Cinquant’anni fa, i telescopi Alinari

Cosa  sono io e cos’è il mondo? Perché esisto ed esiste il mondo?” si chiedeva Leon Tolstoj nel suo saggio “La Confessione”, in cui ricercava affannosamente il senso della vita. Le scienze sperimentali rispondevano, dice sempre lo scrittore russo, in questi termini: “Studia le infinite modificazioni, infinitamente complesse, che avvengono nell’infinità dello spazio e del tempo e comprenderai la tua vita”. Non ne rimase appagato, e continuò la sua ricerca in altre direzioni. Che mi sia fatto una domanda simile allora, quando è nata la mia passione per l’astronomia? Ne dubito molto, naturalmente, ma potrebbe anche essere stato così: credo di ricordare che la spinta verso il cielo, le stelle, i pianeti e tutto quello che stava lassù, sopra di me, magico, misterioso, fosse nata proprio anche da un vago pensiero di quel genere. Il tutto non poteva essere distaccato da noi. Forse l’uomo aveva avuto la sua genesi in qualche punto misterioso dell’universo?… In ogni caso,   qualunque cosa io avessi pensato, volevo conoscere tutto quanto mi fosse possibile, dovevo avvicinarmi sempre più a quelle splendide luci misteriose, a quello spettacolo straordinario, e i miei occhi non potevano arrivare tanto lontano! Desideravo scoprire anch’io tutti segreti dello spazio, compresi i drammi che il cielo aveva vissuto e che vivrà, di cui avevo letto qualcosa su riviste specializzate trovate nella biblioteca comunale.

Dal desiderio puro bisognava però arrivare alla realizzazione: questa mi sarebbe stata offerta, un po’ più avanti nel tempo, dalla Ditta Ing. ALINARI di Torino, alla quale sarò sempre grato: senza i suoi telescopi forse avrei dovuto accantonare la mia curiosità e abbandonare il mio sogno!

 

Eravamo alla fine degli anni ’50, anni in cui l’Italia, uscita in modo rovinoso dalla guerra, aveva un gran desiderio di rinascere, di crescere, in cui si sentiva nell’aria un grande fervore: le fabbriche riaprivano, il lavoro riprendeva, e nascevano tante nuove attività. Il mutamento sociale, politico e persino religioso che stava avvenendo era fortemente evidente anche agli occhi di un bambino quale ero in quegli anni, attento a tutto quello che lo circondava: il cambiamento era palpabile. Era arrivata in Italia la televisione, per esempio; non tutti potevano ancora acquistarla, ma si andava a vederla dai più fortunati, e questo già ci permetteva di allargare i nostri orizzonti. Tutto quel fervore divenne ancora più intenso negli anni sessanta, quelli del “boom economico”: la società italiana era ancora più elettrizzata, si stava modificando radicalmente, tutto intorno era insomma una piacevole novità. In quell’atmosfera esistevano piccoli gruppi di astrofili che ruotavano intorno all’unico periodico di astronomia: “Coelum” fondato a Bologna nel 1931 da Guido Horn D’Arturo. Per la mia nascente passione era una manna: la leggevo con voracità, mi interessava qualsiasi argomento trattasse. La mia poteva essere chiamata una vera e propria eccitazione per qualcosa di nuovo che si apriva davanti ai miei occhi. L’occasione per passare dal sogno alla realtà arrivò nell’autunno del 1956: i giornali, avevano dato una grande risonanza a un evento astronomico: la “grande opposizione di Marte. La mia curiosità si faceva sempre più intensa, forte.

A quell’epoca la mia famiglia si era trasferita nella periferia sud di Milano: nei dintorni immensi prati e, quello che per me più contava, poca illuminazione: la perfezione per  godersi quel cielo buio ricco di stelle, non solo aumentava sempre più il suo fascino, ma faceva lievitare in me il desiderio di approfondire.

C’era però un grosso problema da affrontare: non esistevano telescopi a prezzi accessibili! In commercio, che io sapessi, c’erano solo quelli della ditta tedesca Zeiss e altri di fabbricazione giapponese, entrambi carissimi, inavvicinabili. La fortuna però mi arrise; infatti, casualmente, mi era venuta tra le mani una rivista del “fai da te” dell’agosto del 1956, che si ispirava a certe riviste americane, in cui si insegnava a costruire dalla radio, a oggetti di tutti i generi; sfogliandola, vidi uno schema molto dettagliato, ben fatto, per la costruzione di un piccolo telescopio adatto all’osservazione di Marte (fig. 1)

 

venduto proprio dalla ditta Ingegner ALINARI di Torino: benissimo, ma per me, a quell’età, era impossibile pensare di riuscire a costruire da solo lo strumento dei miei sogni, ma alla fine dell’articolo ecco un’altra bella sorpresa: i pezzi erano reperibili presso la Ditta stessa, con un costo non molto elevato. Era fattibile, pensai, ma la timidezza mi giocò un brutto scherzo: non ebbi il coraggio di chiedere ai miei genitori di acquistarmi quello che mi serviva… ritenevo che l’avrebbero giudicato un oggetto inutile, oppure non ancora adatto alla mia età, e rinunciai a chiederlo. Decisi però di provare a costruirlo con elementi più semplici: un “fai da te” totale, insomma! Avevo comperato da un ottico una lente biconvessa per presbiti, da un ferramenta un tubo di alluminio del diametro di 4 cm e di una lunghezza focale di 1 metro, le due piccole lenti necessarie per costruire l’oculare: il tutto naturalmente cercando di scopiazzare le indicazioni trovate sulla rivista! Ebbene, pur con tutta la mia buona volontà di ottenere qualcosa di apprezzabile, il risultato fu… pessimo! Il “mio” telescopio funzionava male da un punto di vista sia ottico che meccanico, ma l’entusiasmo di essere riuscito a intravedere i crateri della luna e i satelliti di Giove, sia pur in un modo veramente confuso, mi aveva lo stesso fatto toccare il cielo con un dito!. L’anno dopo, nel 1957, uscì in edicola una rivista, mi ricordo ancora il nome della testata: “Oltre il Cielo”, che trattava di fantascienza e di astronautica, ma anche, qualche volta, di astronomia: mi fu molto utile (fig.2),

inoltre tra le sue pagine trovai anche una piccola pubblicità riferita a quel famoso cannocchiale (fig.3)

 

di cui avevo visto gli schemi l’anno precedente, sempre della Ditta ALINARI, i cui prezzi, – un aspetto molto importante per me – erano ancora i più accessibili sul mercato. Avevo richiesto alla ditta il catalogo, che puntualmente arrivò: era ben illustrato, con una serie di telescopi e di accessori (fig.4).

La mia attenzione si era concentrata su uno di questi, il più economico, un telescopio descritto come astronomico a cui era stato dato il nome “SATELLITER Direct-Reflex” modello standard. Lo chiesi finalmente in regalo ai miei genitori, non potevo più attendere! Ricordo benissimo il momento in cui mi venne recapitato il telescopio, in quella scatola di cartone, avvolto da fogli di un quotidiano, c’era il “mio” primo telescopio astronomico. (fig.5)

All’interno, un piccolo treppiede molto semplice da tavolo, composto da tre aste in metallo, un sostegno in gomma con tre fori per infilare le aste e la forcella con le estremità gommate da infilare in due fori praticati sul tubo in Pvc del telescopio (probabilmente erano materiali utilizzati per l’edilizia). Il modello standard era fornito con una semplice lente biconvessa di 45 mm di diametro, ma con un diaframma in cartone di 25 mm per ridurre le aberrazioni cromatiche, e inserito nel tubo del diametro di 80 mm con un riduttore in lamiera (Fig. 6).

La messa a fuoco avveniva con una sola manopola e il tubo del focheggiatore si spostava in modo micrometico tramite un tubicino di gomma che agiva frizionando sul tubo del focheggiatore; un anticipatore un po’ rozzo dell’attuale Crayford.

Sul tubo del focheggiatore era inserita la “Scatola Direct-Reflex” in gomma dura e spessa con due fori per inserire gli oculari anch’essi in gomma, che garantivano, a detta del costruttore, 50x e 75x (fig. 7).

 

 

 

La visione reflex avveniva tramite uno specchio che si posizionava a 45° tramite la rotazione di una manopola.

Venivano proposti anche due modelli acromatici con l’obiettivo di 45 mm e di 75 mm, descritti come ultraluminosi.

La voglia di osservare era immensa, non vedevo l’ora di metterlo in funzione; insomma, avevo finalmente raggiunto il mio sogno. Ricordo molto bene che feci la prima osservazione puntando il telescopio, tramite il cercatore (privo di ottica), sulla Luna, che casualmente era proprio al primo quarto: rimasi colpito dal fatto che si vedessero molto bene i crateri: una visione emozionante.

Puntai anche su Giove, ma fui un po’ deluso, in quanto non avevo notato differenze rispetto al cannocchiale che mi ero autocostruito. L’immagine era buia, comunque ero affascinato, nelle osservazioni che facevo di Giove notte dopo notte, dalla diversa posizione assunta dai suoi satelliti. Puntai poi nelle notti successive il telescopio verso la spada di Orione, ma la delusione fu forte, perché la nebulosa non era visibile e il trapezio non era ben risolto: il mio strumento, il Satelliter, era poco luminoso per potere osservare gli oggetti deboli come le nebulose. Ne ho un ricordo vivissimo, nonostante siano passati tanti anni. A quell’epoca non avevo nessuna conoscenza di ottica, non mi rendevo conto dell’importanza del diametro dell’obiettivo e della precisione dell’ottica. Conclusione, lo strumento era ancora troppo spartano… dovevo arrivare ad acquistarne uno più potente: si era innescato in me il desiderio di vedere sempre di più della volta celeste, e in modo più netto. Volevo dunque aumentare le potenzialità del telescopio! In mio aiuto arrivò sempre la Ditta ALINARI: reclamizzava nel suo catalogo il telescopio “JUPITER 400X – Direct Reflex”, come lo strumento migliore della casa, un telescopio di grande luminosità e ingrandimento. Questo telescopio aveva un obiettivo acromatico di 120 mm, una focale di 1000 mm. E un peso di 5 chilogrammi. (Fig.8)

Nel catalogo, lo Jupiter 400, era descritto come il telescopio dell’amatore esigente, che desiderava ottenere forti ingrandimenti, estrema luminosità e un’immagine nitidissima priva di aberrazioni. Lo ordinai!

Arrivò infatti velocemente la scatola con lo strumento avvolto nella solita carta da giornale: dava l’impressione di essere un telescopio “vero”, con il tubo in Pvc grigio, montato su una colonna in alluminio fuso verniciato in un grigio metallico, fissabile al tavolo o ad altro sostegno che consentiva i movimenti altazimutali e un contrappeso per bilanciare il telescopio. Era dotato di due oculari di f.14 mm, con un ingrandimento di 75x. Il focheggiatore e la scatola “direct reflex” erano identici al modello Satelliter. Con un oculare opzionabile di 10 mm di focale si arrivava a 100x. In catalogo erano disponibili come accessori tre barlow (sempre in gomma con delle semplici lenti negative) F2 con ingrandimento di 150x, F3 250X e F5 400X.

Era inoltre dotato di un paraluce in lamierino nero, estraibile e corredato da un diaframma in cartoncino nero del diametro di 60 mm. Il costruttore dichiarava che il diaframma inseribile dietro il paraluce, consentiva una migliore osservazione del Sole, dei pianeti o di paesaggi molto luminosi.

Mancando un supporto di sostegno, feci subito costruire da un falegname un solido treppiede per sostenerlo (Foto, 9)

e lo provai sul paesaggio terrestre con il diaframma: che meraviglia, l’immagine era luminosa e dettagliata. Togliendo il diaframma però l’immagine perdeva contrasto e incisione. Pensavo che questo difetto fosse prodotto dall’eccessiva luminosità del paesaggio terrestre, ma di notte, puntando verso l’ammasso delle Pleiadi (M45), mi resi conto che le stelle non erano puntiformi ma apparivano circondate da un diffuso alone luminoso. Provai allora a inserire il diaframma in cartoncino davanti all’obbiettivo e con questo accorgimento l’immagine risultava più nitida ma perdeva luminosità: ne dedussi che il telescopio, perché si potessero ottenere buone osservazioni, doveva necessariamente essere diaframmato. A quei tempi, non ero a conoscenza che quel risultato era dovuto a una forte aberrazione sferica. L’obiettivo era sì acromatico, perché composto da due vetri di differente rifrazione e incollati, ma aveva altri problemi: non avendo nessun tipo di trattamento antiriflesso, appariva, nell’osservazione, anche una immagine fantasma (per i pianeti e le stelle più luminose). Nonostante il risultato fosse ancora una volta un po’deludente e le mie osservazioni non raggiungessero l’optimum desiderato, mi rendevo conto che la gioia che queste mi procuravano era per me molto intensa: lo Jupiter 400 rappresentava comunque un grande traguardo: potevo vedere “da vicino” la Luna, Giove con i suoi quattro satelliti principali, gli anelli di Saturno e il suo principale satellite, Titano.

Mi si era aperta una nuova finestra sul mondo: l’Universo era diventato vivo!

 

QUALCHE ANNO DOPO

Gli anni sono passati e, continuando le mie osservazioni con il Jupiter, è arrivato il 1964. Quando il cielo era limpido, aspettavo con una lieve inquietudine che si oscurasse, che la sera calasse velocemente per veder apparire qualcosa di nuovo. Intanto la Ditta ALINARI proponeva, nel suo nuovo catalogo alcune novità che, come cliente, mi arrivava senza essere più richiesto, tra queste c’era un telescopio che ai miei occhi di allora appariva di una dimensione gigantesca: era il “NEPTUN 1000 X  Direct – Reflex a lunga focale smontabile” (Fig.10),

cioè un rifrattore con lo stesso diametro di quello che già possedevo, 120 mm, ma con una focale di 2 metri, descritto come ultraluminoso, a lunga focale, e anche smontabile. Aveva inoltre un potenziale di 1000 ingrandimenti con un oculare di 10 mm di focale e una Barlow F5 (un ingrandimento assurdo). Per renderne agevole il trasporto, il Neptun 1000 era smontabile e rimontabile facilmente unendo le due parti (una contenente l’obiettivo e l’altra la scatola direct-reflex) mediante delle graffe a vite che si impegnano in fori praticati alla estremità dei tubi da congiungere con un normale cacciavite. Gli oculari di corredo simili ai precedenti modelli erano un F25 mm con 80x e un F14 mm con 140x. Con la lente di Barlow F5 (opzionale) e oculare F10 mm l’ingrandimento “sarebbe” arrivato a 1000x! Il tubo era sempre in Pvc ma di colore bianco.

Di questo se ne sarebbe parlato più avanti nel tempo, quando ne avessi avuto la possibilità, ma la novità che mi aveva ancor più stimolato consisteva nella possibilità di posizionarlo su di un massiccio “basamento altazimutale ed equatoriale” in alluminio fuso delle dimensioni di cm 40×24 (Fig.11)

offerto nel nuovo catalogo e anche di un “meccanismo di movimento elettrico automatico”. Il suo funzionamento era elettrico, con un motore sincrono a 220 Volt 50 Hz. Il meccanismo era costituito da due piastre, una fissa e l’altra mobile, che venivano collegate alla colonna del telescopio. Il costruttore dichiarava che “il moto rotazionale ha una durata di oltre mezz’ora, trascorsa la quale è necessario far ritornare le piastre nella posizione primitiva mediante la rotazione manuale di un pomello: questa operazione dura pochi secondi. Il meccanismo non necessita di regolazioni. Con questo meccanismo l’osservazione della Luna e dei pianeti diviene molto efficace; inoltre è possibile effettuare con esso fotografie a lunga posa” (Fig.12).

In realtà l’inseguimento era un po’ rozzo, impreciso con una catena di trascinamento che si staccava dall’ingranaggio con facilità. Positivo era la possibilità che il basamento e il meccanismo elettrico poteva essere utilizzato, oltre che per il Neptun 1000 X, anche per il mio “vecchio” ma amatissimo Jupiter 400 X. Tutto questo mi avrebbe dato finalmente la possibilità sperimentare la fotografia astronomica, che era diventata, nel frattempo, il mio nuovo desiderio.

Lo ordinai dunque immediatamente alla Ditta di Torino. Arrivò, sempre per posta, e lo provai naturalmente la sera stessa, con la solita forte emozione: il piano inclinato equatoriale aveva un’inclinazione di 45°, dunque adatto per le nostre latitudini. Con il motore sincrono di trascinamento puntai verso il nord, con l’aiuto della bussola incorporata nel basamento. Pochi minuti dopo aver avviato il telescopio, mi resi molto tristemente conto che la catenina si staccava dal suo ingranaggio, vanificando così qualsiasi tipo di inseguimento!

La Ditta ALINARI, sempre nel nuovo catalogo, proponeva una “Speciale Telefotocamera” per fotografia astronomica e terrestre (Fig. 13). Veniva reclamizzata con “la possibilità di fare fotografie astronomiche anche con lunghi tempi di posa e con l’opportunità di fare assumere al telescopio il movimento equatoriale automatico

Non persi tempo ad acquistarla. La fotocamera era in plastica, (infatti utilizzava una semplice macchina fotografica giocattolo che veniva venduta sul mercato a un prezzo molto basso), e utilizzava una pellicola di formato 127. La Ditta ALINARI, aveva asportato dalla macchina fotografica originale l’obiettivo e l’otturatore. Il corpo macchina era stato incollato e rafforzato con quattro viti direttamente avvitate alla scatola Direct – Reflex di gomma. La messa a fuoco avveniva attraverso un vetro smerigliato inserito in una prolunga di gomma nella scatola Direct – Reflex. L’immagine che risultava sulla pellicola era circolare, del diametro di soli 25 mm; la fotocamera era priva di otturatore. Il costruttore consigliava di utilizzare come otturatore, un panno nero o un tappo  di fronte all’obiettivo da mettere e togliere in funzione dei tempi di posa (come avveniva per le macchine fotografiche dell’800).

Il risultato sugli astri? Un disastro! L’inseguimento era impreciso e saltellante, le stelle non apparivano puntiformi, ma erano, sulla pellicola, dei tracciati simili a un elettrocardiogramma! Insomma, ancora una delusione, ma, nonostante tutto, come sempre, non mi abbattevo troppo e non abbandonavo: la passione era sempre forte e il piacere e la pace che l’osservazione astronomica mi donava era fortemente superiore alla delusione che mi avevano dato gli strumenti: con la loro semplice presenza le stelle mi davano una grande carica spirituale ed emotiva.

Era urgente trovare un’alternativa: buttai la “telefotocamera” e pensai di sostituirla con una Reflex , che acquistai,  – a quel tempo, sul mercato si trovavano delle reflex russe “Zenit” molto convenienti nel prezzo – facendo poi realizzare da un tornitore un raccordo per collegarlo al tubo di focheggiatura. Con quella nuova fotocamera, e avendo a disposizione un otturatore con scatti lenti e veloci, fotografai, a fuoco primario, la Luna e i satelliti di Giove.

Ero finalmente soddisfatto.  Il primo passo verso la grande passione, la fotografia astronomica, che dura tuttora, era stato raggiunto! Utilizzai il telescopio Jupiter 400 anche per disegnare i crateri della luna, alternandoli alle foto (Fig.15 – 15b – 15c ).

Il telescopio “Neptun 1000”, anche questa volta, però, non aveva raggiunto le mie aspettative: tutto si ripeteva, e le delusioni continuavano ad essere una costante, ma nulla mi poteva fermare, né le notti passate al freddo, né le zanzare estive sul balcone di casa, né l’insufficienza tecnica dei telescopi, né niente altro.

Quello che il cielo mi offriva era impagabile! Avevo puntato su Giove, la sua immagine non era nitida, ma piuttosto “flou”, e così era per la Luna e per le stelle. Ironia della sorte, il telescopio Jupiter, utilizzato diaframmato, era migliore! Decisi allora di creare un diaframma anche sul nuovo, il Neptun 1000, che, proprio grazie alla sua lunga focale, venne da me utilizzato per le osservazioni solari e in particolare per l’osservazione delle macchie solari: in questo caso, per fortuna, mi dava buone soddisfazioni.

Questi due ultimi telescopi rimasero comunque essenziali per la mia vita di giovane astrofilo, ma l’era dei telescopi Alinari era conclusa, anche se quella Ditta mi è rimasta sempre nel cuore. All’inizio degli anni “70” irruppero sul mercato telescopi a specchio di tipo Newton di diametro 114 mm che fecero progredire  l’astronomia amatoriale dell’Italia. Ma questa sarà un’altra storia…

Ripensando a distanza di tempo alla mia avventura pionieristica, in cui osservavo con tanta gioia e passione la Luna con i suoi crateri, Giove e i suoi satelliti, le stelle doppie, le macchie solari, e tutto quello che si poteva osservare, nonostante i miei strumenti fossero modesti o improvvisati con il “fai da… me”, mi rendo conto di quanto i giovani d’oggi siano fortunati ad avere a loro disposizione mezzi per le osservazioni che la mia generazione di astrofili non poteva nemmeno sognare.

Nello stesso tempo mi consolo pensando a quanto fossi fortunato ad avere sopra di me un cielo così buio da poter vedere, dalla mia casa di Milano, anche a occhio nudo, le stelle di magnitudine più debole, e non una volta celeste sempre più inquinata dalle luci urbane, come purtroppo è la realtà di oggi. Da allora la mia passione non si è mai indebolita, la mia avventura non si è mai arrestata, e continua a darmi soddisfazione: il mio amore per il cielo è sempre andato oltre tutto il resto: con uno sguardo alle stelle dietro il telescopio acquistavo una serenità quasi innaturale, che tranquillizzava il mio animo e smorzava, quando affioravano, le mie inquietudini. E così è sempre stato, fino ad  oggi. Dopo tanti anni, nulla è cambiato, anche se molto è cambiato nella mia vita. Le stelle attraversano molte vicissitudini, e, alla fine, invecchiano. Anch’io, insieme a loro, ho attraversato varie vicissitudini, ma, sempre con loro, …non invecchio!

 

 

 

 

SAN GIORGIO MORAIS, rifrattore 190/2850. La vera e definitiva storia

Questa è la storia del salvataggio, dall’oblio, di uno dei rifrattori “marziani”, più famosi al mondo (dopo i due Merz Schiapparelliani, il Clarck di Lowell, l’Henry di Antoniadi, il Cooke di Cerulli e Maggini

Su reiterato invito e insistenza del caro amico Francesco Toni e Piergiovanni Salimbeni, e di altri ancora, per tributare e ringraziare Marco Scardia, Maurizio Sirtori e Fausto Giacometti e per amore della verità; questa è la storia del salvataggio, dall’oblio, di uno dei rifrattori “marziani”, più famosi al mondo (dopo i due Merz Schiapparelliani, il Clarck di Lowell, l’Henry di Antoniadi, il Cooke di Cerulli e Maggini.)
Il SAN GIORGIO MORAIS, 190 mm , focale 2850 mm appartenuto a Glauco De Mottoni y Palacios.
Della San Giorgio e di De Mottoni, il web racconta molto: http://uranialigustica.altervista.org/sangiorgio/telescopi/index.htm

http://www.astronomianews.it/index.php?p=nuovo_orione&num=238

http://www.astropa.inaf.it/astronomer/de-mottoni-y-palacios-glauco

e quindi non mi dilungherò.
Vorrei soltanto ricordare un episodio particolare avvenuto nel 1986.
Quell’anno fu pubblicato il libro di W. Ferreri e Sinigaglia “Il libro dell’astronomo dilettante” Ed Curcio,  a pag 62, nella foto A era ben riconoscibile il telescopio San Giorgio Morais con una breve didascalia e nient’altro (foto B). Quella foto, che mai ho dimenticato, la divoravo ogni qualvolta mi recavo a Genova per lavoro (viaggiavo frequentemente all’epoca). Ricordo anche le ore spese a cercare invano nelle solari terrazze della città con la speranza di intravedere il bel tubo.
 Alla morte di De Mottoni, il SGM passò di mano al dott. Marco Scardia, astronomo di Merate, noto studioso di stelle doppie, discepolo del Nostro e soprattutto generosissimo e lungimirante nostro benefattore. Il rifrattore fu per anni custodito presso l’abitazione privata di Marco e poi, avendo perduto il fuocheggiatore originale, fu ricoverato presso il laboratorio dell’ArassBrera  per la sostituzione e ammodernamento del moto orario della seducentissima montatura equatoriale Zeiss.
Nel 2014, mentre lavoravo nel settore editoriale, mi recai, durante un imprecisato giorno di primavera, presso lo spazio espositivo del complesso polifunzionale di via Piranesi 10, a trovare un partner editore.
Per caso, notai il cartello dell’Open Care riportante la targa del laboratorio dell’Arass e immediatamente ricordai di aver letto del lavoro del grande Nello Paolucci e del restauro del mitico Merz da 22 cm di Brera. Da lì a pochi minuti, ero già in officina. L’accoglienza fu molto cordiale e inferiore solo allo stupore di vedere la grande macchina del Merz da 49 cm, ormai in fase di quasi ultimato restauro (per un accidentale furto ho perso tutte le foto di quell’evento e delle successive reiterate visite in Arass.)
Paolucci, laconico, mi disse che ultimato il telescopio, esso avrebbe avuto un futuro incerto e probabilmente sarebbe tornato nei sotterranei di Merate. Violenta e contestuale fu la visione che ebbi . Febrilmente, meditavo che simile meraviglia, avrebbe dovuto essere l’Icona dell’imminente esposizione universale del 2015 ! La prima cosa che feci, congedandomi, fu di telefonare a Cesare Baroni e da li, nacque il nostro progetto andato a finire come molti ormai sanno: https://www.binomania.it/phpBB3/viewtopic.php?f=144&t=6380&p=64080#p64080
In Arass, vi era anche un fedele piccolo compagno del 49 cm, il nostro protagonista da 19 cm, di cui però, Aluccia, non sapeva molto se non il nome del proprietario e che era li, sepolto anch’esso da anni.

Inevitabilmente non catalizzò la mia attenzione, ma le cause di cui appena sopra, mi fecero dopo pochi mesi, ripensare.
Prendemmo contatto quindi Scardia il quale gentile e lungimirante, ci diede in comodato d’uso la meravigliosa scultura, raccontandoci del passato meno glorioso, ma ugualmente importante. Questo caso di “serendipity”, mi ha sempre accompagnato nelle cose vere e forti che percepisco emotivamente.
Il “De Mottoni” divenne così uno dei protagonisti fondamentali della nostra Expo ad Opera:
https://www.7giorni.info/eventi-spettacoli/milano-metropoli/all-abbazia-mirasole-di-opera-l-evento-di-expo-in-citta-dalla-terra-al-cielo.html

https://www.mi-lorenteggio.com/2015/11/26/Archivio41610/44575/

Finito Expo, restituimmo molto del materiale espositivo ai proprietari e sponsor e anche i religiosi premostratensi, abitanti dell’Abbazia si dispersero tra la Francia e l’Italia. L’Abbazia diventò nuovamente deserta al Polifunzionale di Opera.
Pochi mesi dopo, il bando di gestione della bella struttura fu vinto dall’OnLus ARCA e da lì a poco, Cesare ed io ci proponemmo, forti del successo della nostra Expo, con un altro progetto.
https://www.uai.it/pubblicazioni/astronews/tag/glauco%20de%20mottoni%20y%20palacios.html
Grande fu da subito ancora l’accoglienza, ma io non ero soddisfatto.
Non sopportavo il destino del “De Mottoni” relegato come lo scheletro di un dinosauro nel nostro piccolo museo e ancora non avevo digerito la medesima inevitabile sorte per il Merz da 49 cm al Museo della Scienza. Volevo quindi rendere operativo il prestigioso obiettivo San Giorgio, rimetterlo sotto Marte e il cielo, fare intorno a lui un nuovo telescopio, mantenendo intatta la struttura originale.

Parlai al consiglio direttivo del progetto dell’epoca, della mia associazione, e quella volta, l’accoglienza fu tiepida e anzi osteggiata. Decisi di fare per conto mio, decisi che mi sarei sobbarcato tutti gli oneri operativi ed economici e poi, si sarebbe visto…
Per mesi, l’unico che m’incoraggiò a distanza e che era costantemente informato, oltre che foriero di consigli, fu l’amico (romantico eremita) Francesco Toni (ironicamente definito principe di Achropolis a Monfestino.)

oltre oceano per sostenere i loro rifrattori da sei e otto pollici.
Possedevo da anni una straordinaria colonna fattami da Davide Dal Prato , Francesco, mi vendette il fuocheggiatore Astro Phisics da 2,7 inch, avevo poi un raro rifrattorino “Goto” vintage da 40 mm foc 400 che avrei utilizzato come cercatore.

Acquistai quindi una montatura equatoriale Urania CRT, da Paolo Casarini, apparentemente ben tenuta, ma del tutto inutilizzabile e che per i sei mesi di Expo servì solo a sostenere lo Zeiss AS 110/1650 che nel frattempo acquistai dal grande Domenico Gellera, ex vice presidente dell’Araas Brera. La montatura, quindi, doveva essere restaurata seriamente ma prima dovevo decidere chi avrebbe intubato l’obiettivo.
La scelta ricadde sull’amico Fausto Giacometti che mi suggerì un tubo a due sezioni e diametri diversi per alleggerire la struttura. Portato l’obiettivo da Fausto, egli lo smontò, lo studiò e lo pose nel suo banco ottico per saggiarne, al ronchigramma, la qualità. Il progetto ottico si rivelò di origine sconosciuta (infatti, è un Morais, pezzo unico) e fu definito buono, il risultato in luce policromatica e molto buono in luce rossa. Gli spaziatori, a giudizio di Fausto non erano originali (molto spessi e in metallo) e decise a breve di cambiarli. Il nuovo risultato fu eccellente in luce policromatica e straordinario in luce rossa, in pratica un super CdE, apocromatico nella radiazione più lunga. Purtroppo, foto di quelle esperienze, nel laboratorio “giocomettiano” non ne posseggo più.
Recuperato il lungo tubo, restava il dilemma di chi avrebbe provveduto alla parte più laboriosa e impegnativa, ovvero il restauro, motorizzazione, anabolizzazione e l’assemblaggio dell’Urania, della colonna e la realizzazione di parti accessorie del tubone.
La scelta non poteva che ricadere sul bravo e competente amico Maurizio Sirtori di Brugherio, che si era già distinto nel restauro del tubo di legno dell’originale “De Mottoni” e in tante altre lavorazioni e personalizzazioni che nel corso degli anni, ha fatto per me e tanti astrofili. Descrivere le difficoltà e le soluzioni che proponeva, sarebbe forse noioso ma il tema era riuscire con pochissimo budget a disposizione,  a fare il “miracolo” !
Con il supporto di Plinio Camaiti, Maurizio s’impegnò moltissimo. Il tubo era bellissimo, la struttura tralicciata (il castello) che avvolgeva il tubo era stato ideato e mirabilmente realizzato a prevenzione di eventuali flessioni, il volante in prossimità del fuocheggiatore, rendeva armonioso ed efficiente il tubone e gli donava grazie ed efficienza. Maurizio, inoltre ideò e trasformò un efficiente sistema di carrellazione del telescopio per brevi spostamenti dal luogo del ricovero, al pratone dell’Abbazia luogo di osservazione.


Nel frattempo, sfortunatamente persi il mio lavoro e le priorità divennero altre, ma il consiglio direttivo della mia associazione (ridottosi a tre elementi, nel frattempo,  Cesare Baroni e Vincenzo Grimaldi , oltre al sottoscritto) decise di avvalersi dei pochi soldi residuali di una sponsorizzazione del comune di Opera rimasti nella nostre casse, per saldare l’operato di Fausto e di Maurizio.


La prima realizzazione del telescopio completo, tuttavia non fu altrettanto efficiente: la montatura non inseguiva, inoltre, sembrava sottodimensionata nonostante l’irrobustimento.
Un paio di volte, con la collaborazione di Roberto Boccadoro del Gruppo Astrofili di Brugherio e della sua immensa station wagon, il tubo, la montatura e la colonna fecero la spola Brugherio/Opera.
Il problema non era semplice e probabilmente più di uno. Decisi allora di mettere un’inserzione su Astrosell cercando una monumentale, vecchia e solida montatura che equipaggiava i vecchi Meade riflettori da sedici pollici e che sapevo essere molto ricercata e utilizzata dagli appassionati visualisti  oltre oceano per sostenere i loro rifrattori da sei e otto pollici. 
L’amico Andrea Cuozzo, ora presidente dell’Associazione Astronomica Pavese, mi segnalò che disponibile e molto vicina ad Opera, una montatura dotata di un tubo Newtoniano Meade da sedici pollici. In pochi giorni mi accompagnò a Cecima, presso l’osservatorio planetario di Cà del Monte, dove conobbi il presidente Fabrizio Barbaglia (al quale avevo venduto tanti anni prima un rifrattorino da tre pollici e che mi mostrò fiero, finemente ricoperto di cuoio in puro stile steam punk). Fabrizio, gentilissimo, cordiale, competente, approvò subito il progetto e per poche centinaia di euro mi cedette la montatura.


Fabrizio, era letteralmente sempre in osservatorio, preso a osservare, modificare, migliorare la strumentazione, a ricevere ospiti e nonostante gli impegni, mi promise che sarebbe venuto ad Opera mettere l’occhio nel SGM.   Purtroppo Fabrizio, circa un anno fa,  fu portato via da qui, prematuramente.
Andrea acquistò il tubo (trasformato in seguito, dal solito Sirtori, in dobson) e la nuova montatura fu quindi smontata, anabolizzata, migliorata, abbellita, motorizzata, riverniciata sopra citato “eroe” e solo dopo altre peripezie ed altrettante spole tra Brugherio /Opera, resa definitivamente operativa e funzionale 


Il prestigioso strumento fu quindi…duplicato: l’icona originale fu custodita nel museo con la denominazione  “De Mottoni” mentre il nuovo telescopio, operativo sotto il cielo, fu battezzato “San Giorgio Morais”, abbreviato con l’acronimo “SGM” .
Poi il caro amico Raffaello Braga provvide a una profonda pulizia della cella e delle  prestigiose lenti.
Tali strumenti rappresentano ormai per molti astrofili (conosciuti e non)  una delle attrazioni più significative della nostra suggestiva Abbazia 


Nel breve futuro, sembrerebbe che la lungimirante e generosa amministrazione comunale, provvederà a dare al leviatano operativo una degna sistemazione in territorio comunale, (probabilmente in  uno dei tanti giardini adiacenti la cittadina, a garanzia della massima,meritata funzionalità.
Ma la storia continua…
Questo articolo è pubblicato anche su www.binomania.it


I misteri della Specola di Villa Toeplitz

Ho trascorso molti giorni consultando le biblioteche locali e gli archivi storici, contattando esperti di storia dell’astronomia, avrà risolto il mistero?

www.binomania.itSeppure ci sia ampia documentazione sull’abitazione e sulla vita dei coniugi Toeplitz, le notizie riguardanti la specola e la strumentazione astronomica sono così ridotte da avermi obbligato a una vera e propria indagine. Ho trascorso molti giorni consultando le biblioteche locali e gli archivi storici, contattando esperti di storia dell’astronomia, arrivando addirittura a varcare le porte di un noto seminario della provincia di Varese e ad acquistare libri in lingua polacca!

Di Piergiovanni Salimbeni

Questo articolo è anche disponibile sul sito web : www.binomania.it, sempre di proprietà dell’autore.

 

Le persone che devo ringraziare sono molte e saranno citate tutte, alla fine di questo articolo.

 

La villa

La lussuosa abitazione che sorge sulla collina ai piedi del Sacro Monte di Varese, fu costruita alla fine del 1800 come residenza di campagna di una famiglia tedesca. Il banchiere polacco  Giuseppe Toeplitz, delegato amministrativo della Banca Commerciale Italiana, l’acquistò a cavallo della Prima Guerra Mondiale, prodigandosi, sin dall’inizio, in eccellenti migliorie


Una parte del bellissimo parte che circonda Villa Toeplitz a Varese

 

Grazie alla collaborazione dello Studio parigino L Collin A.Adam & C. Paesaggisti fu ampliato il parco. Costruirono  una gradinata monumentale in porfido di Cuasso al Monte, delle canalizzazioni e dei mirabili giochi d’acqua, in cui spiccano ancor oggi delle fontane a mosaico, composte da marmo grigio di Carrara. 

Il parco, attualmente aperto al pubblico, è caratterizzato da una incredibile varietà di specie vegetali, anche esotiche, che sono un perfetto trait d’union con le geometrie delle vasche e delle fontane che richiamano i giardini degli imperatori mongoli.


La specola di Edvige Toeplitz ormai inagibile

Edvige Toeplitz.
Tali migliorie dipendevano, più che altro, dalla passione di Jadwiga Mrozowska, italianizzata con il nome di Evdige che diventò la seconda moglie del commendatore dopo un periodo di vedovanza.

“Donna Edvige” era figlia di proprietari terrieri polacchi e ricevette una educazione prettamente classica. Nel 1900 debuttò come attrice sul palco del teatro municipale di Varsavia.Si sposò nello stesso anno con un proprietario terriero impiegato di corte, ma il matrimonio durò solo tre anni. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale prestò servizio come infermiera e alla fine del conflitto cercò di trasferirsi in Italia ma fu imprigionata a Perugia. Giuseppe Toeplitz la fece liberare, se ne innamorò e la sposò nel 1928.

Una fotografia d’epoca ritrae Jadwika Mrozowska da giovane

 

Edvige divenuta la “signora Toeplitz” mutò le sue abitudini e le sue passioni; si dedicò allo studio della matematica e dell’astronomia e iniziò a dedicarsi ai viaggi esplorativi. Tra il 1919 e il 1927, infatti, si recò in Birmania, India, Ceylon, Mesopotamia, Persia, Kashmir e Tibet. Il suo viaggio nel Pamir, ai confini con la Russia la portò alla scoperta di un passo montano che reca ancora oggi il suo nome.

Grazie a questa passione, fu l’artefice della progettazione del parco, ma anche della costruzione della specola astronomica. Che fu costruita con la collaborazione del professore Emilio Bianchi (1875-1941), all’epoca direttore dell’Osservatorio di Brera, oltre che creatore del Planetario di Milano e dell’Osservatorio di Merate.

La lungimirante passione per l’arte, la cultura e le missioni umanitarie, trasformarono Villa Toeplitz in un crocevia di personaggi importanti e di artisti. Edvige fu anche acclamata in varie città europee, soprattutto a Parigi, per le sue stupende conferenze riguardanti i viaggi e i giardini esotici, oltretutto esposte in un francese fluente. Dopo la morte del marito, che avvenne nel 1936, Edvige vendette la villa ai Fratelli  Giuseppe Giovan Battista e Carlo Mocchetti.

Successivamente nel 1972 fu ceduta al comune di Varese, attualmente la villa Augusta, sulla sommità della quale è installata la Specola è stata ceduta alla Università Insubrica, ai piani inferiori ha sede una sala conferenziale e un distaccamento della facoltà di Fisica.

 

Data l’importanza della famiglia, ma anche della stupenda specola, che domina la villa Augusta, pensai erroneamente di  acquisire con facilità informazioni su di essa e sulla strumentazione utilizzata da donna Edvige Toeplitz.

In realtà non è stato così semplice!

 

Alla scoperta del telescopio

Di primo acchito mi parve che chiedere informazioni all’ Osservatorio Astronomico G. V. Schiaparelli del Campo dei fiori di Varese, fosse la scelta più’ ovvia.

In realtà mi fu unicamente confermato che anni or sono il  Professor Furia, compianto direttore dell’osservatorio, chiese al comune di Varese  di ritirare la Specola  per creare un’altra postazione astronomica. Purtroppo nessuno era a conoscenza della strumentazione utilizzata dalla signora Edvige. Pensai quindi che fosse utile compiere un sopralluogo nella specola per verificare la presenza di qualche traccia – anche sulla pavimentazione- da cui avrei potuto desumere la presenza di uno o più’ telescopi.

Dopo aver contattato l’archivio storico di Varese, che possiede un’ampia raccolta di informazioni riguardanti l’attività di esploratrice  di Edvige Toeplitz, fui rimandato al dirigente dell’Area infrastrutture e Logistica dell’Università’ degli Studi dell’Insubria che mi avvalorò l’inagibilità della specola, consigliandomi di contattare  un altro collega, responsabile della manutenzione degli stabili dell’Ateneo per verificare se fosse possibile, in qualche modo, accedere all’interno . Purtroppo sono ancora in attesa di una risposta.


Peccato sia inagibile, un pezzo di storia varesina, lasciata marcire…

 

Cercando informazioni negli archivi delle biblioteche e in quelli digitali, trovai, finalmente, una fonte molto interessante: la vendita alla famiglia Mochetti riguardava unicamente la  villa, la “strumentazione astronomica”, invece, fu donata da Donna Edvige a un importante istituto religioso della provincia di Varese.

Grazie alla collaborazione dell’amico Paolo Monti, noto collezionista di binocoli d’epoca e impiegato presso il Seminario di Venegono Inferiore, appresi che i religiosi, custodivano da anni alcuni telescopi.
 

Presi quindi contatto con  Don Natale Castelli,  il professore di Fisica del Liceo del Seminario, ormai chiuso dall’anno 2002, che mi confermò della presenza di un telescopio antico nel laboratorio di fisica. I miei occhi si illuminarono! Non ebbi il coraggio di fare ulteriori domande e gli chiesi immediatamente di poterlo andare a esaminare.

Fortunatamente i quattro laboratori sono stati riaperti e lui è il referente e  di questo progetto, oltre a essere il curatore del sito  http://www.fisicainvideo.it/ insieme a Don Adriano Sandri. Per questo motivo ci accordammo, scegliendo un giorno in cui era impegnato con le scolaresche esterne.


Il telescopio fa capolino da una finestra del seminario di Venegono (VA)


Portai con me l’amico e compagno di molte osservazioni planetarie, Federico Caro, un appassionato di telescopi a lungo fuoco, nonché proprietario di uno stupendo esemplare di Zeiss AS 150 mm f/15. Federico sarebbe stato un ottimo giudice super partes in grado di frenare il mio coinvolgimento. Ero, infatti, molto  intenzionato a scoprire cosa fosse custodito, all’epoca, nella specola di villa Toeplitz che avrei potuto confermare forzatamente solo mere supposizioni.



Il telescopio

I tiepidi raggi di sole di una luminosa mattina di fine Ottobre filtravano fra gli antichi alberi del viale che portava al seminario. Arrivati di fronte al seminario, trovai l’unico parcheggio libero sotto uno degli ampi finestroni dell’edificio, scesi  dalla macchina e per poco non sobbalzai: si intravedeva all’interno  un “lungo tubo”! Senza saperlo eravamo arrivati sotto l’aula di fisica e Don Castelli stava già  armeggiando allo strumento per consentirci di ammirarlo. Quello, forse, era il telescopio appartenuto a  Donna Toeplitz!


 Un particolare del rifrattore: notare le godronature fatte a mano e la cura dei particolari


 Appena  entrati fummo accolti dal professore e da Piero Fanchin, un suo collaboratore che si era preso cura del telescopio durante il corso degli anni. Ebbi la conferma ufficiale che si trattava – senza ombra di dubbio –  del telescopio appartenuto alla famosa esploratrice polacca.


Don Natale Castelli e il sig.Piero Fanchin


In seminario furono molto disponibili:, ci diedero la possibilità di esaminarlo fotografarlo e osservare, seppur fosse giorno. Nei giorni successivi ebbi ulteriori conferme: il collega di Don Castelli,  Don Andriano Sandri, mi diede una informazione molto interessante e per l’ennesima volta rimasi stupito dalle coincidenze.


La montatura era composta da ottone, bronzo e argento, tutto lavorato minuziosamente e con estrema cura


Conosceva una persona  che aveva compiuto delle osservazioni astronomiche con quel telescopio e il suo nome era Don Elio Gentili… il mio ex-professore di chimica che non vedevo da quasi trentanni!
Per onor di cronaca non posso esimermi dall’evidenziare che Don Elio è un noto entomologo, esperto di idrofilidi del genere laccobius.
Nei giorni successivi fissai anche con lui, un appuntamento e fu ancora più’ preciso,mi disse, infatti che il telescopio fu donato nel 1947 da Edvige Toeplitz a “Don Silvio” il suo ex-professore di Fisica e che il mio professore lo utilizzò, negli anni Cinquanta, quando era studente liceale in seminario.


L’oculare ingranditore per facilitare la lettura

 All’epoca osservavano più’ che altro in primavera e in estate. Era custodito all’esterno, sotto un androne, per poi venire smontato, annualmente,  nelle casse di legno originali.  Erano stati donati anche decine di accessori, (io vidi soltanto un oculare e tutti mi confermarono che degli accessori non c’era più’ traccia.). Don Elio ricordò con molto piacere le osservazioni lunari e planetarie compiute con il telescopio di Donna Toeplitz. Pare che lui e Don Silvio avessero anche costruito un telescopio newton (ora custodito in un altro laboratorio) e che volessero creare un osservatorio in cima al campanile del seminario per la divulgazione dell’astronomia. Contattarono anche un  fabbro di Tradate per la costruzione della cupola. La proposta fu  però bocciata da Monsignor Bernardo Citterio, che preferì  non avere ulteriori visite dall’esterno, relegando così il telescopio di Edvige Toeplitz  a meri usi occasionali.

La catalogazione

Ammetto che la prima caratteristica che io osservai, e forse anche Federico, fu l’obiettivo del telescopio. Centimetro e calibro alla mano, verificammo un diametro di 125 mm e un’apertura focale pari a F/15. Non c’erano riferimenti sulla cella, ma per fortuna era ancora ben evidente un incisione nei pressi del focheggiatore con evidenziato:” La Filotecnica-MILANO”  ”.


Il telescopio e la sua montatura equatoriale con movimenti a orologeria


La Filotecnica Saimoiraghi

Il 25 Novembre del 1801 nacque a Pinerolo, Ignazio Porro, l’inventore del prisma omonimo,  da giovanissimo intraprese la carriera militare dove fece un rapido avanzamento di carriera grazie alla sua genialità: a soli 24 anni, infatti, era già capitano del Genio ed aveva realizzato, il tacheometro, uno strumento in grado di  compiere con precisione i rilievi topografici..
 Dopo una breve esperienza con l’apertura di due piccoli  laboratori, fondò a Milano, nel 1865, la Filotecnica. Oltre  a produrre questi strumenti per la geodesia, inaugurò una scuola  di ottica e un nuovo laboratorio per la creazione degli strumenti di misurazione. Un suo allievo, Angelo Salmoiraghi, entrò in azienda nel 1870 e la rilevò due anni prima della morte del suo maestro, che avvenne nel 1875.


L’obiettivo necessiterebbe di una bella pulizia

Grazie all’inventiva di Salmoiraghi la piccola officina si  trasformò rapidamente in una grande impresa produttrice di strumenti ottici e di precisione.

Nel suo catalogo, infatti, erano presenti anche alcuni telescopi rifrattori equatoriali da 380 a 110 millimetri di diametro.


Una pagina del catalogo Filotecnica (collezione Marco Bensi e Giuliano Tallone)

Dopo aver confrontato alcuni cataloghi d’epoca, appurai, finalmente, che il telescopio installato nella specola di Villa Toeplitz a Varese, era e un rifrattore acromatico a lungo fuoco “Filotecnica Salmoiraghi” da 125 mm di diametro aperto a F/15 (?) come visibile in questa pagina del Catalogo  Riassuntivo della ditta “La Filotecnica” Ing.A Salmoiraghi & C ” fornita gentilmente da Marco Bensi, restauratore e collezionista di strumenti d’ottici d’epoca .


Un’altra pagina dello stupendo catalogo di Marco Bensi

Questo telescopio è importante da un punto di vista storico, non solo perché di produzione italiana, ma anche perché non esistono moti strumenti astronomici marchiati Filotecnica.
 Un rifrattore simile è di proprietà del noto collezionista di telescopi d’epoca Massimiliano Lattanzi che ne ha restaurato un esemplare, alcuni anni or sono. Potete vedere le varie fasi del suo minuzioso lavoro, alla seguente  pagina: http://www.refractorland.org/instruments/Salmoiraghi.htm


L’amico Federico Caro posa, soddisfatto, vicino al telescopio di Donna Toeplitz

Il  costo. Comprensivo di sei oculari, era di 5000 lire (presumibilmente senza montatura) dato che lo stipendio medio di un operario era di 350 lire, si trattava senz’altro di un bell’investimento, senza contare i soldi proferiti per l’acquisto della montatura e di altre accessori.
Per fortuna alla famiglia Toeplitz non mancava di certo il  denaro.


Piergiovanni Salimbeni osserva, finalmente, nel telescopio di “Donna Edvige”


Ho apprezzato molto i particolari di questo strumento dai pregiati movimenti ad orologeria, al tubo in legno di noce, dalle  manopole godronate, ai meccanismi in ottone, sino ai piccoli ingranditori (in argento!) per visualizzare senza fatica i cerchi graduati. Una breve analisi, purtroppo diurna, mi ha anche portato  a ritenere, che questo  Filotecnica fosse un obbiettivo definito C-e , ossia perfettamente acromatico   nel rosso-verde, ma che non mancava di evidenziare  un alone azzurro intorno a Marte. Gli appassionati di Schiaparelli, ricorderanno, infatti,  che l’amato astronomo era solito utilizzare un filtro rosso per eliminare il problema.
 Il telescopio Di Edvige era stato costruito nella stesso periodo in cui era ben conosciute le gesta del famoso planetologo di Savigliano e di Percival Lowell . Esisteva, infatti, una vera e propria moda di costruire i telescopi ottimizzati per l’osservazione di Marte.


Ringrazio tantissimo la disponibilità del Seminario di Venegono per avermi anche concesso di accedere alla loro meravigliosa biblioteca


Spero di poter osservare anche io, prima o poi, il “pianeta rosso”, con questo strumento che come visibile nelle fotografie, seppur sia ben conservato,  necessiterebbe almeno di una corretta pulizia del doppietto acromatico che ha mostrato ugualmente una buona nitidezza dei particolari diurni inquadrati.

 

Presumo che donna Edvige Toeplitz lo acquisto’ negli anni Trenta, dato  che analizzando la documentazione presente nel ricco archivio storico di Varese (grazie anche alla pazienza e collaborazione dell’archivista Mario Bianchi)  ho trovato il progetto della Soc.An .Luig Grandi (foto) datata 1924, dove si può notare l’assenza della cupola che sarà poi costruita sopra la torre quadrata ..


Ho rintracciato, inoltre, una ulteriore conferma della relazione amichevole fra Emilio Bianchi e Edvige Toeplitz nel suo libro”Visioni Orientali” (Io possi


Lo stupendo parco di villa Toeplitz

edo un edizione del 1930 edita dalla Mondadori) dove a pagina 46, cita espressamente: “dall’illustre mio amico astronomo Professor Emilio Bianchi”.

Il mio sogno?

Beh, senz’altro far restaurare il telescopio, riuscire a portarlo nuovamente nella Specola che andrebbe finemente restaurata, creare un piccolo museo dedicato a Donna Toeplitz e un’associazione per organizzare eventi culturali e astronomici.

Chi volesse discutere con me di questo progetto, potrà contattarmi compilando il modulo on-line

 

Rimangono ancora dei misteri da svelare!
La cupola ospitava altri strumenti?
Chi l’ha costruita?
Cosa si nota al minuto 1.14 di un noto film italiano degli anni Sessanta, ambientato nella Villa?
Lo saprete nella seconda parte di questo articolo.

 

Ringraziamenti
Anche se molti editori non comprendono il lavoro che c’è dietro un “semplice articolo” tantissimo tempo e anche un po’ di denaro  è stato speso per la sua stesura , anche grazie al supporto, alla pazienza e alla competenza di queste persone, che ringrazio pubblicamente:

Paolo Monti, Massimiliano Lattanzi di http://refractorland.org/ e Giuliano Talloni , collezionisti ed esperti di telescopi astronomici vintage
Don Natale Castelli e Don Adriano Sandri del Seminario di Venegono Inferiore
Luisa Beatrice Negri, scrittrice e giornalista
Chiara Cattaneo e Luca Buzzi dell’Oss. Astronomico Campo dei Fiori di Varese
Luca Molinari, prof. di Fisica
Marco Castiglioni del Museo Castiglioni di Varese
Carlos Ferrario e Rita Brilli , nipote e figlia del giardiniere di Villa Toeplitz
Marco Bensi, storico della Filotecnica
Guido Montanari dell’Archivio Storico e curatore del Patrim. Archivistico della Banca Commerciale Italiana
Mario Bianchi dell’archivio storico di Varese
Marco Catalani e Pagano Oriana di LuxOttica
Dott.Ferruccio  Maruca
Don Elio Gentili