Recensione del telescopio VIXEN VMC 110L

Un piccolo telescopio catadiottrico uscito sul mercato qualche anno fa e non più in produzione. Uno di quei telescopi super discussi e criticati nel mondo dell’astrofilia. Nel test che ho eseguito e nelle modifiche che ho dovuto apportare a questo catadiottrico non posso che confermare lo scetticismo e le critiche che quest’ottica ha maturato nel tempo fino poi a sparire dal mercato e a non essere attualmente più in produzione. Diversa la storia del modello da 200mm che sembra aver avuto un maggior successo e favore dagli astrofotografi.

Il modello esaminato dichiarato VixenOriginalMaksutov è un Cassegrain di tipo Klevtsov, ossia un complesso catadiottrico che monta un gruppo ottico correttore in prossimità dello specchio secondario ed un primario sferico di precisione. La criticità di quest’ottica già sul progetto iniziale che dovrebbe garantire un’ottima correzione sferica e di campo, consiste nel fatto che sono implicate varie superfici e gruppi ottici oltre ad essere presente un’ostruzione davvero notevole dovuta al secondario e agli spider di sostegno.

 

CARATTERISTICHE TECNICHE

Sistema ottico:  VixenOriginalMaksutovCassegrain           

Apertura              110mm

Lunghezza focale             1035mm

Rapporto Focale              f 9.4

Magnitudine limite          12

Potere separatore           1.05″

Diametro del tubo           119mm

Lunghezza del tubo         360

Diametro focheggiato    31,8mm

Peso      2.1kg

Prezzo sul mercato:  Circa 200 euro.

 

Insomma qual è il senso di un simile telescopio? Teoricamente la planarità di campo e l’utilizzo proficuo come potente teleobiettivo o astrografo. La compattezza  e leggerezza.

La presenza di un flipmirror consente di shiftare dalla posizione osservativa a quella fotografica, ma il sistema adottato genera una differenza nel punto di fuoco oltre che nella collimazione,motivo per cui il modello esaminato l’ho impostato in visione diretta.

Il Vixen VMC 110 montato su una Eq5
Il Vixen VMC 110 montato su una Eq5

La costruzione è buona con le solite finiture bianco/rosse della Vixen ed una targhetta blu ove si indicano le caratteristiche ottiche dello strumento.

Purtroppo la manopola che agisce sul meccanismo del flipmirror è in materiale plastico e come ho potuto verificare copre pure una delle tre coppie delle viti di collimazione, motivo per cui sfilarla è un rischio piuttosto concreto che si possa rompere la plastica che va ad inserirsi sul meccanismo a scatto con la quasi matematica certezza che alla terza volta che collimate lo strumento la manopola si rompa e rimaniate bloccati in visione dritta o a 45 gradi. Potevano  visto il pregio del marchio Vixen adottare una manopola quantomeno con un rinforzo metallico interno. 

Il tubo ottico è in alluminio, molto leggero,  e dispone di due coppie di fori per montare sia la slitta originale che una per  treppiede  fotografico. All’interno emerge lo specchio sferico dotato di un’alta riflettività, il tubo di focheggiatura minuscolo  (quindi scordatevi oculari grandangolari) e il supporto del secondario con 4 spider curvi per non generare i classici spikes in visuale e in fotografia su stelle e oggetti puntiformi. L’annerimento del tubo è standard, ma migliorabile.  In fondo alla culatta del telescopio ci sono due gommini che coprono due coppie di viti di collimazione, l’innesto per oculari e accessori, la filettatura T2 e sulla sinistra la manopola che regola il flipmirror. Questa come ho già detto va rimossa per accedere all’ultima coppia di viti di collimazione.

Su queste viti ne ho sentite e viste di tutti i colori, modifiche, sostituzioni ecc ecc. In realtà non c’è alcun bisogno di sostituirle, la mancata tenuta della collimazione è analoga a qualsiasi meccanismo che si trova in altri strumenti a riflessione, qui il problema è dato dalle gommine che coprono le viti che una volta reinserite possono andare a spostare di qualche frazione di giro le stesse se non serrate a dovere. Motivo per cui è sufficiente tagliare per metà della loro lunghezza questi tappini neri onde evitare qualsiasi interferenza sulla meccanica.

L’interno del VMC, qui dopo l’inserimento di una fodera di velluto nero per contenere i riflessi.Nel complesso la costruzione è buona ma il meccanismo del flipmirror a mio parere è totalmente inadeguato e impreciso.

L’ottica:

Il cuore dello strumento è dato dal correttore posto a distanza ravvicinata dal secondario e distanziato di pochi millimetri. Come si vede nelle foto lo strumento è stato analizzato a fondo poiché inviatomi da un amico astrofilo per un controllo. Le ottiche erano scollimatissime, ma c’è da dire che con le tante superfici ottiche interposte, basta davvero spostarsi di poco dalla collimazione ideale per avere un drammatico decadimento della qualità d’immagine.

L’interno del VMC, qui dopo l’inserimento di una fodera di velluto nero per contenere i riflessi.Nel complesso la costruzione è buona ma il meccanismo del flipmirror a mio parere è totalmente inadeguato e impreciso.

Lo schema ottico del VMC ove si vedono anche le gomme che vanno a coprire le viti di collimazione

 

Lo schema ottico del VMC ove si vedono anche le gomme che vanno a coprire le viti di collimazione

 

Il correttore incorporato con lo specchio secondario, sin dalla produzione risulta non annerito ai bordi ed in osservazioni effettuate con il set up standard ho notato numerosi riflessi, dovuti sia alla mancanza di un paraluce sul secondario sia alla mancanza di diaframmi interni.L’anello che distanzia la lente dal secondario è inoltre totalmente lucido.

La prima prova sul campo ha evidenziato una pesante scollimazione, presenza di coma, abnorme sferica e immagini planetarie, stellari e lunari non leggibili. Impietoso il confronto con il TS Apo  115/800 che uso attualmente.  Giove si mostrava come una macchia sfocata anche a bassi ingrandimenti, circondato da un alone diffuso come se fosse immerso nella nebbia.

La luna  era più dettagliata in un vecchissimo acro Paimax 50/500 che tra l’altro non è mai stato un campione in termini di correzione.  Mi sono messo così a gestire la collimazione utilizzando la stella Antares.

Munito di certosina pazienza ho impiegato più di due ore per venirne a capo e avere una collimazione quantomeno decente a conferma di quanto sia complesso collimare uno strumento del genere. Il margine di errore che il VMC consente è davvero minimo.  Con l’ottica collimata il discorso è cambiato per  fortuna. 

Sono riuscito ad osservare le principali bande di Giove ed il transito di uno dei suoi satelliti, ma la definizione di immagine è rimasta sempre bassa e nettamente inferiore a quella offerta da un Mak da 102mm e ancor meno di quella di un Mak 127 Skywatcher.

Al reticolo di Ronchi si è confermata la presenza di una notevole aberrazione sferica con frange convesse e concave al variare della posizione di fuoco. La figura di diffrazione mostra oltre che a un importante spot centrale dovuto alla pesante ostruzione 4 baffi scuri radiali dovuti agli spider. A fuoco per fortuna i dischi stellari sono regolari con colori ben saturi, ma è emerso ad alto ingrandimento un lieve cromatismo laterale dovuto sicuramente al correttore posto sul secondario.

Immagini al reiticolo di Ronchi in Extra focale. Test a 10 linee per mm eseguito su Antares
Immagini al reiticolo di Ronchi in Extra focale. Test a 10 linee per mm eseguito su Antares

 Si evidenzia la presenza di una notevole aberrazione sferica, in questo caso ottica fortemente sotto corretta nonostante il gruppo ottico correttore presente nello schema ottico.

Scoraggiato dalle prestazioni visuali della prima sessione osservativa sono passato a modificare il gruppo ottico correttore e l’interno del tubo, annerendo tutto il  perimetro del correttore e rivestendo l’interno del tubo con una pellicola di velluto nero dati gli abbondanti riflessi che ho riscontrato in osservazioni diurne e sulla luna.

Nella serata successiva dopo aver finemente collimato lo strumento e aver curato tutto il tragitto del fascio ottico proteggendolo da riflessi indesiderati ho notato un netto miglioramento sulla capacità del VMC di mostrare dettagli.

Giove a parità di seeing rispetto la sera precedente si è mostrato nitido con le principali bande e la macchia rossa ben visibile,   Saturno mostrava tutto il suo anello con la divisione di Cassini. Purtroppo era sempre presente un po’ di luce diffusa dovuta al residuo di sferica importante che caratterizza questo modello, ma in modo meno marcato rispetto al set up iniziale.

Sulla Luna ho ottenuto immagini buone con un contrasto più che discreto e una luminosità elevata, ma la risoluzione di immagine e i dettagli visibili sono confrontabili con quelli offerti da un buon rifrattore da 70mm, il quale vince in termini di contrasto e finezza dei dettagli.

Stelle doppie ad alto ingrandimento per fortuna si mostrano nitide con dischi di Airy regolari seppur interrotti dagli spider del secondario in modo simmetrico. Ho notato anche la presenza di una certa cromatica laterale dovuta al gruppo ottico correttore. Sono stati impiegati per le osservazioni oculari ortoscopici della Fujiama, lenti di altissima fattura ottica esenti da cromatismo e aberrazioni varie.

Foto in proiezione afocale della  Luna. Si nota bene la presenza del  residuo di cromatica laterale
Foto in proiezione afocale della Luna. Si nota bene la presenza del residuo di cromatica laterale

Concludendo: non mi è ben chiaro cosa volesse ottenere da questo progetto la Vixen quando il VMC è stato immesso nel mercato. La bassa qualità ottica ed il residuo abbondante di sferica non lo rendono consigliabile neanche ad un principiante.

Se collimato alla perfezione può essere utilizzato come un buon teleobiettivo  per impiego diurno, ma anche qui  trovo di gran lunga superiori come correzione e qualità ottica i vari Makdella Meade e  della Skywatcher da 102/127mm di diametro.  In ambito astronomico il mio voto globale su una scala da 1 a 10  è un 5 dato con molta generosità. Pessimo il sistema  “FlipMirror” e assai scomoda la gestione della collimazione. Il prezzo di circa 200 euro seppur molto concorrenziale,  non lo rende competitivo in termini di prestazioni con un buon rifrattore Acromatico da 102mm o un buon Newton da 130_150mm di diametro.

 

 

Recensione del telescopio Rumak   “Intes Italia Challenger 180” 

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Io provai un esemplare di un telescopio Rumak 180/1800 nel 2003, quando facevo parte dello Staff Tecnico del mensile “Le Stelle”, all’epoca diretto dalla prof.ssa  Margherita Hack e dal compianto Corrado Lamberti.

Propongo qui di seguito le mie passate impressioni, con la speranza che possano essere utili a qualche appassionato.

Se dovessi stilare una classifica per fare notare lo strumento più amato dagli astrofili negli anni Novanta, al primo posto vi sarebbe con certezza lo Schmidt Cassegrain. Questa configurazione ottica, presentata nel 1954 da Alan Hale e Tom Johnson e lanciata sul mercato nel 1966, dopo vari perfezionamenti, ha raccolto nel corso degli anni i consensi di molti osservatori grazie alla sua configurazione ottica compatta è consona a un utilizzo polivalente, pur non eccellendo in nessun ambito.
L’aumento dell’inquinamento luminoso nella nostra penisola sta facendo avvicinare sempre più astrofili all’osservazione e alla ripresa degli oggetti del sistema solare. Molti non potendo scegliere i costosi rifrattori apocromatici, sentono la necessità di utilizzare uno strumento dal prezzo abbordabile che possa fornire immagini contrastate, essere compatto e che possa concedere saltuari trasferimenti per osservare gli oggetti del cielo profondo, sotto i cieli tersi di alta montagna.

Il Rumak di cui parlo in quest’articolo, congloba tutte queste caratteristiche e offre anche qualcosa in più rispetto alla configurazione Schmidt-Cassegrain. Il primo elemento che balza all’occhio è il design molto curato. Su questo terreno i costruttori russi non hanno mai eccelso in passato. Le loro produzioni sono sempre state apprezzate per le ottiche performanti, ma non potevano certo esserlo per le intubazioni e le rifiniture: spartane e pesanti le prime, poco curate le seconde. Ultimamente, invece, forse anche grazie alle esigenze di mercato e alle richieste degli importatori italiani, i progressi sono stati notevoli: le parti esterne del Challenger sono ben anodizzate mentre l’intubazione, dal design finalmente moderno, è coperta da uno strato di vernice bianca: la maggior parte delle viti di fissaggio è celata alla vista. Il menisco è custodito da un coperchio che s’inserisce perfettamente grazie a una leggera pressione, mentre l’interno dell’intubazione è ottimamente opacizzato. Fa bella mostra di sé anche un cercatore 10 x 50, nero opaco, dotato di oculare Plossl di un campo di 5 ° e del supporto per il montaggio dell’illuminatore . Di buona qualità ottica, è provvisto di una messa a fuoco spartana ma efficace, praticabile attraverso la rotazione dell’oculare. L’Intes Italia Challenger 180 riprende la classica configurazione ottica russa Maksutov, realizzata e perfezionata secondo lo schema Ruuten – Maksutov (Rumak), in modo da concedere una maggiore luminosità, e una maggiore correzione delle aberrazioni, punto dolente di tutti i Maksutov classici.
L’ostruzione centrale dello strumento è pari al 33% del suo diametro. Il menisco sferico è di vetro K8 con trattamento multiplo anti – riflesso, trattenuto nella cella da un anello che permette di esercitare una pressione omogenea, mostrando così le immagini di diffrazione molto regolari. A differenza dei menischi fissati tramite più viti, gli specchi, anch’essi sferici, sono di vetro LK-5 alluminato e preservato da un trattamento di Al- SiO2;  ricordo che il secondario è separato dal menisco e collimabile separatamente. Il campo lineare  è di ben 40 mm, la risoluzione teorica è pari a 0”,68, mentre il rapporto focale è stato modificato per un utilizzo più universale e  si attesta sul classico F/10 degli S.C.

Per ciò che concerne le dimensioni, il Maksutov russo denota un’ottima compattezza: la lunghezza del tubo, infatti, è di 730 mm, il diametro esterno di 200 mm mentre il peso netto e di 7 kg. A differenza dei Maksutov tradizionali, il Challenger Intes, utilizza un focheggiatore Crayford da due pollici provvisto di 35 mm di corsa, che non comporta il movimento dello specchio primario, evitando così aberrazioni, deriva dell’immagine e deficit di collimazione. Durante le mie prove si è rivelato molto preciso soprattutto nelle correzioni della messa a fuoco ad alti ingrandimenti. A causa del fuoco decisamente esterno, è obbligatorio l’utilizzo del diagonale e di un eventuale raccordo se si osserva  attraverso oculari dal diametro di 31,8 mm.

Ho messo alla prova lo strumento sulle Prealpi Lombarde a 600 metri di quota, alla presenza di un inquinamento luminoso sufficientemente contenuto: diciamo sotto un cielo da magnitudine 5. In primo luogo ho regolato il secondario attraverso un collimatore della LaserMax TLC 1- 800, affinando in seguito l’operazione con il metodo dell’analisi di un anello di diffrazione stellare ad alti ingrandimenti ( ho puntato Aldebaran, alfa Tauri, magnitudine 0,86). L’immagine a regolazione compiuta, rivelava gli anelli di diffrazione molto incisi e dalla luminosità uniforme.

Testando l’ottica su alcune stelle del cielo invernale ho constatato come questa configurazione fosse più corretta rispetto lo schema Maksutov tradizionale: questo perché il  secondario non è stato ricavato a alluminando la zona centrale del menisco, ma lavorando uno specchio indipendente. Il progettista, quindi, è in grado di trattare il secondario separatamente per poi combinarlo, con maggiore precisione, con lo specchio primario nonché col menisco. L’altra faccia della medaglia è che il supporto che lo regge, provvisto di paraluce, determina un’ostruzione maggiore rispetto allo schema tradizionale.

 In ogni caso, nella prova sul cielo ho riscontrato soltanto una leggerissima aberrazione sferica e la presenza di una lieve coma ai bordi. Queste lacune non inficiano le osservazioni visuali del cielo profondo dato che l’osservatore può tollerare un lieve difetto ai bordi a vantaggio di una  ottima lavorazione sull’asse ottico; del resto, la vocazione di questo strumento non è la fotografia del profondo cielo, in questo campo la prevalenza dei rifrattori apocromatici è fuori discussione.

Nell’alta risoluzione, invece, la qualità dell’ottica, compensando l’ostruzione, non fa rimpiangere uno strumento a rifrazione dal diametro poco inferiore. Come si è detto, lo schema Rumak si distingue dal tradizionale Maksutov per la presenza di un primario e di un secondario sferici entrambi  collimabili, con una focale di 1800 mm :  ciò lo rende usufruibile con profitto anche nelle osservazioni del profondo cielo. Mi è parso quindi ragionevole confrontarlo con il classico Celestron di 203 mm di diametro. Durante una serata particolarmente limpida di gennaio ho puntato i due strumenti verso la Nebulosa di Orione accertando come non vi fossero peculiari differenze di luminosità nelle immagini fornite, questo testimoniava l’ottima rilfessione dell’ottica russa rispetto un buon Schmidt Cassegrain commerciale. Le stelle del trapezio in M42 erano, inoltre, più contrastate nell’Intes Challenger 180. La stessa cosa l’ho appurata osservando gli altri oggetti del catalogo di Messier, come M35 nei Gemelli; M 36, M37, M38 in Auriga; M41 nei pressi di Sirio; il Doppio Ammasso in Perseo. Anche l’osservazione delle galassie M81 e M82 dell’Orsa Maggiore è stata proficua, in questo frangente, il Celestron mostrava l’immagine lievemente più luminosa ma il contrasto superiore del Challenger permetteva di far risaltare le tenui galassie dal fondo cielo.

Ho osservato, inoltre, M51 e M101, visibili come distinte macchie di luce. Sotto un cielo terso di alta montagna le prestazioni sarebbero state ovviamente migliori, purtroppo le condizioni atmosferiche durante gennaio non mi hanno consentito di sfruttare totalmente le potenzialità dello strumento.

 

In una serata dal seeing medio ho nuovamente confrontato il Challenger 180 con il Celestron C8; inoltre, per avere un equo metodo di comparazione nell’osservazione dei dettagli del basso contrasto,  ho utilizzato anche uno stupendo rifrattore alla fluorite di 102 mm della Vixen.

Lo strumento che ha più sofferto delle condizioni atmosferiche è stato lo Schmidt Cassegrain, seguito dal Maksutov russo, il disco di Giove a tratti era fortemente disturbato dalle variazioni del seeing, ma nei momenti di minor turbolenza, ho osservato seppure con difficoltà le bande equatoriali Sud e Nord (SEB e NEB), la banda temperata Nord (NTB) la banda temperata Nord Nord (NNTB); erano, inoltre, ben evidenti le tenui  colorazioni delle bande gassose del Gigante del Sistema Solare. Le immagini svelate dal rifrattore alla Fluorite, erano ovviamente più calme.

Saturno, nelle serie successive, complice una leggera foschia che placava la turbolenza, ha esibito la divisione di Cassini, le sottili differenze di colore nell’anello B, e la discontinuità nei pressi dell’ anello A. L’ingrandimento massimo che ho potuto sfruttare con i Challenger 180 prima del decadimento delle immagini è stato di 360 ingrandimenti  (Plossl da 7,5 mm). In questo caso, la maggior risoluzione del Celestron e dell’Intes, si è fatta sentire rispetto al rifrattore della Vixen.

 

In definitiva il Maksutov Challenger 180 si è rivelato un ottimo sostituto del classico Schmidt Cassegrain.  La compattezza, la qualità ottica, la precisione del sistema di focheggiatura e la focale – portata a 1800 mm con rapporto F/10, permettono di spaziare con profitto dalle osservazioni del cielo profondo a quelle in alta risoluzione.

 

Nota: La sola ottica del Challenger 180 era disponibile nel 2003 al prezzo di 2000 euro, mentre con la montatura M5 Plus dotata di motorizzazione su due assi Mechatronics della Night Technology il prezzo saliva 2750 euro.
Nel prezzo d’acquisto non era previsto il diagonale a specchio ma io avevo utilizzato l’Intes Italia DX2 da 259 euro.  In alternativa, a un prezzo conveniente, il Diaframma forniva il diagonale da due pollici Lumistar della Night Technology che costava 125 euro.

 

Impressioni d’uso del telescopio Vixen VMC 260L

L’opinione di Massimo Masson sul telescopio Vixen VMC 260

Preambolo

Nel mese di settembre 2014, cedendo ad un grave attacco di strumentite, mi sono regalato un Vixen VMC 260L. Precedentemente ho posseduto un Mewlon 210, molto apprezzato, il quale aveva alcune specifiche caratteristiche che successivamente mi sono mancate, e che ho quindi ri-cercato in un altro OTA.

In particolare, l’elemento caratterizzante di cui ho sentito la mancanza è stata l’assenza di lastra/menisco “full aperture”. La lastra/menisco da un lato ha effetti positivi (maggior protezione dello specchio e teoricamente minor turbolenza interna), dall’altro ha effetti negativi (tendenza ad appannarsi e allungamento dei tempi di acclimatamento). Per il tipo di utilizzo che avevo in mente per questo telescopio gli svantaggi della presenza della lastra superavano i vantaggi, così ho proceduto nella scelta.

Specifiche tecniche

I dati tecnici riportati dalla casa sono i seguenti:

Disegno ottico

Riflettore Cassegrain modificato
VMC: Vixen original Maksutov Cassegrain

Apertura

260 mm

Lunghezza focale

3000 mm

Rapporto focale

f/11.5

Back focus (dal bordo posteriore del corpo focheggiatore)

149.4 mm

Back focus con riduttore (dal bordo posteriore del riduttore)

63.5 mm

Coating

DiElectric Coated

Potere risolutivo

0.45 arc. sec.

Magnitudine limite

13.8

Capacità di raccolta luce

1380 x

Cercatore

Opzionale

Filetto adattatore

60mm / 50.8mm

Astrofotografia

Fuoco diretto, proiezione oculare ed afocale

Lunghezza

650 mm (26.7″)

Diametro

304 mm (12″)

Peso

10.9 Kg (24 lb)

Ho personalmente misurato 65 cm dal copriobiettivo alla culatta, e 72 cm compresa la manopola di messa a fuoco.

Il peso sulla bilancia indicava 10,3 Kg senza cercatore ma con avvitato il Baader Click-lock e una piastra Vixen femmina piccola che uso come marcatore di posizione per l’equilibrio del tubo.

Schema del telescopio

Lo schema ottico è proprietario Vixen, in particolare si tratta di un catadiottrico (combinazione di lenti e specchi) derivato dalla famiglia dei sub-aperture Maksutov. E’ dotato di uno specchio primario sferico da 26 cm di diametro (aperto a f/2.5), un secondario (non ho trovato dati sicuri sul fatto che sia anch’esso sferico) supportato da un robusto spider, che ha il compito di reggere anche un sistema di due lenti correttrici (menisco), attraversate quindi ben 2 volte dal fascio ottico (prima e dopo riflessione del secondario) prima di arrivare al punto focale.

Vixen dichiara che questo disegno elimina l’aberrazione sferica e la curvatura di campo, mantenendo un contrasto molto elevato. Anticipando le conclusioni, mi sento di poter tranquillamente confermare quest’affermazione.

Lo specchio primario è mobile, il che consente di disporre di un back-focus molto ampio, pur se modificando la lunghezza focale nominale a seconda del punto di fuoco.












Il VMC ha dei “fatelli minori” (95L, 110L, 200L) ed un fratello maggiore (330L). Il paragone con il 200L appare immediato, ma si tratta di due disegni tutto sommato abbastanza differenti.

Nel 200L lo specchio è fisso e il fuoco si raggiunge con un focheggiatore esterno sulla culatta, inoltre il menisco è formato da una singola lente. Il 200L corrisponde in pieno allo schema “Field-Maksutov” (dal nome dell’amatore Australiano Ralph W. Field, che fu uno dei primi a sviluppare i calcoli per tale tipo di menisco ed a realizzarlo per un primo telescopio reale), mentre nel 260L le lenti correttrici sono, come già anticipato, due. Rientrando comunque nella categoria dei “sub aperture Maksutov”, in base alle mie amatoriali ricerche sono portato a dire che lo schema ottico sia una variante originale sviluppata da Vixen.

L’altra sostanziale differenza con il 200L è il primario mobile, con un sistema di messa a fuoco per traslazione dello stesso, quindi concettualmente simile a quella degli SC più diffusi.

Esiste un riduttore di focale dedicato, che moltiplica la focale per un rapporto di 0.62x, riducendo la stessa da 3000 a 1860, e portando la velocità fotografica dello strumento a f/7.1. Non dispongo di tale riduttore e non ho potuto provarlo, quindi non esprimo alcun giudizio in merito.

Aspetti meccanici

Esteticamente si tratta di un tubo molto “originale” nel panorama degli OTA più diffusi, essendo colorato di un verde metallizzato veramente piacevole al mio occhio (no, non è il motivo per cui l’ho comprato. Si, c’è un certo piacere edonistico in questo), con finiture bianche (estremi del tubo). So esistere anche una versione denominata “PERL” che, com’è facile intuire, ha il tubo color bianco perla invece che verde metallizzato. La versione qui descritta è dotata di slitta in standard Vixen, senza cercatore e visual back.

E’ disponibile una slitta femmina per ospitare cercatori standard Vixen/GSO/SW, ed un raccordo da 2″ sulla culatta. La slitta per cercatore è comoda e consente di usare cercatori meno costosi dei bei Vixen, mentre il raccordo che si avvita sul filetto (M60) è una delle cose più oscene che mi sia capitato di vedere, rispetto al livello del prodotto. E’ piccolo, con due vitine ridicole ed un grano per consentire la corretta assialità. Consiglio di sostituirlo subito con qualcosa di meglio, io ho optato per un Baader Click-Lock che trovo molto comodo (ben gestibile anche al buio), rapido, e robusto.

La parte frontale del telescopio è protetta da un leggero tappo piano in metallo con incastro a pressione. Aspetto positivo è il fatto che sia leggero (un copriottica pesante non serve a nulla), ma il meccanismo a pressione è estremamente poco efficiente, il tappo viene via da solo (mi risulta naturale posizionare l’OTA poggiato con il tappo verso il basso, inizialmente alzando il tubo il tappo rimaneva per terra…) e per migliorare la pressione è necessario ingegnarsi un poco, ad esempio spessorandolo internamente con del nastro isolante. Qui Vixen poteva fare di meglio. Perdono tuttavia facilmente queste piccole “ingenuità” perché facilmente risolvibili, e perché tutto il resto è di ottima fattura.

 

Il tubo è dotato nella parte superiore di una comodissima maniglia. Quando l’ho vista inizialmente ho pensato che fosse “simpatica”, ma non particolarmente utile, invece dopo averla provata la ritengo un ottimo valore aggiunto, che consente di maneggiare (e montare) il tubo con estrema facilità.

La slitta Vixen è dotata di una simpatica accortezza, ovvero una barra in alluminio avvitata su uno dei lati della slitta stessa. La sua funzione è quella di evitare di rovinare la barra a coda di rondine in fase di serraggio. Probabilmente è un’idea intelligente, soprattutto se il tubo viene fissato su morsetti che fanno presa direttamente con le viti, ma ha due svantaggi:

  • primo svantaggio: le viti non consentono di “infilare” la slitta nei morsetti vixen più stretti, come ad esempio quello della montatura EZTouch;
  • secondo svantaggio: la morsa o vite che fa presa non opera direttamente sulla slitta, ma su un elemento aggiuntivo, lasciando un “microlasco” che, pur non avendo all’atto pratico nessuna reale controindicazione, concettualmente mi infastidisce un po’.

Tra l’altro va considerato che ormai (almeno sulle mie montature) le morse sono dotate di barra a pressione che non spinge in un solo punto ma copre una certa lunghezza con maggior sicurezza e senza rovinare nulla. I tempi cambiano…

 

Il tubo non è “piccolo e leggero”, risulta tuttavia ancora facilmente gestibile da una sola persona senza particolari problemi. Io lo utilizzo sia su una montatura William Optics EZTouch, in modo completamente manuale, per un set-up operativo in meno di 2 minuti (ovviamente è organizzato anche lo stocaggio del telescopio, protetto in armadio riparato nel balcone, e della montatura W.O.), sia su una Atlas EQ-G (equivalente Orion della più famosa AZ-EQ6), per un set-up operativo in 5-6 minuti. La Atlas, utilizzata prevalentemente in altazimutale, regge l’OTA con disinvoltura, smorzando le vibrazioni in un paio di secondi o meno. La EZTouch è al suo limite, la utilizzo senza contrappesi per “pigrizia”, ma reagisce ancora bene anche se capisco di avvicinarmi al limite di fluidità dei movimenti, e le vibrazioni vengono smorzate in circa 3/4 secondi. Resta tuttavia un setup estremamente rapido con circa 10″ di apertura, non male! Il tubo corto poi è facile da manovrare manualmente, la posizione dell’oculare in altazimutale resta praticamente sempre la stessa (un tubo più lungo ha la posizione dell’oculare con molta più escursione alto-basso) ed è più difficile da sbilanciare. A volte ho letto che un tubo corto in altazimutale manuale sia meno adatto, ma personalmente non sono di questo parere.

 

La solidità del tubo è ottima, risulta ben fatto ma non eccessivamente massiccio, mi da l’idea di non essere “overengineered”, che è cosa buona, ma di certo è un tubo robusto. Il livello di finiture è buono, non pari ai “blasonatissimi” ma nemmeno molto distante.

Un discorso a parte va fatto per il focheggiatore. Ho avuto diversi SC, un paio di Maksutov ed anche il Mewlon 210 con il medesimo sistema di focheggiatura per traslazione del primario. Ero quindi ovviamente prepato a dover gestire l’image shift. Dei telescopi sopra citati, gli SC hanno lo shift più evidente, seguiti dal Mewlon. Si sono sempre comportati meglio i Mak SkyWatcher (ne ho avuti 2, uno da 7″ e uno da 5″), ma l’image shift è sempre stato presente.

Con mia ENORME sorpresa, il VMC NON presenta alcun image shift, almeno non rilevabile all’osservazione visuale, nemmeno ad elevati ingrandimenti. Forse è eccessivo affermare che non vi sia alcuno shift, ma francamente l’ho rilevato in misura leggerissima (stimo non più di 4″) a 600x, quindi mi permetto di affermare shift nullo. Un vero plauso a Vixen per questa realizzazione.

Tra l’altro, la manopola del focheggiatore ha una forma peculiare per cui il prolungamento ha una manopola più stretta, mentre la base è pù larga. Questo consente di usre la parte finale, stretta, per movimenti “rapidi”, essendo facile da far ruotare rapidamente (ampia variazione del fuoco), e di usare la parte larga vicino alla culatta per una regolazione “fine” (variazione del fuoco più precisa). Il diametro maggiore della manopola infatti consente un maggior controllo della focheggiatura, che in connubio ad un movimento preciso e fluido fa quasi sembrare di utilizzare un focheggiatore demoltiplicato.

Il fatto di non avere un focheggiatore esterno offre il vantaggio di consentire di fisare gli accessori direttamente sulla culatta, ottenendo così una maggiore robustezza del treno ottico collegato al telescopio, sia esso un oculare, una pesante binoculare, o un sistema di ripresa.

In particolare, per quanto riguarda l’osservazione binoculare, a fronte dello svantaggio di modificare la lunghezza focale alle varie posizioni di fuoco, con lo specchio primario mobile si ha il grosso vantaggio di avere una quantità di back-focus enorme (come d’altronde per gli SC e i Mak, e più del Mewlon 210, che in binoculare arrivava proprio “al limite”), che agevola l’utilizzo di molti accessori. Probabilmente anche quelli fotografici, ma non essendo astrofotografo non mi sbilancio su questo punto.

Aspetti ottici, parte prima

In realtà questo scritto nasce senza parti successive, non avrebbe rigorosamente bisogno di una “prima parte” relativa all’ottica, tuttavia nei circa 4 mesi in cui ho potuto usare il telescopio il meteo non è stato molto clemente, dando relativamente poche occasioni per testare e provare, mai con condizioni eccellenti, e quasi mai con condizioni veramente buone, quindi sostanzialmente mi sarei ripromesso di “integrare” il tutto con future considerazioni relative alle osservazioni, una volta provato più in dettaglio. Non so se farò qusta cosa, intanto riporto le mie impressioni dopo pochi mesi di utilizzo (pur se non intensivo).

 

Dovessi partire dalla fine direi sostanzialmente che quest’OTA funziona davvero bene, ne sono estremamente soddisfatto.

 

La (lunga) focale di 3 metri favorisce ovviamente un utilizzo ad ingrandimenti medio/alti, non si tratta di certo di un telescopio da “rich field”.

Il contrasto dell’immagine è molto elevato, più di una volta ho osservato facendo fatica a rendermi conto del field stop dell’oculare usato (nel senso che bisognava proprio andarlo a cercare), tanto è “scuro” il fondo cielo. Le tinte sono piene, la differenza di intensità tra le parti scure e le parti chiare dell’immagine è netta ed evidente.

Le stelle, ed i dettagli degli oggetti diffusi, sono molto puntiformi, e l’immagine è ben definita non solo a centro campo ma anche verso il bordo. Questo è un aspetto che va evidenziato, quasi tutto il campo offerto è nitido e ben corretto (nota: almeno fino ad oculari da 24mm e 68° di c.a., che ho provato).

 

Ho fatto una prova inquadrando M41, con oculari Panoptic 24 (in torretta binoculare), guardando stelle molto vicine (non vere e proprie doppie strette, ma il concetto è simile) ho provato a portarle al bordo del campo inquadrato, per vedere dove la perdita di definizione non consentiva più di distinguerle, arrivando al 90-95% del campo inquadrato senza notare aberrazioni! Un risultato sicuramente notevole, nessun astigmatismo, nessuna coma evidente all’osservazione. Stesse prove fatte anche con altri soggetti puntiformi vicini al limite di risoluzione consentito dalle serate (il seeing non mi ha consentito di avvicinarmi al potere risolutivo teorico dello strumento) ha prodotto i medesimi risultati.

Non mi esprimo sulla planarità del campo, probabilmente un filo di curvatura ai bordi c’è perché rifocheggiando leggermente l’oggetto spostato a bordo oculare ho la sensazione di guadagnare qualcosa in definizione anche in quell’ultimo 5-10%. Come anticipato, queste prove sono state fatte con oculari da 24mm di focale e 68° di campo apparente, per un risultato -teorico- di 125 ingrandimenti e 0,54° di campo reale inquadrato. Dico “teorico” perché ho la sensazione che gli ingrandimenti fossero un poco superiori, probabilmente a causa della modificata distanza tra primario e secondario (nessuno dei quali piano) per la focheggiatura richiesta in torretta.

La visione nitida e precisa su tutto il campo è poi particolarmente piacevole nell’osservazione della superficie lunare, settore in cui questo telescopio sicuramente eccelle, offrendo una visione sia di dettaglio che globale di qualità molto elevata, in quanto contemporaneamente tutta nidita.

Il fatto che il secondario sia supportato da un robusto spider è ovviamente fonte di un’immagine di diffrazione a crociera sugli oggetti più luminosi. Questa cosa ovviamente può non piacere, questione di gusti. Per me che sono “nato” sullo schema Newtoniano non è un problema, da anni ci sono abituato e non mi da alcun fastidio. Tra l’altro in media non degrada particolarmente l’immagine (anche se teoricamente abbassa i valori dell’MTF), a meno di casi specifici (ad esempio una stella doppia esattamente in asse con una delle raggiere di diffrazione, ovviamente in quel caso la luce diffusa ridurrà l’informazione fruibile!), sull’osservazione lunare non si nota nulla, sull’osservazione di Giove non da alcun fastidio.

Invece per me offre anche alcuni vantaggi, è cosa generalmente poco “sfruttata”, ma gli spikes di diffrazione a crociera possono essere utilizzati per una buona messa a fuoco. Se infatti l’immagine è spostata in intrafocale o extrafocale le raggiere sono “sdoppiate”, e sono univoche solo nel punto preciso di fuoco, agevolando l’operazione medesima.

 

Lo “snap test”, ovvero il punto preciso di fuoco, è univoco e preciso, e questo depone a favore della qualità ottica del sistema.

 

Dal punto di vista del cromatismo il telescopio si comporta ottimamente (dopo aver sistemato un problema iniziale di cui relaziono in apposito successivo paragrafo), la tonalità è neutra, molto simile a quella offerta da rifrattori di indiscusso pregio. Per confronto, l’immagine di un ottimo C11 ha un timbro leggermente più caldo, anche se non di molto. La timbrica è simile a quella offerta dal Takahashi TSA 102, che però ha un bianco ancora più freddo/neutro.

Ho ritenuto di render conto del cromatismo avendo lo schema al suo interno due lenti, di fronte al secondario.

 

Un reale difetto dell’ottica, abbastanza anomalo e che non avevo riscontrato in questo modo in altri telescopi, consiste in una sorta di “illuminazione” del campo inquadrato, causata dagli oggetti luminosi posti al di fuori di questo, ad una distanza angolare ben precisa (per fortuna limitata). La cosa è tanto più evidente quanto più è luminoso l’oggetto fuori campo (ad esempio lo è con Giove), fino a diventare fastidiosa se è in gioco la luna. Curiosamente il riflesso sparisce completamente se l’oggetto è direttamente inquadrato (quindi l’osservazione dell’oggetto medesimo NON risente di illuminazioni strane o riflessi fantasma) e si manifesta con l’oggetto fuori dal campo inquadrato di “un bel po’”, che potrei stimare addirittura circa un grado fuori dal campo inquadrato con i Panoptic 24! Quest’area di “fastidio” peraltro è molto limitata, perché basta, appunto, avvicinare o allontanare l’oggetto di pochissimo e l’effetto sparisce, tuttavia in alcune peculiari posizioni da oggettivamente fastidio.

 

Quest’OTA regge bene gli ingrandimenti rispetto al diametro, sono arrivato sulla Luna (soggetto ad alto contrasto) a 600x (Pentax XW 5mm) con immagine ancora leggibile, anche se “difficile”, pur in condizioni di seeing non buono (oscillante attorno a 5 Pickering). Purtroppo non ho ancora avuto occasione di provarlo sotto un seeing davvero buono, ma le aspettative sono estremamente elevate.

Per quanto riguarda la collimazione, la meccanica fa bene il suo lavoro. La collimazione è molto facile, perfettamente prevedibile, e si effettua solo sul secondario (come con gli SC)  con le classiche 3 viti a 120°. Non mi ha portato via troppo tempo, l’unica vera difficoltà iniziale è stata avere una sera con seeing sufficiente per procedere, e sta reggendo bene da un paio di mesi (nel senso che non l’ho più ritoccata e mi sembra proprio sia rimasta dove l’avevo lasciata, a differenza di altre esperienze con tubi in cui ritoccavo ogni utilizzo o due).

Lui e gli altri: CPC 1100

Nessuna vera e propria comparativa stretta (pari condizioni fino ad oculari dello stesso schema e qualità che fornissero medesimi ingrandimenti), ma ho potuto fare alcune osservazioni affiancandolo ad altri telescopi. Il più simile ed interessante affiancamento probabilmente con un Celestron CPC1100, che ritengo tra l’altro un esemplare particolarmente ben riuscito.

Ho potuto effettuare alcuni confronti in alcune serate diverse. Nelle prime occasioni di affiancamento l’esemplare di VMC soffriva di astigmatismo e cromatismo per eccessivo tensionamento del gruppo di lenti del secondario (vedi nota a fine articolo) ma questi problemi sono stati completamente risolti allentando il gruppo ottico.

Nelle osservazioni (soprattutto in riferimento a Luna e Giove) non mi sono concentrato sull’identificazione delle formazioni, quanto piuttosto prevalentemente su un “enigmistico” cercare le differenze.

Primo affiancamento.

La prima volta, con entrambi i telescopi sul balcone, operativi dalla sera precedente e protetti da un telo Geoptik, utilizzati entrambi in altazimutale (il CPC sulla sua forcella, il VMC su montatura Orion Atlas EQ-AZ). A vantaggio del CPC una maggiore stabilità e rapidità di smorzamento delle vibrazioni, praticamente immediato, tuttavia anche il VMC sull’Atlas smorza le vibrazioni tra 1 e 2 secondi, risultando in un’ottima performance.

Gli accessori usati, anche scambiandoli tra i due telescopi, sono stati:

  • visore binoculare Baader Mark V con ortoscopici baader GO (18 e 12,5), diagonale prismatico baader;
  • visore binoculare William Optics con oculari in dotazione (20mm 66°CA) e diagonale a specchio WO;

Seeing discreto (attorno a 6 Pickering). Durante le osservazioni non ho rilevato piume di calore in nessuno dei due OTA, segno di un decente acclimatamento.

M42 – GREAT ORION NEBULA

 

Nebulosa estesa e piena di chiaroscuri in entrambi i telescopi. Non rilevo evidenze differenti tra uno e l’altro. Nel trapezio le 4 stelle sono facilmente visibili in entrambi, ma più puntiformi nel VMC. Nel CPC percepisco la E, nel VMC la vedo chiaramente e percepisco la F. Rispostandomi sul CPC vedo meglio di prima la E, FORSE, ma non ne sono sicuro, a tratti intuisco la presenza della F (forse più che altro perché so che ci deve essere). Devo tuttavia anticipare che in un’osservazione successiva, in simili condizioni, ho avuto la sensazione opposta, di percepire melgio la E nel CPC1100 (sicuramente leggermente più luminosa, pur se meno puntiforme del VMC).

In questa fase dell’osservazione, il VMC è stato usato con il binoculare W.O. (3000/20=150x) e il CPC con binoculare Baader Mark V (2800/18=155x). Il visore Baader con oculari GO è qualitativamente migliore del WO, tuttavia la puntiformità resta migliore nel VMC. In linea generale, mi sento di dire che il VMC concentra la luce in un punto più piccolo ripsetto allo SC, però il CPC è più luminoso. Il VMC ha il vantaggio di avere quasi tutto il campo corretto ed omogeneo.

GIOVE

L’osservazione è proseguita con l’osservazione di Giove fino all’albeggio.

Ancora, la visione era simile in entrambi i telescopi, in questa occasione il VMC ha reso più facile leggere il microdettaglio, che appariva leggermente più impastato nel CPC. I festoni erano più netti, le bande tropicali nord e sud più definite, alcune bande chiare apparivano più nettamente nel VMC. Anche qui però in una successiva serata la situazione si è parzialmente invertita, la maggior luminosità del CPC1100 ha giocato a suo favore. Ho sentore che queste differenze di resa possano essere dipese dalla situazione di reciproco acclimatamento (la variabile principale essendo il CPC, il VMC va in temperatura prima e la mantiene meglio -è aperto!-).

Un punto parzialmente a vantaggio del VMC è la resa del colore rispetto al CPC, il VMC rende i “bianchi” di Giove in modo più neutro, mentre nello SC la tonalità di colore è più calda. Va detto che questa è una cosa rilevabile solo con i due tubi affiancati, solo con lo SC la percezione del bianco resta ottima e solo confrontandolo con un “bianco diverso” si percepisce la differenza.

Secondo affiancamento (1 novembre 2014)

Osservando a partire dalla mezzanotte fino alle 5 del mattino, la situazione era simile alla precedente, ma ho rilevato meno differenze, con un seeing meno generoso che livellava le prestazioni. I dettagli visibili erano gli stessi, osservando sempre in torretta alternando Mark V + Baader GO e TV Pan 24 da una parte, e William Optics standard dall’altra, su entrambi gli OTA.

Anche in tale occasione le differenze più evidenti erano il fondo cielo più scuro nel VMC (osservando con gli  ortoscopici GO si faticava a vedere il field stop, che era più facile da individuare nel CPC1100, probabilmente anche a causa della sua maggior luminosità). Maggior contrasto per il  VMC, con una sensazione di bianco più intenso e nero più profondo. Nel VMC tuttavia c’è l’evidente presenza degli spikes sugli oggetti luminosi, anche su Giove fino a 300x, che ovviamente nello SC non sono presenti. La sensazione confermata è comunque di avere stelle più puntiformi sul VMC, maggior luminosità con il CPC1100.

Terzo affiancamento (1 gennaio 2015)

Seeing medio/buono (tra 6 e 7 Pickering), trasparenza buona, umidità assente, temperatura da 0° a -2° a calare nel corso della notte (tra l’1 e le 4 del mattino), sempre sul terrazzo di casa con i tubi distanziati di un paio di metri, entrambi predisposti il pomeriggio precedente ed esposti all’aperto, che hanno quindi avuto tempo per acclimatarsi, come confermato dal successivo test sulle piume di calore, non presenti. Devo ammettere che sul terrazzo non è la condizione ideale per un test definitivo, sono anche convinto che le correnti convettive possano essere diverse, in momenti diversi su punti anche così poco distanti, quindi tutte le affermazioni sono da prendere “cum grano salis”. Stavolta l’assenza di umidità (e forse il seeing migliore) hanno giocato a favore del CPC (no condensa lastra e prestazioni migliori). Entrambi i tubi ben collimati. Nell’occasione, oltre alle solite prove con le binoculari già precedentemente citate, sono state fatte prove con oculare singolo (diagonale TeleVue Everbrite ed oculari Pentax XW).

Tabella ingrandimenti:

 

VMC 260L

CPC 1100

Mark V + PAN 24

125x CR 0,544 PU 2,1

117x CR 0,58 PU 2,4

Mark V + Takahashi Abbe 18

167x CR 0,27 PU 1,5

156x CR 0,29 PU 1,8

Pentax XW 20

150x CR 0.47 PU 1.7

140x CR 0.5 PU 2

Pentax XW 10

300x CR 0.23 PU 0,9

280x CR 0.25 PU 1

 

Oggetti osservati con il VMC:

Luna al terminatore: la luna è ben definita e netta, contrasto elevatissimo, miriade di particolari. Distorsione geometrica al bordo dovuta all’oculare, ma particolari ben netti e definiti su tutto il campo visivo, molto rilassante.

Giove: si notano NEB e SEB frastagliate, le calotte, varie altre bande. Alcuni inspessimenti in NEB, e frastagliature. A tratti un grosso festone, molto sottile, quando il seeing migliora. Una sottile banda bianca che evidenzia la STrZ a tratti, quando seeing migliora, come per il festone.

M42: visibile il trapezio, la “E” con poca difficoltà, estremamente puntiforme, a tratti intuibile la “F”. Nebulosità estesa con frastagliature.

M41: oggetto molto esteso, fuoriesce appena dal campo inquadrato. Stelle puntiformi, visibili i loro colori. Eccellente la visione omogenea e definita delle stelle fino al bordo campo.

Rispetto al VMC, il CPC si è comportato meglio delle volte precedenti. La “F” era più facile e visibile con più costanza (un po’ meno fine e più luminosa), lo stesso per la banda bianca che evidenziava la STrZ ed il festone su Giove. Forse, ma sono incerto, su M42 un chiaroscuro più evidente vicino al trapezio.

Dovendo sintetizzare delle conclusioni tra questi due telescopi, direi che:

  • il CPC è leggermente più luminoso e meno contrastato. Ritengo possa derivare dalla combinazione di oculari utilizzati su entrambi i tubi, confermata anche dal fatto che il CPC ha più diametro e meno focale, quindi su osservazioni simili il CPC ha meno ingrandimenti e maggiore PU, ma penso dipenda anche dalle caratteristiche intrinseche dei due telescopi;
  • il VMC fa stelle più puntiformi, sia al centro sia soprattutto spostandosi progressivamente verso il bordo, dove la coma dello SC comincia a farsi sentire già dal 60-70% del campo, degradando parzialmente l’immagine. Nel complesso l’immagine del VMC è più godibile qualora si stiano osservando oggetti estesi (es M41 o Luna). Su nebulosità diffuse (es M42) la cosa non è così evidente;
  • il fondo cielo nel VMC mi pare mediamente più scuro, indipendentemente dalla PU. Rilevo che il confine tra il campo inquadrato ed il field stop dell’oculare è più evidente nell’SC che non nel VMC. Questo viaggia di pari passo con la sensazione di maggior contrasto;
  • la tonalità dei colori nel VMC è neutra, la Luna è bianca come ad occhio nudo. Anche il CPC ha una resa cromatica neutra, anche se la tonalità è leggermente più calda (non di molto). Per paragone, la tonalità del VMC è molto simile a quella del Takahashi TSA 102.

Va anche detto che il CPC sicuramente vince per stabilità generale, ergonomia e funzionalità dell’elettronica (ma qui si sconfina sul tema della montatura).

Per quanto riguarda la mia personale preferenza osservativa:

  • sulla luna ho indubbiamente preferito il VMC, immagine piena, contrastata e netta fino al bordo. Ad un esame comparativo delle varie formazioni “minute”, avevo migliore evidenza nel VMC. Le formazioni c’erano anche nel CPC, beninteso, ma erano più immediatamente leggibili e riconoscibili nel Vixen (ad esempio, i craterini al terminatore o le cuspidi appena illuminate avevano forma più netta nel VMC. Non penso fosse una questione di contrasto, visto che la luna ne ha una buona riserva, ma piuttosto una questione legata alla maggior puntiformità del VMC). Classica situazione in cui quello che viene prima visto in un tubo (VMC) viene poi individuato anche nell’altro (CPC), ma non viceversa;
  • su Giove visione simile, il maggior potere risolutivo del CPC gli può far spuntare particolari fini (tipo il festone e la sottile banda chiara subtropicale dell’ultima osservazione), se seeing collimazione ed acclimatamento collaborano contemporaneamente. Su Giove nel VMC ci sono circa gli stessi dettagli, onestamente “più fini” (come del resto su tutte le immagini) il che può anche renderne più difficoltoso il discernimento, alle volte l’immagine è più “facile” nello SC, altre volte più definita nel VMC. Va anche considerato che l’ingrandimento, pur simile, non era mai esattamente lo stesso;
  • su M42 darei un sostanziale pareggio;
  • su M41 darei il vantaggio al VMC per contrasto, puntiformità stellare e mantenimento della qualità d’immagine fino al bordo.

Lui e gli altri: C14

Siamo franchi, qui stiamo parlando di un confronto contro un telescopio con una decina di centimetri di diametro in più, quindi assolutamente impari. Il C14 in questione era un esemplare Starbright Fastar non XLT.

Osservazione in presenza di umidità, cielo trasparente, seeing discreto ma che non consentiva di salire molto con l’ingrandimento (tra 6 e 7 Pickering, più spesso 6).

Il VMC si è comportato bene, il contrasto e l’incisione dell’immagine sono risultati piacevoli, anche se l’immagine è sempre stata più “nervosa” rispetto a quanto osservato nel telescopio più grande, cosa che ho reputato collegata al tubo chiuso dalla lastra correttrice del C14. Putroppo come detto la serata non godeva di eccellente seeing, ma solo medio/buono, il che ha consentito di arrivare solo ad ingrandimenti sui 320x nel C14 e  sui 240x nel VMC (Baader GO 12,5 in binoculare), a scendere fino a circa 165 sul C14 e 125 nel VMC (Panoptic 24, sempre in binoculare). Sicuramente entrambi possono fare di meglio in condizioni di maggior stabilità dell’aria.

Le osservazioni hanno riguardato M42, che mostrava un trapezio evidente, percepibili le stelle “E” ed “F” senza sforzo. Un osservatrice non esperta (e nemmeno astrofila) ha visto la “E” senza suggerimento alcuno, ma la “F” solo dopo aver indicato che forse avrebbe potuto vedere qualcosa in quella zona. Le stelle avevano un leggero rinforzo su un lato, cosa dovuta a mancanza di collimazione fine.

E’ stata osservata M1, la “crab nebula”, ben estesa e facilmente percepibile.

Giove ha offerto una buona visione, pur disturbata da un leggero micromosso. NEB SEB evidenti con frastagliature varie, calotte rigate, presente una tonalità azzurrina su due uncini in fascia equatoriale. Visibile senza sforzo la GRS con una tonalità salmone, ed una certa “confusione” (ma senza vero dettaglio) della parte di banda equatoriale che segue la macchia. Era visibile, evidente e netta, l’ombra di un transito di un satellite. Stupidamente non mi sono segnato quale fosse, ero più preso dal confronto.

Le descritte osservazioni sono state effettuate la sera, e sono riprese la mattina, trovando Giove più inciso (forse gli specchi maggiormente in temperatura) ma senza eventi particolari (GRS o transiti). I satelliti risultavano ben identificabili come dischetti di diametro diverso, e non come semplici puntini.

In questa serie di osservazioni, il C14 ha offerto un’immagine leggermente più grande e contemporaneamente più luminosa. M42 offriva più dettagli nell’intricata nebulosità (difficili da descrivere a parole) ed erano più evidenti sia la “E” che la “F” nel trapezio.

Su M1 onestamente non ho rilevato molta differenza, mi aspettavo francamente di più dai 14″, invece l’immagine era molto simile. Probabilmente in questo caso servirebbe un cielo più scuro o un miglior adattamento al buio.

Giove nel C14 è più facilmente ed immediatamente leggibile, i dettagli sono più evidenti e facili. La risoluzione percepita è leggermente maggiore, la GRS è più immediata netta ed evidente, si distinguono al suo interno almeno un paio di diverse tonalità salmone. I vortici che seguono la GRS sono osservabili con evidenza, e l’immagine è meno turbolenta nel grosso SC.

In questo contesto non ho percepito differenza di tonalità sui bianchi tra i due tubi, ed anche il contrasto mi è parso simile.

Il C14 in proporzione regge meno l’aumentare degli ingrandimenti, l’immagine si sfalda prima ripsetto al VMC al ridursi della PU (ciò va letto nel senso che il C14 regge comunque più ingrandimento in termini assoluti, ma meno in proporzione al diametro).

Il C14 inoltre si appanna. La mattina ad un certo punto vedevo meglio nel VMC, nel C14 tutto era sbiadito. Dopo un colpo di “phon” sulla lastra del C14 però sembrava avessero acceso le luci (nell’immagine al telescopio, intendo!).

La serata presentava comunque parecchia umidità, la mattina tubi risultavano letteralmente bagnati nelle parti esterne in metallo.

Lui e gli altri: TSA 102

Una fugace prova con un Takahashi TSA 102s al fianco, senza dati oggettivi per cui riporto solo sensazioni.

L’immagine del rifrattore è “perfetta”, ciò che si vede è contrastato e netto, senza sbavature, senza difetti. Ovviamente il limite di questi telescopi è il diametro, pur se sfruttato al massimo, ovviamente non si possono infrangere le barriere delle leggi fisiche.

Tuttavia il confronto ha consentito di confermare la piacevolezza dell’immagine del VMC, non voglio definirla “da rifrattore apo”, ma sinceramente posso tranquillamente definirla “da Maksutov di alto livello”, l’unico “disturbo” vero essendo rappresentato dagli spikes di diffrazione dello spider porta secondario.

Anche il contrasto del VMC è competitivo con quello dell’apo, e l’immagine nella sua globalità è altrettanto piacevole, rimanendo i campi stellari (e lunari) finemente puntiformi e definiti fino al bordo. Come piacevolezza, non siamo molto distanti.

Ovviamente il diametro conta, e qui ci sono ben 16 cm in più a favore del VMC, che è in grado di evidenziare particolari più fini sul terminatore lunare in condizioni di seeing medio (stimato circa 6/10).

Va anche ricordato che qui si parla di ingrandimenti relativamente bassi, dai 150 ai 200, il seeing non consentiva oltre, e quindi siamo nel range teorico della parte “buona” della MTF di un 4″. Probabilmente potendo alzare gli ingrandimenti si evidenzierebbe il vantaggio del VMC, tuttavia lo stesso non può allargare più di tanto il campo inquadrato, che resta dominio incontrastato dell’apo (le Pleiadi, il doppio ammasso in Perseo e queste categorie di oggetti sono “impagabili”, completamente inquadrate nel rifrattore, cosa che non si riesce a fare nel Vixen).

Altre considerazioni

Ho comprato il tubo presso l’importatore Skypoint di Udine, che si è dimostrato cortese e professionale. In particolare, dopo la prima prova ottica dell’OTA, mi sono reso conto che qualcosa non andava per il verso giusto. Il tubo mostrava cromatismo sulla Luna, ed allo star test c’erano evidenti segni di astigmatismo, non solo a bordo campo ma anche al centro. Questo tubo non avrebbe dovuto soffrire di tali aberrazioni, quindi il venditore è stato prontamente contattato per segnalare il problema. In questo si è manifestata in pieno la professionalità, in quanto il tubo è stato riportato in sede, ed è stato tentato un intervento tecnico di riparazione che, qualora non avesse prodotto i risultati sperati, avrebbe comportato la sostituzione del telescopio con altro nuovo.

Fortunatamente non c’è stato bisogno di sostituire nulla, e altrettanto fortunatamente il problema era “di poco conto”. In pratica il tutto era dovuto all’eccessivo serraggio del gruppo ottico correttore di fronte allo specchio secondario, che risultava troppo tensionato ed introduceva le aberrazioni sopra descritte. Dopo aver allentato l’eccessivo serraggio, ed aver lasciato il tempo necessario alle lenti per riprendere la loro forma naturale, i problemi sono completamente spariti, infatti come descritto nella parte ottica il tubo non soffre né di cromatismo né di astigmatismo.

Presumibilmente l’eccessivo serraggio deve essere stato dovuto ad una sovrastimata dose di “sicurezza” in previsione dei trasporti internazionali. In verità, cercando in rete ho trovato almeno un altro caso di un utente con un simile problema, risolto allo stesso modo.

Sicuramente l’intervento di sistemazione avrebbe anche potuto essere “casalingo”, ma essendo il telescopio nuovo ho preferito appoggiarmi a chi è competente in materia, e che si è dimostrato professionale sia dal punto di vista tecnico che da quello commerciale. Ora il telescopio è otticamente perfetto!

Ops! L’imballaggio!!!

Ah, si! C’è. E’ di cartone con polistirolo all’interno. Protegge l’OTA. Non è a matrioska in stile Takahashi ma fa il suo dovere.

Le mie conclusioni

Cercavo un tubo di qualità, facile da gestire, rapido da acclimatare (considerato che può stare all’esterno pur se ben riparato), che non si appannasse, che potesse essere messo in funzione in pochi minuti all’occorrenza sull’altazimutale manuale EZTouch, che avesse un diametro ragionevole per non rimpiangere troppo aperture più significative.

 

Ho trovato un tubo robusto ma compatto e relativamente leggero, che non si appanna e va in temperatura in tempi ragionevoli (in considerazione del diametro) e regge le variazioni di temperatura del mio luogo di residenza (credo attorno ai 46° e 18′ N, circa 600 m SLM) abbastanza facilmente.

Se ho fretta, o voglio fare un “mordi e fuggi” (bello fare mordi e fuggi con 26 cm…) lo tiro fuori dall’armadietto ed è sulla EZTouch in 2 minuti, completo di torretta binoculare. Dopo una mezz’ora/tre quarti d’ora generalmente si può iniziare ad alzare gli ingrandimenti.

Se ho voglia di stare comodo, oppure ho più tempo, o non ho voglia di far fatica ad inseguire, in 6 minuti (cronometrati… senza allineamento) è sull’Atlas EQ-AZ, comodo comodo in altazimutale per osservare rilassato.

Ho trovato più contrasto di quanto mi aspettassi e immagini ben definite e puntiformi, con una buona raccolta di luce. Ho anche trovato un bel campo piano e ben definito, senza astigmatismo e coma in visuale, al di sopra delle aspettative.

Non è un telescopio da grandi campi, ma per quello ho altro, tuttavia la lunga focale, che all’inizio mi preoccupava un poco, ho visto che consente di avere facilmente gli ingrandimenti “giusti” per il tipo di osservazioni in cui specializzo questo tubo.

Otticamente l’unico difetto reale è rappresentato dai citati riflessi di oggetti luminosi fuori campo (in poche posizioni specifiche possono diventare fastidiosi). Per “dovere di cronaca”, insieme a questo ricordo l’esistenza dell’immagine diffrazione della crociera del secondario perché può non piacere, anche se a me non da affatto fastidio essendovi abituato fin dalle mie prime osservazioni.

 

E’ un telescopio che mi sta dando molta soddisfazione, mi fa venire in mente quei “segreti ben custoditi” di cui ogni tanto si parla, tanto che alla fine mi chiedo perché non ho deciso di fare il passo prima…

 

Scritto redatto nel mese di gennaio 2015

Massimo Masson

Recensione del telescopio Dall-Kirham Northek 230 DK

 

PREMESSA

Lo scorso autunno mi sono recato presso il quartier generale di NortheK per ritirare un tubo ottico della serie “230DK”, avendo per scopo principale, come anticipato a Massimo Boetto, patron della nota azienda italiana, di utilizzare il loro Dall-Kirkham per un anno intero per verificarne la resa nell’osservazione della Luna e dei pianeti. Questa potrebbe apparire una scelta alquanto atipica dato che tale schema si presta maggiormente alle riprese astronomiche in alta risoluzione, tuttavia in qualità di “nostalgico visualista” sentivo l’esigenza di verificare direttamente all’oculare la resa di uno strumento che personalmente non avevo mai provato.

 1

LO SCHEMA OTTICO

Lo schema ottico Dall-Kirkham presenta varie similitudini con il Cassegrain classico, tuttavia ne differisce per la forma degli specchi. Nello strumento oggetto del test lo specchio primario è ellittico mentre nel Cassegrain è parabolico, e anche lo specchio secondario è differente dato che nel Dall- Kirkham è sferico e non iperbolico. Come tutti gli schemi ottici anche il D-K presenta pregi e difetti. I pregi consistono nell’ottima compattezza e nella migliore ambientazione termica rispetto ai telescopi dotati di lastra o di menisco frontali. Anche il costo di produzione è inferiore a un Cassegrain della medesima qualità ottica, infatti, di solito i costruttori riscontrano maggiori difficoltà nella lavorazione di un secondario iperbolico e pertanto prediligono la lavorazione di un secondario sferico. Ultimo lato positivo, ma non meno importante, il Dall-Kirham, grazie alla conformazione del suo specchio secondario, tollera decisamente bene le scollimazioni rispetto ad esempio al Cassegrain classico.
Come difetti potrei citare, invece, la presenza di un coma sensibile al di fuori dell’asse-ottico, che lo esclude dalle riprese di grandi campi stellari in assenza di uno specifico correttore. E’ovvio quindi che chi acquista questo strumento necessita unicamente di una buona resa al centro del campo, fattore preponderante non solo per gli astroimager ma anche per gli osservatori di pianeti come il sottoscritto.

Seppur, come anticipato, tale schema sia abbastanza economico da produrre, è indubbio che Northek abbia costruito questo telescopio badando particolarmente alla precisione nella realizzazione meccanica e alla minuziosa cura di ogni particolare, come peraltro è visibile nelle fotografie allegate in questo articolo.

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REALIZZAZIONE DELLE OTTICHE

NortheK dal 2008 è distributrice esclusiva per l’Italia delle ottiche Oldham. L’azienda inglese ha visto i suoi albori più di 25 anni grazie a Mr. Norman, il quale vanta una lunga esperienza nella costruzione di sistemi ottici a riflessione, acquisita grazie anche alla collaborazione con varie aziende del settore. 
Negli ultimi due anni un collaboratore del fondatore, Simon King, un valido ingegnere ottico, ha preso le redini dell’azienda, seppur Mr. Norman sia ancora parte integrate della Oldham.

Per mera informazione ho chiesto al patron di Northek il perché di tale scelta. Massimo Boetto mi ha confermato che sin dalla costituzione della sua azienda, hanno deciso di appoggiarsi ad un solo costruttore di ottiche che fosse in grado di seguire delle procedure ben precise e standardizzate nella figurazione e nelle tolleranze costruttive. E’ nata così una collaborazione molto stretta che ha consentito di mantenere alto il livello qualitativo del prodotto, indirizzando le scelte tecniche verso specchi sottili e con un buon grado di finitura superficiale. Sono pochi, infatti, i costruttori in grado di garantire ottiche a diffrazione limitata con spessori molto esigui. Ogni componente ottico è certificato dal costruttore con un sistema di controllo standard (double pass null) e volutamente si è esclusa l’utilizzazione del sistema di controllo interferometrico in quanto ritenuto non adeguato a sistemi ottici astronomici.

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Northek verifica ogni sistema ottico al ricevimento e alla consegna presso il Cliente, rieseguendo i controlli con un proprio metodo e a ottiche montate, in modo da verificare eventuali interferenze della parte meccanica. Una prova sul cielo è il test finale. Gli strumenti, indipendentemente dal certificato ottico, sono garantiti diffraction-limited. Il grado di finitura superficiale è 60/40 SD che è un ottimo standard per strumenti amatoriali.

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SCELTE PROGETTUALI

Ho notato con molto piacere l’assenza di calandratura del tubo. Lo “scheletro” del telescopio NortheK, infatti, è lavorato con estrema precisione partendo da un estruso di 10 mm. Il materiale utilizzato è l’Anticorodal 6060 che è assottigliato e forato per consentirne, direttamente in officina, l’ortogonalità degli assi meccanici. Questo materiale è composto di una lega di alluminio, magnesio e silicio e consente un’ottima lavorabilità oltre ad essere molto resistente alla corrosione. NortheK ha previsto, per questo diametro, due tubi ottici: quello appena citato che consente di non superare i 12 kg di peso e un più leggero (ma più costoso) tubo in carbonio che supera di poco i 9 kg. Il tubo ottico è costellato di viteria di acciaio inox ed ergal, due materiali molto resistenti. La cura dei particolari è “certosina”, in sintesi mi pare vi sia un vero abisso rispetto a certe realizzazioni dozzinali composte di viteria di ferro e da tubi calandrati.
L’anodizzazione blu è molto elegante e dona a questo telescopio una piacevole sembianza “Hi-Tech”. L’interno è perfettamente opacizzato. Il supporto dello specchio secondario è un capolavoro di meccanica e nell’uso pratico ho molto apprezzato la possibilità di inserire, nelle sedi create ad hoc, ben tre chiavi a brugola per facilitare la collimazione anche al buio.

Per ciò che concerne il supporto dello specchio primario, per ragioni di costo non è stato possibile utilizzare il sistema Stabiloblok 25, utilizzato invece nella versione da 250 mm. Per tale motivo lo specchio poggia su un canotto centrale con ben sei punti flottanti e tre appoggi laterali a 120°. Nonostante il disco di vetro sia leggero e spesso soltanto 25 mm, Northek ha deciso di non utilizzare un canotto auto-portante. I progettisti, infatti, dopo varie prove ritengono che la maggior parte delle flessioni e della scollimazioni dipenda principalmente da quest’ultimo.

 

Il NORTHEK DK 230 non è dotato di un’intubazione a traliccio (inutile in uno strumento di tale diametro). L’ambientazione termica dell’ottica si attua grazie alla presenza di tre fori dal diametro di 6 cm. La mia versione è stata costruita nel 2013, dal 2014 l’azienda ha previsto di serie un sistema di ventole aspiranti. Ho notato personalmente la scomparsa delle piume di calore in un tempo compreso fra i 20 ed i 40 minuti, fattore proporzionale al delta di temperatura fra il luogo di utilizzo e quello di stoccaggio, che riscontro in estate e in inverno.

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Il sistema di focalizzazione si avvale di un ottimo Feather Touch da due pollici che denota una buona fluidità, oltre ad un’alta capacità di reggere carichi elevati. Come semplice visualista avrei “tollerato” anche una messa a fuoco più economica, tuttavia comprendo la decisione dell’azienda biellese che posso sintetizzare in questa loro risposta:”Il DK 230, seppur sia uno dei modelli più economici rispetto a quelli da noi proposti, si rivolge ugualmente ad un target “maturo”, per tale motivo la implementazione di una messa a fuoco economica sarebbe stata una contraddizione con le altre scelte progettuali utilizzato per concepire questo strumento.”

NortheK mi ha fornito anche un kit di tubi di prolunga per consentirmi una buona universalità con i vari accessori che utilizzo durante le osservazioni lunari e planetarie. Possedendo unicamente una testa equatoriale Synta NEQ6, installata su un solido treppiede Berlebach Planet, ho deciso di alleggerire un po’ il NortheK DK 230, togliendo la seconda piastra neutra che è installata di serie per il montaggio di eventuali accessori. Ho anche sostituito, con un po’ di dispiacere, il grande cercatore angolato preferendovi un leggerissimo red dot. E’ovvio che con la versione in carbonio non avrei avuto tali esigenze.

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CARATTERISTICHE TECNICHE

L’apertura nominale è pari a 230 mm, mentre il rapporto focale è pari a F/12, si ottiene quindi una lunghezza focale di 2760 mm. Sia lo specchio primario che quello secondario sono composti da vetro Suprax SCHOTT, il substrato è composto da Alluminio quarzato SiO2, mentre lo strehl ratio dichiarato e certificato è pari a 0.96.

L’ostruzione complessiva è inferiore ai classici e più commerciali Schmidt Cassegrain, si attesta infatti sul 30% grazie all’adozione di uno specchio secondario da 55 mm (spesso soltanto 15 mm). Il suo fattore di moltiplicazione è pari a 4.6. NortheK fornisce sempre un certificato ottico per ogni strumento e prima di consegnarmi il telescopio uno dei tecnici di NortheK lo ha controllato, in mia presenza, sia al banco ottico che “sotto le stelle”.  Poco prima della stesura di questo articolo sono stato informato che dal mese di gennaio 2015, oltre al certificato ottico l’azienda di Biella ha deciso di conservare presso i proprio uffici tutta la documentazione dei test effettuati su ogni esemplare, in questo modo saranno sempre pronti a dimostrare che lo strumento ha lasciato la fabbrica secondo le garanzie dichiarate.

USO PRATICO

La fase di setup è abbastanza veloce: il controllo della collimazione è rapido e l’adattamento termico è risultato più veloce rispetto ai classici Schmidt Cassegrain che possiedo o ho posseduto nel corso degli anni.

Osservazione lunare

Nel corso dei mesi ho avute varie possibilità di comparare questo strumento con altri due telescopi di mia proprietà che ritengo molto validi per le osservazioni del nostro satellite naturale: il rifrattore apocromatico alla fluorite minerale Takahashi FS 128 (doppietto di 1040 mm di lunghezza focale a F/8.1) e il mio prediletto Meade Maksutov Cassegrain 7”, ormai fuori produzione, che ho scovato dopo vari anni di ricerca. Per gli amanti della sintesi posso confermare che nelle serate contraddistinte da un ottimo seeing è possibile osservare tranquillamente a 350-400 ingrandimenti con tutti e tre gli strumenti. Ovviamente, grazie al maggior diametro, il NortheK DK 230 svela dei dettagli che spesso sono invisibili negli altri due strumenti, seppur la visione nel rifrattore sia esteticamente più gradevole (cielo più nero al terminatore, nitidezza maggiore, alto contrasto). La superficie lunare, è più bianca rispetto agli altri due antagonisti e, ovviamente, più ricca di minuti particolari.

Osservando i crateri Ptolemaeus e Fracastorius le zone che appaiono lisce nel performante rifrattore giapponese risultano in realtà costellate da micro-crateri quando vengono ammirate nel DK 230. Ricordo che una notte rimasi affascinato dalla presenza di decine di micro-crateri che comparivano vicino alla Rupes Recta e nei pressi della Rima Birt. Facendo uso di oculari ortoscopici di alta qualità, il DK 230 fornisce immagini molto nitide e ben contrastate, con un contrasto superiore a qualsivoglia Schmidt Cassegrain commerciale che io abbia posseduto o utilizzato.

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In linea di massima, quando la turbolenza atmosferica lo consente, un diametro da 230 mm – 250 mm fornisce dei risultati migliori rispetto a qualsiasi rifrattore da 5 pollici seppur di eccellente qualità. All’atto pratico, almeno in questo genere di osservazioni, posso confermare che l’apertura “vince”.

Grazie al tubo aperto e alla culatta posteriore forata non ho avuto problemi di turbolenza interna, del resto questo telescopio lasciava già presagire un’ottima cura dei particolari in grado di assistere l’osservatore nell’uso pratico e lo stesso, dicasi per l’ottima capacità di mantenere la collimazione. Se con i vari Schmidt-Cassegrain che ho posseduto, sono sempre stato costretto a ritoccare l’allineamento dello specchio secondario allo specchio primario, durante ogni trasferta il Northek DK 230 mi è parso resistere anche a lunghi viaggi in auto senza particolari problemi.

Osservazione planetaria

Per ciò che concerne l’osservazione di Giove, il Dall Kirkam, rispetto al Takahashi FS128, mostra un cielo meno scuro e un bordo planetario meno nitido, ma è indubbio che sia i dettagli visibili sia i colori percepibili consentano, alla fine dei conti, di compiere osservazioni quantitativamente più proficue. Ovviamente mi sono sempre avvalso di ottimi oculari ortoscopici e monocentrici, giacché ritengo che “less glass is more.”

Nelle serate ideali per questo genere di osservazioni è quasi impossibile non percepire festoni o ovali, micro – condensazioni e varie irregolarità nella SEB, nella NEB ma anche nella NEBn. Una particolare caratteristica osservabile sino a pochi mesi or sono descritta come “Topolino” e costituita da tre evidenti WOS, è sempre stata decisamente più distinguibile nel NORTHEK DK 230 mentre appariva un po’ a fatica sia nel rifrattore da cinque pollici che nel Meade Maksutov da 7” . Seppur non fornisca la nitidezza e il contrasto di uno strumento non ostruito , il DK 230 ha consentito un’ottima percezione dei dettagli più fini rispetto al classico C9.25, che oltretutto fatica non poco ad ambientarsi termicamente. Se poi ci si avvale di un visore binoculare, la piacevolezza della visione aumenta ancora.

5Fra i vari strumenti comparati nel corso dell’anno (oltre ai sopracitati ho utilizzato anche un  Celestron C11, un C8, un Newton da 250 mm) il Dall Kirkham si è rivelato quello dotato della miglior meccanica: nessun gioco o spostamento durante la focalizzazione, anche ad alti ingrandimenti, nessun problema di“scarsa tenuta della collimazione e cosi via.

Se dovessi stilare la classica tabella con i CONS e i PROS, com’è prassi, potrei confermare questo.

PROS

1) L’alto rapporto focale, pari a F/12, consente di utilizzare oculari dallo schema semplice e focale  comoda. 
2) L’ottima costruzione meccanica e la cura dei particolari consentono di sfruttare al meglio, in ogni condizioni d’utilizzo, questo strumento: si ambienta abbastanza rapidamente, mantiene la collimazione molto bene e fa uso di un eccellente sistema di focalizzazione.
3) Il diametro importante, ma non eccessivo, unito allo schema ottico compatto consente una buona trasportabilità e, almeno nell’uso prettamente visuale, non obbliga ad acquistare montature più costose e ingombranti della classica NEQ6.

CONS

Cito solo due cose, peraltro non imputabili all’azienda. La versione in carbonio, seppur più costosa dovrebbe essere più gestibile con il classico setup Synta Neq6. Northek, forse, potrebbe pensare anche ai pochi “visuali sognatori” come il sottoscritto, fornendo una versione più leggera, senza la barra per montare gli accessori fotografici e il pesante fuocheggiatore (che in realtà è un piccolo telescopio in miniatura). Non essendo un astroimager ma un semplice visualista, non posso citare le prestazioni di questo prodotto in fase di ripresa, tuttavia ho deciso di pubblicare qualche immagine ottenuta da Andrea Maniero. Tale scelta dovrebbe evidenziare cosa è possibile ottenere con un setup simile.

Non mi dispiacerebbe vedere questo strumento anche con una classica livrea bianca, colore che personalmente apprezzo negli strumenti astronomici, anche se tale scelta nasconderebbe le parti anodizzate.

In sintesi, il NORTHEK DK 230 mi è parso un ottimo prodotto, presenta un’alta qualità meccanica e ottica superiore agli standard commerciali degli schemi ottici misti, cui ero abituato, oltre all’eccellente supporto alla clientela garantito dal produttore. Mi pare un valido telescopio per chiunque voglia riprendere la Luna e i pianeti ma anche per chi, stanco dei soliti strumenti commerciali, necessita di un telescopio di nicchia ben progettato.

Con l’utilizzo del NORTHEK DK 230 nell’osservazione degli oggetti del sistema solare, ho rivalutato non poco le prestazioni dello schema ottico Dall Kirkham rispetto ai classici Schmidt Cassegrain . Non nego che mi piacerebbe avere la possibilità di comparare il modello di maggior diametro con il Mewlon 250 e il Vixen VMC 260. Ritengo che potrebbe essere una sfida molto, molto interessante.

Il prezzo di vendita è pari a euro 3800 per la versione con il tubo ottico in alluminio e 4000 euro per la versione in carbonio. I prezzi sono IVA ESCLUSA.

 

Comparativa: Takahashi Mewlon 210 contro Celestron C 9.25

3. TEST DEL TUBO 

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Questo esemplare è stato acquistato usato presso un privato, dal numero di serie si evince che l’OTA è un “vecchietto” del 1997, che però si porta bene gli anni sulle spalle. Meccanicamente integro ed in ottime condizioni, pur con leggeri e normali evidenze d’uso, otticamente ha gli specchi in ottime condizioni ad un’ispezione visiva. Il tubo in oggetto ha subito una modifica “invasiva” da parte di un precedente proprietario, ovvero l’inserimento di una ventola di raffreddamento nella culatta. Il lavoro è stato eseguito professionalmente, il foro nella culatta non ha sbavature e la ventola è stata coperta da una griglia esterna a protezione del sistema. E’ presente anche un piccolo foro per l’inserimento dell’alimentazione, anche questo realizzato ad arte. Nonostante la realizzazione professionale, confesso di non aver mai utilizzato tale sistema per accelerare l’acclimatamento, non tanto per i tempi quanto per il fatto che una sola ventolina ad alta velocità, posizionata circa ad ore 8 guardando il tubo dal retro, mi fa venire il sospetto di poter creare un po’ di astigmatismo fino a quando lo specchio non sia omogeneamente in temperatura. Ribadisco comunque trattarsi di mera ipotesi perché non ho mai effettuato prove specifiche in tal senso.

Uno dei segni dell’età di questo tubo consiste nel fatto che non era dotato dell’originale raccordo Takahashi da 2”, ma in questo contesto ho approfittato della situazione per acquistare l’apposito anello (sostitutivo del pezzo mancante) con uscita “SC” che ha comportato per me due grossi vantaggi:

  • primo e più importante, dal momento che sono assiduo utilizzatore di torretta binoculare, accorciando il percorso ottico il più possibile mi distanzio meno dalla focale ideale di progetto;
  • secondo e più comodo, posso utilizzare eventualmente un vasto parco accessori. In sè non è così fondamentale ma dato che utilizzo (anche) la torretta con prisma Baader, che può ospitare un raccordo a filetto SC, ciò mi consente di avere un sistema meccanicamente più rigido rispetto a quello con i raccordi da 31,8.

Rimanendo nell’ambito della descrizione “meccanica”, mi concedo un paio di commenti sul sistema di messa a fuoco. Il “210” focheggia tramite traslazione del primario con apposita manopolina nella culatta. Ho avuto ad un certo punto un problema con la stessa, che potrei descrivere come un backlash (un gioco) che si verificava al momento dell’inversione del verso di rotazione, accompagnato da una sorta di “slittamento” del punto di fuoco esatto. In pratica capitava che, una volta terminato di ruotare la manopola il fuoco continuasse di pochissimo nella stessa direzione. Invertendo il senso di rotazione per “tornare indietro”, dovevo girare la manopola un po’ a vuoto prima di recuperare il movimento. Tutto ciò era estremamente fastidioso e non consentiva di focheggiare correttamente. In questa situazione inoltre si palesava un po’ di mirror-shift, ma solo in osservazione con temperature basse (diciamo dai 5-8°C in giù). In questa situazione ho provato ad utilizzare prima un focheggiatore esterno Baader SteelTrack, rivelatosi ottimo ma a cui ho presto rinunciato dato che mi consumava parecchio backfocus, per poi provare un più compatto focheggiatore elicoidale TS, comunque limitato al diametro da 1.1/4” e che con l’uso della torretta non risolveva la situazione (ma in torretta potevo ovviare con il movimento fine dei porta oculari).

Ad ogni modo ad un certo punto ho preso coraggio ed ho smontato completamente il meccanismo di messa a fuoco, tentando di regolarlo il meglio possibile. Il risultato che ho ottenuto è stato al di sopra delle aspettative, ora il focheggiatore ha una corrispondenza perfetta con il movimento dello specchio, la tensione risulta adeguata (non troppo duro e non troppo morbido, ma più tendente al duro) e lo specchio, finito di focheggiare, non si sposta minimamente. Come “bonus” di questa operazione, il mirror-shift si è praticamente annullato, ora tutto il sistema di focheggiatura fa onore al blasone che porta, mi ha fatto cambiare idea sul fatto che sia un sistema intrinsecamente instabile (esperienza di qualche SC) arrivando a ritenere che ciò dipenda in larga parte dalla realizzazione meccanica. Probabilmente la situazione si è creata a seguito di precedenti smontaggi in cui questo parametro non è stato adeguatamente preso in considerazione. Resta tuttavia un fastidioso difetto: la manopola di messa a fuoco nel mio vecchio) esemplare era del tipo completamente liscio, e d’inverno a mani nude o con i guanti rende la presa poco sicura. Mi pare di aver capito che nei modelli nuovi la manopola è dotata di apposita zigrinatura, quindi la questione per i nuovi utenti non dovrebbe porsi. Per il mio la soluzione è stata ridicolmente banale, ovvero una piccola guaina in gomma tipo la sezione di una camera d’aria.

Per concludere le osservazioni sul fronte meccanico, un aspetto che apprezzo particolarmente del Mewlon è il fatto che sia completamente smontabile con facilità (ed attenzione, ovviamente!) analogamente alla maggior parte dei riflettori, il che consente di accedere ad ogni sua parte per fare un’adeguata manutenzione. Questo significa anche però che l’utente deve essere disposto a “metter mano”, possibilmente sapendo quello che sta facendo.

La collimazione in se’ non è più difficile di quella di un SC tradizionale, operando con le classiche tre vitine a brugola sul sostegno del secondario, è solamente più sensibile e le viti vanno spostate di entità ridotte, tipicamente 1/10 di giro se il tele non è troppo scollimato. L’unico elemento da toccare per la collimazione infatti è il secondario, quindi la situazione è apparentemente più semplice di quella che deve affrontare l’utente di uno schema newtoniano (che deve tenere sotto controllo più variabili), tuttavia questa è solo una mezza verità, che va letta di concerto con le affermazioni del paragrafo precedente: la collimazione sul secondario è adeguatamente effettuabile solo se tutto il resto dello strumento è meccanicamente già allineato. A parte il fatto che esiste la possibilità di regolare l’assialità anche dello specchio principale (tramite 3 grani a brugola a 120°, per poi venir fissato nella posizione corretta da 3 viti, sfalsate rispetto alle prime, sempre a 120°), cosa che peraltro non ho mai gestito, risulta invece opportuno o necessario controllare che il secondario sia in asse con il primario, e su ciò si può intervenire tramite le razze dello spider porta secondario, come si fa con lo schema newtoniano. In pratica, svitando ed avvitando, a coppie diametralmente opposte, le viti dello spider si allinea il secondario con il primario ponendosi nella condizione di allineamento corretto che è necessaria per una perfetta collimazione. Solo successivamente si potrà procedere con la regolazione degli altri elementi. Si dovrà porre attenzione in questo frangente al fatto di non incurvare due delle razze agendo sulle perpendicolari.

Quest’ampia libertà di regolazioni richiede tuttavia tempo ed abilità, personalmente mi sono molto avvicinato ad una collimazione ottimale e solo recentemente sono riuscito a raggiungere il livello che avrei voluto (aiutato anche dal – costoso – collimatore Takahashi) ma una volta regolato il tutto lo strumento offre grandi soddisfazioni.

I tempi di raffreddamento del tubo sono buoni, essendo uno schema aperto, io al massimo in un’ora in inverno riesco a portarlo in temperatura, ma va evidenziato che il tubo non esce da una stanza calda quanto piuttosto da un riparo chiuso nel sottotetto o in terrazza; al freddo, quindi il delta termico si aggira sulla decina di gradi al massimo. In estate in queste condizioni è praticamente sempre pronto all’uso.

Un punto di forza che va evidenziato è la gestione della condensa, il tubo è come fosse un lungo paraluce e il primario non mi si è mai appannato, anche in notti fredde ed umide a seguito delle quali si raccoglie tutto il materiale completamente inzuppato. Mi sembra che anche il secondario sia ben protetto, la sua sede ha una sporgenza interna che fa da paraluce e non ho mai avuto evidenze di appannamento nemmeno per esso.

Per quanto riguarda finalmente la performance puramente ottica, ciò che alla fine conta in un telescopio, posso dirmi decisamente soddisfatto. Nei limiti dell’apertura direi che i punti di forza possono essere individuati in una purezza di colore assoluta, garantita dallo schema a riflessione pura, un buon contrasto con un fondo cielo scuro, una buona puntiformità stellare soprattutto in asse. Lo schema soffre di coma procedendo verso il bordo del campo (Takahashi dichiara che comunque il tubo non presenta più coma di un Newtoniano aperto ad f/5, cosa che mi sentirei di confermare) ma affatto fastidioso, ovviamente più evidente all’aumentare della lunghezza focale dell’oculare impiegato. Con un SMC Pentax XW da 40mm, massimo campo consentito dall’apertura di 2”, si raggiungono circa 60 ingrandimenti con un campo reale di poco più di 1 grado, ed in queste condizioni al bordo la coma si nota, ma va detto che evidentemente non siamo di fronte ad un telescopio da “rich-field” (cosa che comunque 1 grado di campo reale non è…) ed il suo meglio lo da ad ingrandimenti maggiori.

Con oculari da 1 1/4”, compreso il TV Panoptic 24mm (che offre il massimo campo inquadrato per oculari da 31,8mm) non sono in grado di farmi distrarre in modo particolare dalla coma a bordo oculare. All’aumentare degli ingrandimenti, e riducendo il campo inquadrato, il “problema” si risolve da solo.

Va anche ricordato che, comunque, lo specchio primario è sovradimensionato rispetto all’apertura libera di 21cm, uno dei motivi essendo anche il maggior controllo dell’aberrazione testé citata.

La lunga focale consente di apprezzare anche oculari non eccelsi e, soprattutto, di non essere costretti ad utilizzarne con focali eccessivamente ridotte. Il mio utilizzo è prevalentemente binoculare, e di conseguenza mi posso accontentare di oculari con campi apparenti relativamente ridotti (mi piacciono molto gli ortoscopici) pur traendo buona soddisfazione anche dagli altri.

3.1 Confronto con un Celestron C 9.25

Riporto ora alcune sensazioni personali che ho documentato un po’ di tempo fa già su altri canali, in cui ho avuto la fortuna di poter usare contemporaneamente il Mewlon 210 ed un Celestron C9,25.

L’osservazione ha avuto luogo nelle seguenti condizioni:

  • temperatura 18-15 gradi, a calare nel corso della serata;
  • entrambi gli OTA montati sulla stessa montatura (William Optics EZTouch), uno per lato (quindi direi con le stesse condizioni di seeing locale);
  • entrambi gli OTA montavano gli stessi oculari (SMC Pentax XW da 20mm e da 10mm). Considerando che le due focali in gioco sono di 2350mm (per il C9) e 2415mm (per il Mewlon 210) ho ritenuto che il differente ingrandimento potesse essere trascurabile (gli oculari erano in coppia, quindi ciascun tubo con il proprio oculare);
  • seeing buono, direi oscillante tra circa 6-7/10 della scala Pickering.

3.1.1 Acclimatamento

Il Mewlon è stato portato fuori da una stanza dell’abitazione, non ho misurato la temperatura ma non c’erano molti gradi di differenza. Leggerissima piuma di calore iniziale, sparita sicuramente in meno di mezz’ora. Il C9 è stato tirato fuori da un baule in legno, riposto in un armadio riparato da un sottotetto esposto all’aperto, quindi semi-acclimatato. Ha comunque avuto bisogno di più di mezz’ora per togliere la piuma di calore (non so quanto esattamente, ho interrotto dopo mezz’ora ed ho potuto riprendere dopo un paio d’ore; quando sono andato via non era in temperatura, quando sono tornato si).

Entrambi i tubi sono stati usati subito per osservare il terminatore lunare, poi chiusi con i loro “tappi” e riaperti dopo un paio d’ore.

3.1.2 Condensa

Il Mewlon è veramente notevole: non ha mai fatto condensa, pur avendo il tubo letteralmente bagnato, quasi gocciolante. Bagnato anche il copri-secondario che nasconde le viti di collimazione, ma nessun segno di condensa nemmeno sul secondario.

Il C9 ha in questo aspetto forse il punto più critico, anche con apposito paraluce (ma senza fasce anticondensa o phon) ha retto per un po’, ma dopo una mezz’ora ha iniziato ad appannarsi la lastra, impedendo un prolungato utilizzo proficuo. Questo ritengo sia il maggior problema del C9 in condizioni di elevata umidità ambientale: inizialmente si deve attendere l’acclimatamento ma poi, una volta raggiunto, il rischio che a quel punto si appanni la lastra è tutt’altro che trascurabile.

3.1.3 Collimazione

Mewlon collimato fin dall’inizio. Non direi collimazione maniacale, ma buona (all’epoca non l’avevo collimato io e non avevo ancora iniziato a “smanettarci” sopra). C9 leggermente scollimato, un primo ritocco (con le Bob’s Knobs) dopo 15 minuti di osservazione ed un secondo ritocco dopo che era andato in temperatura, nella seconda parte della serata, per portarlo ad un livello almeno buono, forse anche di più. Entrambi i telescopi avevano manifestato un ottimo star test, con immagini intra ed extra praticamente identiche, anelli perfettamente concentrici con il “puntino” in centro, nettamente separati gli uni dagli altri.

3.1.4 Messa a fuoco e mirror shift

Manopola di messa a fuoco dolce e morbidissima per il C9, più “dura” sul Mewlon. Il C9 è “facile”, il punto di fuoco ha poco margine e si nota subito il fuori fuoco. Il Mewlon ha uno snap test di una precisione incredibile: il punto di fuoco è quello e basta, senza altre possibilità! Fuoco perfetto in un punto, e solo in quello, ancora più evidente che nel C9.

Il C9 che ho usato aveva un mirror shift estremamente ridotto, secondo me un eccellente risultato, e ad alti ingrandimenti lo spostamento non dava alcun fastidio. Il Mewlon in quell’occasione mi aveva sorpreso, non ero riuscito ad individuare mirror shift, l’immagine stava lì, ferma, da qualsiasi parte ruotassi la manopola di messa a fuoco, tuttavia in serate successive il problema si è manifestato al diminuire della temperatura. Ad ogni modo ho risolto come scritto precedentemente rivedendo tutto il meccanismo.

Considerazioni personali: penso di avere avuto per le mani un buon esemplare di C9, ho preso il Mewlon un po’ per sfizio (e, non nascondo, anche perché attirato dal blasone) e un po’ (soprattutto…) perché mi è capitata un’occasione veramente favorevole nell’usato. Come accennato il Mewlon è del 1997, mentre il C9 credo fosse dei primi anni 2000, si trattava di un modello ancora “americano” (quelli con la culatta piatta).

3.1.5 Utilizzo e prova sul campo

Il mio utilizzo di questo tipo di tubo è l’astronomia “da giardino”, esclusivamente visuale, ho bisogno di un tubo veloce (e leggero) da portar fuori per fare “alta risoluzione” su Luna e pianeti in relax, senza troppo impegno (so che l’alta risoluzione si fa cercando il seeing e aumentando il diametro, ma qui ho un setup operativo in 5 minuti. Non 5 minuti “per modo di dire”, 5 minuti di orologio: treppiede, monttura altazimutale manuale EZTouch, tubo leggero, valigetta oculari, finito: ci metto di più a preparare gli oculari che il setup!!!).

Prima di osservare la mia aspettativa era che il Mewlon non sfigurasse con il C9 (visto il diametro maggiore di quest’ultimo) ma che mi offrisse comunque due grossi vantaggi: acclimatamento più rapido e assenza di condensa. Su questi ultimi due punti il Mewlon mi ha pienamente soddisfatto, sulla resa ottica… proseguo con la descrizione.

Primo bersaglio: Luna con fase al 54%. Ho osservato il terminatore, senza concentrarmi sull’individuazione della morfologia ma esclusivamente sui particolari visibili, sia nell’uno che nell’altro tubo. Dico subito che i dettagli visibili erano gli stessi in entrambi i tubi. Dico anche subito però che l’immagine nel Mewlon era percepibile come più piacevole. Minor turbolenza (mi aspettavo il contrario, in verità, a causa del tubo aperto) e colori decisamente più vivi. Tra i due il Mewlon ha un contrasto decisamente più marcato, il cielo è più nero, il bianco della luna è più bianco. L’immagine ricorda veramente da vicino quella di un rifrattore apo, i dettagli sono immediatamente leggibili e molto precisi, “facili” da individuare. Anche il C9 lavora bene, ripeto che i dettagli erano gli stessi, tuttavia meno “immediati”, direi un pochino meno netti. Nei particolari minuti, più di una volta individuavo il dettaglio nel Mewlon (craterino, rima, etc..) e poi lo trovavo anche nel C9, ma mai viceversa. La sensazione che avevo passando dal C9 al Mewlon era quasi di “togliere una pellicola trasparente tendente al giallino”, vedendo la stessa immagine ma più chiaramente.

Gli oculari usati erano SMC Pentax XW da 20 e da 10 su entrambi i telescopi (contemporaneamente), condiderando le due focali quindi circa 120 e 240 ingrandimenti per il Taka, circa 117 e 234 per il C9. Avevo la stessa percezione di ingrandimento non credo che quei pochi ingrandimenti in più o in meno possano aver in qualche modo avvantaggiato il Taka, ammesso poi che gli ingrandimenti fossero davvero quelli dal momento che in questi telescopi la lunghezza focale dipende dalla posizione del fuoco.

Quest’osservazione si è svolta, come accennavo sopra, a strumenti inizialmente “da acclimatare”, poi sospesa dopo poco più di mezz’ora per altri motivi. Ho ripreso dopo un paio d’ore l’osservazione, ormai la Luna era molto più bassa (e vicina ad un fastidioso lampione…), ricontrollando collimazione e acclimatamento di entrambi i tubi. Si vedeva inizialmente più o meno allo stesso modo di prima, ma dopo poco l’approssimarsi della Luna all’orizzonte ha peggiorato le osservazioni ma comunque ho potuto confermare i commenti già riportati sopra.

Il Mewlon mi ha sorpreso, non poco, positivamente. Una cosa non evidente guardando col C9 da solo è il colore della Luna (ed i colori in generale, confermati poi sugli altri oggetti) che sembra “bianco naturale” ma che poi a confronto col Mewlon vira verso il “giallino pallido”. Nel Mewlon la Luna aveva il “suo” colore (quello che si vede ad occhio nudo), passando da un tubo all’altro nel C9 sembrava avesse una leggera itterizia, dipendente dalla presenza della lastra e dei suoi trattamenti.

Queste osservazioni sono state effettuate con un buon seeing (non certo perfetto, ma dalla città direi senz’altro buono), col treppiede appoggiato sull’erba in centro di un ampio giardino (con vari alberi a limitare le fasce di cielo visibili).

Visto che avevo “uno squarcio” di cielo ho puntato (ma anche qui rapidamente) il doppio ammasso in Perseo, con troppi ingrandimenti per poterlo apprezzare nella sua interezza. E’ un soggetto che apprezzo davvero molto con focali più corte o con un buon binocolo. Ad ogni modo, concentrandomi sui dettagli, stesse stelle in entrambi i telescopi. Ottima puntiformità stellare del C9 (acclimatato e collimato, chi dice che fa pallini di polistirolo secondo me o non lo ha in temperatura, o non lo ha ben collimato, almeno per la visione in asse), Mewlon non da meno (anzi, gli darei un leggero vantaggio, anche se si parla qui di differenze “percepibili” e non certo “abissali”…). A parità di area inquadrata, contavo le stesse stelle. Una stellina in particolare, in h Persei, facente parte dell’asterismo che pare uno “scudo”, era visibile al limite, in distolta, sia nell’uno che nell’altro OTA. Anche qui pareggio, ma con il Mewlon vincente sul contrasto: fondo cielo “grigio molto, molto scuro” invece che “grigio appena scuro”, e colori delle stelle più vivi, il che restituisce un’immagine globalmente un po’ più appagante.

Mi interessava “sparare qualche colpo” su Giove, ormai ad una discreta altezza sull’orizzonte (oltre i 45°), quindi ho spostato tutto il setup in un angolo da dove riuscivo a vedere il gigante gassoso. Postazione stavolta non buona, a 2 metri dal muro di casa, con qualche tetto ad una ventina di metri abbondanti di distanza in direzione di Giove, ma non potevo fare altrimenti. I due tubi sempre affiancati, comunque.

Anche su Giove (XW10) si è ripetuto lo stesso risultato avuto sulla Luna: stessi particolari ma più facili nel Mewlon, più contrastato. Giove sospeso su un fondo nero, con colori più vivaci che consentivano di individuare meglio i dettagli. Passare al C9 non riduceva i dettagli ma li “impastava” un poco. Sembrava anche qui di mettere una “pellicola giallina” e il dettaglio rischiava di sfuggire, ma cercandolo si ritrovava. Su Giove erano ben visibili ovviamente la NEB e la SEB, due strutture ovali scure più marcate sulla NEB, evidentemente frastagliata ed irregolare. Irregolare anche la SEB, con una zona più chiara sottostante e una miriade di “striature” verso i due poli.

I 4 satelliti galileiani erano chiaramente dei globi e non puntiformi come le stelle, in entrambi i tubi, anche se non è stato possibile osservare dettagli.

Un punto potenzialmente a sfavore del Mewlon sono gli spikes della crociera a sostegno del secondario, evidenti su stelle luminose e anche su Giove, che proietta 4 ampi “raggi”. Io ho iniziato con un Newton, quindi agli spikes sono abituato, e non mi danno alcun fastidio, ma sul DK ci sono mentre sullo SC no. Un punto che inserisco tra i “difetti” del Mewlon è il basso tiraggio del punto di fuoco (rispetto allo SC), in particolare per l’uso con la torretta binoculare.

In sintesi, se dovessi indicare ciò che più apprezzo nella resa visuale del Mewlon, indicherei una puntiformità stellare ottima, un fondo cielo molto scuro ed una notevole brillantezza dei colori, il che significa ottimo contrasto.