaio 2015

Recensione del telescopio Maksutov Cassegrain Meade 178

L’opinione di Piergiovanni Salimbeni sul Maksutov Cassegrain da sette pollici di casa Meade

(pubblicato sulla rivista LE STELLE Anno 2005 – gennaio 2005)

Un primo piano del Meade Maksutov Cassegrain 178

Lo scopo di questa recensione è di analizzare le prestazioni della configurazione ottica del Meade Maksutov-Cassegrain 178, di 178 mm di diametro prodotta dall’azienda americana Meade.

L’occasione è ghiotta per sollevare un problema che molti hanno affrontato durante la fase di reperimento di informazioni. Cercando notizie sullo strumento fra astrofili o nei gruppi di discussione presenti su internet si può verificare come oltre l’ottanta per cento di chi discute delle prestazioni di un telescopio non lo ha mai realmente posseduto o addirittura non lo hai mai utilizzato, neppure per qualche minuto. Mentre chi l’ha provato, di frequente tende ad essere prevenuto, non approfondendo personalmente dei fatti che gli paiono già inconfutabili perchè influenzati  dai giudizi di altre persone che  preannunciano, in meglio o in peggio, le reali prestazioni. Così nascono delle classiche “leggende metropolitane” che sono dure a morire.

Potrà sembrare strano ma ogni strumento è un caso a sé stante, e le impressioni che ne derivano dipendono direttamente, oltre che dall’esperienza dell’osservatore, anche dal campo d’utilizzo a lui più congeniale.
Per questo motivo, lo ribadisco,  è molto difficile, eccetto rari casi di indubbia qualità, trovare uno strumento in grado di  fornire le medesime prestazioni o di presentare le stesse identiche aberrazioni rispetto ad  un altro esemplare.

Questa sorta di, oserei dire,  “dipendenza psicologica” è ben evidente in molti astrofili che tendono ad osannare o a condannare un telescopio, esclusivamente in base a quanto appreso per “sentito dire”, rimanendo successivamente influenzati nel corso delle loro analisi.
Per questo motivo, chi scrive, essendo uomo  ed in primis appassionato, si è sforzato di cancellare totalmente il know-out raccolto nel corso degli anni  nei confronti di questo strumento, per valutarlo in modo il più possibile imparziale e obiettivo.

 

CONFIGURAZIONE OTTICA

Sin dalla sua prima uscita il Maksutov Meade fece parlare molto di sé. Giunto sul mercato durante il regno degli Schmidt Cassegrain, questo strumento pareva un compromesso fra questi ed i più costosi rifrattori semi apocromatici venduti dalla stessa casa. Molti astrofili, però,  non vedevano di buon occhio un sistema catadriottico così spinto, ben 2670 mm di focale, dotato di un campo ridotto, anche se la Meade lo garantiva come capace di prestazioni paragonabili a quelle di un rifrattore apocromatico dal diametro di poco inferiore.

L’ottica di questo strumento è formata da un menisco leggermente divergente, da uno specchio primario asferico con rapporto focale pari ad f/2.5 e da uno specchio secondario sferico ottenuto alluminando la parte interna del menisco correttore. Quest’ultimo specchio è in grado di moltiplicare la focale dello specchio primario di un fattore pari a sei raggiungendo cosi un rapporto focale spinto, pari ad F/15.

 

Il sistema LX 200GPS sul quale è montata l’ottica da 178mm di diametro

Lo specchio primario possiede un diametro di  218 mm: questo permette di evitare la vignettatura che si verifica altri Maksutov-Cassegrain che invece  possiedono un primario sottodimensionato che non è in grado di intercettare tutto il fascio ottico proveniente dal menisco.

Sono presenti, come visibili nello schema esposto qui di seguito,  anche  una serie di diaframmi interni al paraluce dello specchio primario in  grado di bloccare i raggi luminosi parassiti prima che possano raggiungere il fuoco primario. In questo modo è possibile ottenere immagini più contrastate ed un fondo cielo scuro, privo di fastidiosi riflessi.
L’ostruzione dello specchio secondario è pari a 0.28, ma il paraluce conico, avendo un diametro che ho misurato essere pari a 68 mm, porta il rapporto d’ostruzione a 0.38, un valore simile a quello di un comune Schimdt Cassegrain.

I trattamenti anti-riflesso sugli elementi ottici sono differenti: è presente un trattamento con MgF2 sulla lente corretrice, un trattamento “standard” di alluminatura sullo specchio primario, mentre sul secondario è disponibile come opzionale un trattamento più efficace che fa parte del sistema “Ultra High Trasmission Coating” e che dovrebbe fornire una maggiore riflessione e luminosità dell’intero sistema.

Il menisco è  decisamente spesso e composto di vetro BK7. La cella è dotata di un sistema di visti push and pull, ma la collimazione non è banale in quanto il secondario non è seaprato dal menisco. Per questo la Casa madre consiglia in caso di necessità di rinviarlo presso il loro laboratorio. Sconsiglio quindi l’astrofilo alle prime armi di procedere da solo alla collimazione, che necessità di una buona dose di pazienza e di esperienza rispetto ai M-C con il secondario a sé stante.

Per l’intubazione è stato utilizzato il medesimo diametro del cugino Schmidt-Cassegrain da 203 mm, allungando unicamente il tubo in fase di lavorazione. Di fatto, quando montato sulla forcella, non è possibile metterlo in posizione verticale. si sarebbero forse potuti allungare i bracci della forcella ma a scapito della stabilità dell’insieme.

Inizio ora a rispondere per punti  ad una lunga serie di quesiti come già anticipato nella premessa.

 

STAR TEST

Il lavoro svolto dai progettisti americani è nel complesso ottimo. Lo star test ha evidenziato una buona correzione complessiva, è presente soltanto una leggera sottocorrezione visibile però solo agli alti ingrandimenti, mentre sotto i 250x la differenza fra la macchia del secondario in intra-focale e quella in extra-focale è impercettibile. Da questo punto di vista è stato il miglior star test che mi è capitato di effettuare su un telescopio di questo tipo, e anche il disco di airy si è mostrato facilmente  a medi ingrandimenti, disturbato unicamente dal tremolio della turbolenza. Pur avendo un rapporto di ostruzione quasi simile al telescopio preso come oggetto di confronto

 

 

Lo schema ottico: Cortesia MEADE

 

MIRROR SHIFT

Purtroppo la perizia profusa nella progettazione del sistema ottico è stata in parte vanificata dall’assemblaggio del sistema di messa  fuoco. Lo spostamento dello specchio  primario in fase di fuocheggiatura del modello da me testato è circa di 35 secondi d’arco, decisamente troppo anche per l’osservazione visuale.  Sono presenti quindi dei giochi notevoli. Fortunatamente la Meade, conscia di questo difetto, ha deciso di dotare il telescopio di un sistema di blocco dello specchio primario che avviene attraverso la rotazione di una manopola, coadiuvandolo con un sistema di fuocheggiatura elettrico.
Ho anche avuto modo di testarlo con un fuocheggiatore esterno della William Optics che ha fornito similmente al sistema elettrico ottime prestazioni. L’unico problema riscontrato, per essere pignoli, nasce a causa della vite che fissa la manopola del sistema di blocco che con l’utilizzo intenso tende a svitarsi, vanificando cosi la funzione di fissaggio. Per questo motivo è utile fornirsi di qualche brugola in pollici attraverso le quali sarà possibile anche il rifissaggio” mensile delle viti che fissano le due ventole al tubo ottico che potrebbero svitarsi per le micro-vibrazioni.

TURBOLENZA INTERNA

Come anticipato sono presenti due ventole in grado di agevolare l’ambientazione termica del tubo. Lo strumento è stato testato in varie serate durante i mesi di ottobre e di novembre, durante le quali ho portato all’esterno dell’abitazione il Meade insieme con un Celestron da 8”. Uscendo di tanto in tanto, ho notato, come, senza l’aiuto della ventola, il Maksutov-Cassegrain impiegasse ben più di tre ore a raggiungere l’equilibrio termico. Non oso pensare cosa potrebbe accadere nelle gelide serate invernali. Il divario rispetto al Celestron di 203mm, però, migliora sino a invertirsi nel Maksutov da 178 mm che, con le ventole attivate riesce ad essere utilizzabile in meno di una trentina di minuti, contro i 70-90 minuti dell’antagonista.

A prima vista questa sensibilità alla turbolenza interna mi ha meravigliato, in quanto l’intubazione mi è parsa di ottima qualità.  Osservando con più attenzione il tubo ottico  è stato possibile svelare l’arcano: è presente una  pesante flangia di metallo che ha la funzione di bilanciare il tubo nei sistemi a forcella. Questo anello di metallo è anche il diretto responsabile del notevole peso in proporzione alla dimensione degli obiettivi.
Bilancia alla mano, infatti, il tubo ottico pesa quasi 10 kg, se poi si calcola l’utilizzo del fuocheggiatore elettrico, di un diagonale da 50.8 mm e di un oculare dello stesso diametro, si possono sfiorare anche i 12 kg. Quindi anche in questo caso il peso non dipendeva solo dalle dimensioni del menisco, come spesso si sente dire durante le discussioni fra astrofili.
Il rimedio esiste e non sappiamo se la Meade preveda una versione OTA (solo tubo ottico) priva di flangione. Sul sito ufficiale della Casa, il peso del solo tubo ottico è di 25 libbre che pare confermare quindi quanto da me riscontrato.

Primo piano sul trattamento antiriflesso “Multi-Coated” di casa Meade

COME RIMEDIARE ?

In realtà un “cura dimagrante” per questo Meade esiste ed è stata eseguita dall’ing. Paolo Lazzarotti di Astromeccanica. Troverete nel box qui sotto, grazie ai suoi preziosi consigli, una dettagliata spiegazione sulla rimozione della flangia metallica. L’operazione è però sconsigliata in quanto è necessario una buona dose di esperienza, soprattutto in fase di rimontaggio del sistema! Leggetelo per mero scopo informativo, e basta.

In ogni modo, la cura dimagrante post-flangia è in grado di diminiuire il peso di questo Maksutov di quasi 5 chilogrammi, consentendo cosi l’utilizzo con le più comuni montature commerciali tipo  la Vixen Great Polaris.

la rimozione della flangia

SISTEMA SOLARE

Una volta acclimatato lo strumento, il Maksutov ha fornito immagini molto contrastate e luminose, ma l’immagine ottenuta  non è identica a quella fornita da un rifrattore apocromatico di diametro di poco inferiore, caso mai è “simile” ma con una ”variazione sul tema” che ci preme evidenziare.

I dettagli percebili  rispetto ad un rifrattore apocromatico  di 130 mm utilizzato per confronto sono a volte superiori, grazie al maggior potere risolutivo e le immagini sono leggermente più luminose. Permettono inoltre, l’utilizzo di filtri planetari rispetto ad un più piccolo apocromatico di 102 mm che si situa nelle stessa fascia di prezzo. E’ quasi sempre  presente una lieve micro-turbolenza che si discosta dalla “calma piatta” visibile nelle stesse condizioni atmosferiche nei telescopi a rifrazione. Potrei affermare, sintetizzando, che nell’osservazione dei dettagli planetari il Meade è più performante in particolari situazioni (dettagli con grande contrasto es: anelli di Saturno e Luna) mentre  un rifrattore apocromatico è sfruttabile in tutte le situazioni oltre che mostrare al meglio i dettagli dal debole contrasto (atmosfera di Giove, etc etc).
Ma anche nel caso dei rifrattori apocromatici, l’intubazione e il metodo di spaziatura delle lente sono importanti nella prevenzione o nella generazione di una elevata turbolenza interna.

Per ciò che concerne le osservazioni lunari, complice anche una rara serata dall’ottimo seeing, il Meade da 7″ ha superato le prestazioni fornite dal catadriottico di 203 mm di confronto il quale era simile, sino ai 200 ingrandimenti, eccetto un maggior luce diffusa, Da quell’ingrandimento in poi sino ai 400x il Maksutov americano ha fornito delle immagini ottime, contrastate, che a tratti svelavano particolari fini, visti con fatica  nel catadriottico non a causa della risoluzione, ma a causa del minor contrasto. Ricordo con piacere la visione delle rime interne al cratere Gassendi, visibili con più facilità, cosi come il materiale lavico da impatto presente nel cratere Tolomeo e decine di microcrateri che avevamo percepito unicamente in rare serate di calma atmosferica attraverso un Celestron 9 ¼.

L’ingrandimento  ottimale medio utilizzato durante i due mesi con il C8 era pari a 200 ingrandimenti, quello con il Meade era di quasi 300 ingrandimenti.

 

alcune immagini ottenute facendo uso di una comunissima WebCam (Vesta PRO)

 

CIELO PROFONDO

In questo caso, penso di andar contro la maggior parte dei commenti sentiti su questa configurazione ottica. Ritengo che questo Maksutov Meade non sia poi cosi pessimo nella osservazione degli oggetti del cielo profondo, la fotografia è ovviamente un discorso a parte.
Il problema del campo ridotto in realtà oltre che causato dal lungo rapporto focale è dato anche dagli oculari utilizzati. E’ ovvio quindi che gli astrofili dotati di un ottimo parco oculari potranno svolgere proficue osservazioni del cielo profondo rispetto ai possessori di telescopi dal rapporto focale inferiore ma utilizzati con oculari con un piccolo campo di vista.

Utilizzando infatti un ottimo oculare Nagler della Televue da 31 mm di diametro dotato di ben 82 gradi di campo ho avuto la possibilità di osservare – seppur il campo, all’atto pratico, risultasse un po’ vignettato – l’intera struttura del doppio ammasso di Perseo, M81 ed M82 e le parti esterne della nebulosa di Orione. Oltretutto, l’immagine fornita era molto più corretta e puntiforme rispetto al Celestron da 8 pollici di nostra proprietà e a quella di un newton di produzione cinese, che mostrava si più campo, ma anche un coma eccessivo. Insomma si è in grado quasi sempre, di abbracciare campi pari a 0.8° senza grossi problemi, fattore che consente di osservare la maggior parte degli oggetti del cielo profondo.

Anche il contrasto mi è stato di aiuto quando era necessario osservare dettagli fievoli come deboli galassie o la varie strutture della nebulosa di Orione. Per chi volesse migliorare ancora queste prestazioni è disponibile un riduttore di focale in grado di abbassare la focale a 2 m.

E’ quindi ovvio che purché ben accessoriato anche le prestazioni su ammassi stellari, ammassi globulari sia di tutto rispetto. Il telescopio, in proporzione al suo diametro ed alla sua lunghezza focale ci è parso oltretutto molto luminoso, soprattutto con l’utilizzo di un ottimo diagonale a specchio da 50.8 mm che con gli oculari sopraccitati, e pur diminuendo il campo apparente non mi ha mai fatto rimpiangere strumenti dal diametro di poco superiori.

CAMPO REALE INQUADRATO

E’ il reale campo angolare di cielo osservabile attraverso il sistema oculare-telescopio.
Il campo reale (CR) è connesso al campo apparente (CA) tramite l’ingrandimento del telescopio (I) mediante la semplice CR=CA/I.

Vediamo qui di seguito qualche confronto effettuato durante i nostri test osservativi

Meade Oculare utilizzato Campo apparente Ingrandimento ottenuto=
 focale del telescopio                                      __________________   ingrandimento
focale dell’oculare
Campo reale=                                     Campo apparente di vista
__________________  
Ingrandimento ottenuto
178 mm
2670 lunghezza focale
Televue Nagler 31mm 82° 2670/35mm=76.28X 82/76.28=1.07°
  Televue Nagler 12mm 82° 2670/12=222.5X 82/222.5=0.36
         

 

 

Celestron Oculare utilizzato Campo apparente Ingrandimento ottenuto=
 focale del telescopio                                      __________________   ingrandimento
focale dell’oculare
Campo reale=                                     Campo apparente di vista
__________________  
Ingrandimento ottenuto
203mm
2000 lunghezza focale
Oculare Ultima 35mm 49° 2000/35:57.14 49:57.14=0.85
  Oculare Ortoscopico Japan Optic 12mm 45° 2000:12:166,6X 45:166.6=0.27