Recensione della torretta binoculare Baader MaxBright II

Questa è una di quelle recensioni che avrei voluto scrivere mesi fa, gli appassionati di tutto il mondo aspettavano con ansia un aggiornamento della torretta binoculare Baader MaxBright, compreso il sottoscritto. Grazie alla collaborazione di mhzoutdoor.com ho avuto la possibilità di testare un esemplare durante Luglio, per saggiarne le prestazioni.

Vi ricordo che è anche disponibile una breve video-recensione visibile all’interno di quest’articolo e sul mio canale Youtube. Se volete, potreste iscrivervi per rimanere sempre aggiornati.

GUARDA LA VIDEORECENSIONE! Premi sull’immagine per vedere il video.

Lo strumento è venduto con un’ottima valigetta dotata di sistema di pressurizzazione a due valvole che consente di tenere a bada muffe e umidità. All’interno, ben protetti, sono presenti: il visore, un naso da 31,8 mm, un correttore ottico (glasspath da 1.7x), la flangia Zeiss e una piccola chiave per lo smontaggio degli accessori.  Questo combo è molto professionale e potrebbe far presagire un prezzo di acquisto certamente superiore, soprattutto, visto che binocoli da oltre 2000 euro, spesso, sono venduti e spediti in una semplice confezione di cartone.

Un bel primo piano sul nuovo visore binoculare "Baader MaxBright II"
Un bel primo piano sul nuovo visore binoculare “Baader MaxBright II”

Meccanica  e sistema di messa a fuoco

La torretta binoculare Baader MaxBright II ha un aspetto professionale: è piu’ robusta, spessa, esteticamente affascinante e denota caratteristiche molto apprezzabili – come leggerete- nell’uso pratico, sintomo che il progettista ha tenuto conto dei lati negativi del vecchio esemplare (che possiedo).

Inizio con il confermare che questo nuovo prodotto è il trait d’union tra i visori binoculari entry-level e il più costoso “Mark V”. Il prezzo attuale, Luglio 2020, è di 450 euro, una corretta via di mezzo, che è anche molto conveniente, per le prestazioni e le caratteristiche che ho riscontrato.

Da un punto di vista meccanico ho apprezzato il sistema ClickLock® che consente un serraggio rapido e sicuro degli oculari (anche al buio e con i guanti) Devo ammettere, seppur sia molto accorto con la mia attrezzatura, di aver fatto cadere, anni fa, un bellissimo ortoscopico Baader Genuine da 18 mm, per colpa delle dita gelate e del vecchio sistema di blocco, composto di tre manopole situate a 120° l’una dall’altra. Il ClickLock® è stato molto apprezzato sia da me, sia dagli astrofili, che hanno avuto il piacere di provarlo.

Il sistema ClickLock ideato da Baader è realmente molto efficace
Il sistema ClickLock ideato da Baader è realmente molto efficace

Oltre al design compatibile con il sistema T2 è presente anche una flangia di raccordo con passo Zeiss che potrebbe essere molto utile per montare accessori specifici. E’ ovvio che anche il MaxBright II sia compatibile con tutti gli accessori Baader. Personalmente l’ho utilizzato con tre glasspath, un prisma Baader-Zeiss, il prisma Cool Ceramic e prolunghe e accessori Baader che ho utilizzato per anni con la precedente versione.

La novità forse piu’ interessante è la grande apertura libera dei prismi (26 mm, all’uscita oculare e 27 mm, lato strumento) che consente finalmente l’utilizzo di oculari con un diaframma di campo elevato che  forniscono un campo grandangolare senza generare evidenti vignettature.

da sinistra: il precedente modello MaxBright e il successore
da sinistra: il precedente modello MaxBright e il successore

Ho Utilizzato degli Hyperion da 24 mm e altri oculari da 26 mm, con campi  apparenti compresi tra i 60° e i 65°, montandoli sia sul vecchio che sul nuovo MaxBright e la differenza di caduta di luce ai bordi era palese. Questo potrebbe essere anche l’unico motivo per preferirli.

le due torrette binoculari durante una fase della comparativa
le due torrette binoculari durante una fase della comparativa

E’ ovviamente presente il trattamento Baader “Phantom” che già avevo avuto il piacere di ammirare sugli ortoscopici Baader Genuine, di cui possiedo ancora varie focali.
 Il nuovo trattamento anti-riflesso esibisce un’evidente colorazione rossastra, come ad esempio lo Zeiss Harpia 95. Questa caratteristica è presumibilmente la testimonianza che sia stato progettato specificatamente un trattamento in grado di fornire la più alta trasmissione luminosa nello spettro piu’ percepibile dall’occhio umano. Finalmente un progetto ottico astronomico, devoto agli osservatori visuali del cielo!

L'evidente colore rossastro che esibisce con fierezza il nuovo MaxBright II
L’evidente colore rossastro che esibisce con fierezza il nuovo MaxBright II

Il range della distanza inter-pupillare è eccellente, quella dell’esemplare che ho testato, era compresa tra i 53,2 mm e 75.1 mm, un ottimo ventaglio che consente di far “indossare” questo visore anche ai piu’ giovani. Del resto, come visibile in questa foto, mia figlia Ester, non ha mancato di provarlo, osservando la Luna e Giove con il Takahashi FS 128. Grazie al sistema T2 compatibile è possibile agganciare una serie innumerevole di accessori, anche il naso da 31,8 mm si avvita senza difficoltà. Resta soltanto il consiglio di non fissare troppo i glasspath o ad esempio il raccordo per la culatta degli Schmidt Cassegrain per non dover necessariamente usare una chiave a compasso. Tuttavia per accessori molto pesanti, la flangia Zeiss rimane il rimedio piu’ efficace, per evitare che con la forza di gravità si possano svitare dal T2, spostandosi con forza verso il basso.

Il sistema di messa a fuoco è ovviamente singolo su ogni oculare, la ghiera è abbastanza ampia e data la differente conformazione, non si corre il rischio di confonderla con il sistema di serraggio degli oculari.

Ben visibile la filettatura con passo T2- ideata da Tamron anni or sono
Ben visibile la filettatura con passo T2- ideata da Tamron anni or sono

Prova sul campo

Ho comparato il Baader MaxBright II al mio vecchio, fidato e molto usato, MaxBright. Ho utilizzato, come anticipato, decine di accessori Baader e una valigetta piena di oculari che utilizzo con i miei binocoli e con i visori binoculari: Dai Baader Genuine, ai vecchi Vixen LV, per passare ai Takahashi TOA, sino ai Vixen SSW e ai Tecnosky Ultrawide.

 

Cielo Profondo

Forse è il settore in cui si nota maggiore differenza. L’ampio campo di vista che si può ottenere grazie alla grande apertura libera dei prismi è un fattore molto positivo per l’osservatore di galassie e nebulose che ha utilizzato per anni il vecchio modello. Con oculari da 25 mm, 26 mm con campi apparenti superiori ai 65° è possibile godere di immagini astronomiche da mozzare il fiato. Stelle puntiformi sino al bordo, senza vignettatura e con bei colori. Anche la trasmissione luminosa è sicuramente migliorata rispetto al vecchio modello.

L’ergonomia poi è perfetta per usare anche al buio il sistema ClickLock e i due fuocheggiatori, senza rischio di far cadere gli oculari. Con un bel rifrattore corretto, anche acromatico da almeno 150 mm dovrebbe essere un vero piacere navigare tra le stelle, poiché ero già soddisfatto con il mio doppietto alla fluorite da 128 mm di diametro

Eccellente la visione con gli oculari Baader Hyperion, in questo casi i 24 mm
Eccellente la visione con gli oculari Baader Hyperion, in questo casi i 24 mm

Luna e pianeti

Nell’osservazione planetaria ho usato principalmente il combo: torretta+oculari Ortho Classic o Genuine Ortho+ prisma Baader Zeiss.

Mi sono avvalso di due telescopi: il Takahashi FS128 alla fluorite (128 mm di diametro aperto a F/ 8.1) e il mio vecchissimo ma sempre fedele, Celestron Ultima su montatura Celestar.

In entrambi gli strumenti (maggiormente nello Schmidt Cassegrain) ho notato meno luce diffusa, durante l’osservazione di Giove. Il cielo era più scuro e i bordi più “incisi”rispetto agli stessi accessori montati sul vecchio modello. Inoltre, mi è parso di vedere meno aberrazione sferica (che è corretta dai glasspath in base anche allo schema ottico dello strumento e alla lunghezza focale raggiunta dal treno ottico). Nell’osservazione dei crateri lunare, mi è parso di notare un po’ meno aberrazione cromatica, anche se l’immagine era sicuramente più luminosa nel nuovo esemplare.

Anche oculari abbastanza economici come gli Ortho Classic della Baader, sono dei validi accessori nell'osservazione lunare
Anche oculari abbastanza economici come gli Ortho Classic della Baader, sono dei validi accessori nell’osservazione lunare

Evito di soffermarmi sui benefici della visione binoculare in questo genere di osservazioni astronomiche, giacché su Binomania.it e sul forum ne abbiamo parlato in abbondanza, confermo soltanto che i dettagli planetari sono percepibili con maggior facilità, rispetto alla mono – visione.
La superficie lunare pare così tridimensionale da vederla come se si sorvolasse con un deltaplano.

Il visore Baader Maxbright II montato sul Takahashi FS 128
Il visore Baader Maxbright II montato sul Takahashi FS 128

 

In sintesi

Questo è uno dei visori binoculari che mi ha piu’ appassionato, oserei dire che per prestazioni è molto piu’ vicino alla resa del Mark V che alle torrette binoculari entry-level. E’ meccanicamente ben curato, con un ottimo sistema di serraggio degli oculari, è totalmente compatibile con il sistema Baader, è molto luminoso e fornisce osservazioni grandangolari senza evidenti vignettature.

 

Pregi e difetti

PREGI
Trasmissione luminosa
Possibilità di utilizzare oculari grandangolari  di lunga focale
Ottimo contrasto ed eccellente nitidezza
Pregevole costruzione meccanica
Cura nei particolari
Accessori disponibili in dotazione
Il connettore Zeiss è perfetto per gestire al meglio il peso degli accessori piu’ pesanti senza dover aver paura che il sistema T2 si sviti, ruotando, a causa del peso.

 

DIFETTI

Chi possiede come me il vecchio visore binoculare Baader MaxBright, non dormirà la notte per decidere in che modo sostituire il vecchio modello con quello nuovo senza che la consorte se ne accorga.

 

Ringraziamenti

Ringrazio come sempre mhzoutdoor.com per aver fornito il visore binoculare e alcuni oculari Baader Hyperion, lasciandomi- come sempre – libero di citare le mie impressioni senza alcuna restrizione.

 

Sfida: sei telescopi per l’osservatore lunare

In questi ultimi mesi dell’anno molti astrofili alle prime armi mi hanno chiesto quale configurazione ottica fosse più adatta alle osservazioni lunari.
Dopo qualche indugio ho deciso di scrivere questo articolo, pur consapevole di dover, per forza di cose, addentrarmi in un settore alquanto delicato.
Già il mero titolo potrebbe destare perplessità: a rigor di logica, infatti, sembrerebbe oltremodo presuntuoso consigliare quale sia il migliore strumento per l’osservazione del nostro satellite naturale poiché esistono molti fattori che influenzano la scelta e le potenzialità di un telescopio come il costo, la bontà dell’ottica, il sito osservativo, il seeing, l’acuità visiva, gli oculari, l’esperienza ed altro.

Oltre ai sopraccitati, sussistono inoltre dei limiti di budget soggettivi: non tutti, infatti, possono concedersi l’acquisto di un rifrattore apocromatico da quindici centimetri o di un Cassegrain da quaranta centimetri, per questo ed altri motivi ho deciso di testare degli strumenti compresi in una fascia di prezzo che considero adeguata sia per l’astrofilo alle prime armi che per quello esperto.

 

Quale strumento scegliere?

Trentacinque anni or sono l’appassionato osservatore lunare, al momento dell’acquisto, poteva scegliere tra poche configurazioni ottiche. Usualmente, dopo aver considerato il rapporto prezzo- prestazioni la scelta pendeva verso il classico strumento a lente da sei centimetri .
A quei tempi, dove le Web Cam, le camere CCD, il GPS ed altre tecnologie erano un mero sogno, i possessori di un rifrattore acromatico da dieci centimetri o di uno Schmidt Cassegrain da venti centimetri erano invidiati e assediati da amici “meno otticamente dotati” per assaporare le potenzialità dei loro strumenti di lusso.
Attualmente il contenimento dei costi di produzione (del made in China) e la meccanizzazione delle fasi costruttive, hanno concesso la creazione di strumenti dalle varie configurazioni e dagli ampi diametri a un prezzo accessibile seppur contro un lieve sacrificio. Purtroppo o per fortuna i nostri fratelli d’oltreoceano posso ancora godere di prezzi inferiori a quelli stabiliti sul mercato italiano, ma questi sono problemi che dovrebbe trattare un economista ed ahimè io non lo sono.

Tralasciando le velate polemiche consiglierei all’astrofilo prima di acquistare il suo primo strumento di verificare, oltre al prezzo di acquisto, anche la configurazione che reputa ottimale per le sue osservazioni.

In questa fotografia sono visibili due esemplari del noto rifrattore apocromatico alla fluorite Takahashi FS128, uno è di mia proprietà, l’altro è dell’amico Federico Caro. Per molti astrofili sono considerati, ancora adesso, tra i migliori strumenti per l’osservazione lunare e planetaria

Sfatare i luoghi comuni

La fama dei rifrattori apocromatici può essere vera solo se la si giudica in base ad esigenze che reputo soggettive: l’alto costo, infatti, non permette a tutti gli astrofili l’acquisto di uno di questi stupendi strumenti ed eccettuando i “piccoli rifrattori compatti, un apocromatico da quindici centimetri è trasportabile con alcune difficoltà: se amate le immagini contrastate e la loro purezza vi consiglio di acquistare senza indugio uno di questi telescopi a lente, ma a volte uno strumento più compatto e ostruito può darvi delle grandi soddisfazioni, offrendovi al contempo un’ottima trasportabilità e un notevole risparmio economico.
Oltretutto l’alto contrasto della superficie lunare concede l’utilizzo di strumenti che presentino anche un’ ostruzione alquanto pronunciata, similmente ai classici Schmidt Cassegrain commerciali.
Durante il corso degli anni ho avuto la possibilità di confrontare molti telescopi, dalle configurazioni completamente diverse l’uno dall’altra e la conclusione alla quale sono giunto è che le prestazioni sono direttamente proporzionali alla qualità ottica e non alla mera configurazione ma soprattutto dipendono dall’acuità visiva dell’osservatore.
Un telescopio riflettore con delle ottiche lavorate in maniera eccelsa sarà migliore di un rifrattore commerciale, ma non dimentichiamo che un astrofilo esperto sarà in grado di discernere i domi a basso profilo anche in un telescopio da otto centimetri, un neofita, invece, incontrerà enormi difficoltà pur osservando con un Netwon a bassa ostruzione da venti centimetri. Consiglio sempre più’ alle “giovani leve” che si dedicano soltanto all’astrofotografia di migliorare la loro esperienza visiva perché è un valore aggiunto anche per conoscere, molto bene, ciò’ che fotografano….inutile stupire con foto mozzafiato della superficie lunare se non si conosce il nome, le caratteristiche e l’origine geologica delle strutture fotografate.

Mia moglie e un telescopio che ho amato e che avrei voluto potesse partecipare alla prova: Il Maksutov Meade da 7″, nella versione solo OTA e senza contrappeso interno. Peccato averlo venduto cinque anni fa.

Nessuno sa meglio di voi quale strumento possa soddisfarvi: non fatevi influenzare dagli improbabili slogan pubblicitari che garantiscono i mille ingrandimenti per un centoquattordici millimetri o dalle enfatiche e logorroiche discussioni che intercorrono spesso fra astrofili, al massimo ponderate le varie scelte e tenetevi informati leggendo articoli sulle riviste specializzate e magari qui su astrotest.it e binomania.it

Ritengo, oltretutto, che la miglior scelta sia di confrontare alcuni telescopi durante una stessa sessione osservativa, similmente ai test oggetto di questo articolo organizzato proprio per non dare adito ad incertezze. Di fatto un newtoniano da venticinque centimetri potrebbe dare prestazioni più brillanti rispetto ai rifrattori apocromatici sopraccitati in una serata dal seeing perfetto ma se non potessimo confrontarli nello stesso istante, sarebbe azzardato giudicare le loro peculiarità.
Se un nostro conoscente avesse osservato all’interno di uno Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri in una serata vellutata di due anni fa forse non avrebbe mai acquistato il suo rifrattore da dieci centimetri e se io avessi tentato l’osservazione della Luna con un Cassegrain da trenta centimetri in una serata dal seeing pessimo, mi sarei senza dubbio orientato verso un rifrattore da otto centimetri.

La sfida

Dopo una lunga premessa, sono finalmente giunto a descrivere la prova comparativa effettuata. Ho analizzato sei telescopi in due serate diverse: una dal seeing ottimale e una con un seeing alquanto pessimo.

Gli strumenti

Gli strumenti oggetto della sfida sono: due Schmidt Cassegrain corrispettivamente di venti e di ventitré centimetri. (C8 e C9 1/4) un Maksutov Cassegrain da quindici centimetri, un rifrattore acromatico da dieci centimetri, un vetusto ma ancora performante Maksutov Netwon da quindici centimetri e un blasonato rifrattore apocromatico da 128 mm di diametro. La prova riguarderà unicamente le prestazioni ottenute osservando in visuale: non saranno oggetto di questa prova la montatura , la motorizzazione ed altro. Ho utilizzato per tutti gli strumenti gli stessi accessori ( oculari ortoscopici Baader, Takahashi, Circle-T e Oculare Docter 12.5 mm UWA)

Gli strumenti sono stati collimati nell’arco della sessione osservativa per trarre da essi il massimo delle prestazioni. Analizzerò’ solo la resa ottica con la speranza di aver osservato in strumenti che rappresentano la media della produzione commerciale attuale.

Il vecchio ma tutt'oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l'osservazione lunare
Il vecchio ma tutt’oggi performante Maksutov Cassegrain Intes MK-66, è un valido strumento per l’osservazione lunare

La location

Il sito scelto per l’osservazione è posto a 510 metri sul livello del mare. Hanno partecipato un paio di amici esperti visualisti e un ristretto gruppo di “curiosi”.

La preparazione

La serata presentava un seeing ottimo che ho stimato per tutta la durata dell’osservazione del secondo grado della scala di Antoniadi. Ho subito notato come gli inesperti stimassero le prestazioni dei telescopi dalla grandezza dei loro tubi: se avessi fatto vedere loro un Dobson lavorato ad un lambda ed aperto ad f/4 avrebbero sicuramente predetto delle prestazioni eccezionali.
Gli astrofili esperti, invece, stavano pregustando mentalmente le prestazioni del Takahashi FS 128 mentre il proprietario del Makustov Newton velava sorrisini di soddisfazione per l’interesse destato da alcuni astrofili verso questa configurazione ottica.

Le prime impressioni

Il Takahashi FS 128 alla fluorite ha mostrato immagini da manuale: la superficie lunare era contrastatissima e le differenze di albedo incredibilmente incise. Il fondo cielo appariva di un nero cupo e non ho avuto problemi di perdita nella definizione dell’immagine pur raggiungendo i quattrocento ingrandimenti ( solo un ovvio calo di luminosità).
I due Schmidt Cassegrain, teoricamente, avrebbero dovuto fornire delle prestazioni quasi identiche, ma il ventitré centimetri (che spesso mi ha stupito nel corso degli anni) forse grazie alla sua famosa configurazione del primario ha rivelato un contrasto superiore rispetto allo strumento da otto pollici. L’ottima serata e il seeing perfetto mi hanno concesso di osservare micro-dettagli non presenti nel seppur ottimo Atlas of the Moon di Antonin Rukl e non visibili nell’apocromatico da tredici centimetri.

La mia secondogenita Ester e il rifrattore Takahashi FS 128, perfetto per le osservazioni in alta risoluzione

In alcuni istanti agli osservatori esperti è parso di sorvolare letteralmente i crateri piroclastici di Alphonsus , lo spettacolo era accompagnato da una micro turbolenza che rendeva ancor più suggestiva l’immagine. Sarebbe stato interessante testare lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri con il Meade Maksutov 178: purtroppo l’ho venduto anni fa all’amico Guido De Gaetano, magari quando testeremo altri strumenti, si potrà fare questa sfida.

Per ciò che concerne i due telescopi russi (ormai fuori produzione) devo confermare la ormai nota bontà delle loro ottiche: il Maksutov Newton da quindici centimetri era in grado di rivaleggiare con l’apocromatico, lo Schmidt Cassegrain da venti, favorito anche dalla calma atmosferica svelava qualche dettaglio in più rispetto al Maksutov Cassegrain da quindici centimetri ma i dettagli lunare erano meno nitidi e contrastati. Le considerazioni appena esposte possono valere in linea generale per le impressioni avute tra gli osservatori esperti.

I “curiosi” invece, hanno mostrato una difficoltà maggiore soprattutto nell’ osservazione dei micro-dettagli e nella capacità di percepire particolari fini quando il seeing degenerava per qualche minuto. Mediamente, hanno apprezzato molto di più il contrasto dei rifrattori che non la maggior risoluzione degli specchi. Durante il corso della serata , insegnando loro una valida metodologia, sono stati in grado di migliorare la loro capacità di osservativa. Come ben sapete,però, osservatori si diventa dopo ore ed ore al telescopio e non basta di certo un rifrattore apocromatico da tredici centimetri a trasformare un osservatore occasionale in un cacciatore di domi e di impercettibili rime lunari.

Telescopi misti o a rifrazione? Beh, io prediligerò’ sempre le lenti, poi esistono, ovviamente, i compromessi, e il Celestron C8 è un ottimo compromesso, almeno per le osservazioni lunari

Seconda serata osservativa con seeing scarso

Ho voluto testare gli strumenti in una serata dal seeing pessimo, proprio per verificare le prestazioni degli strumenti in condizione al limite.
I problemi principali che sono immediatamente balzati all’occhio degli osservatori sono stati i seguenti:
Difficoltà di ambientamento dei due Maksutov russi con un punto a sfavore per il Maksutov Newton che, seppur provvisto di ventola, ci ha costretto a posticipare le osservazione di un’altra mezz’ora. Lo Schmidt Cassegrain da ventitré centimetri si è ambientato quasi un’ora prima. Avrei ovviamente potuto usare il sistema di raffreddamento Geoptik che possiedo da anni, ma volevo essere sportivo e non usare trucchetti.

Impossibilità di percepire i dettagli più fini con i due Schmidt Cassegrain a causa della turbolenza che inficiava le immagini.
Questa circostanza mi permette di aprire una breve parentesi riguardo alla ormai datata diatriba fra rifrattoristi e possessori di strumenti a specchio. Solitamente il proprietario di un rifrattore da dieci o da tredici centimetri afferma di aver optato per l’acquisto di uno strumento a lente proprio per la sua capacità di essere utilizzato anche sotto pessime condizioni di seeing. Cercherò’ ora di porre alcune precisazioni teoriche ma soprattutto pratiche:, è risaputo che un ottimo rifrattore possieda un contrasto migliore degli strumenti a specchio , oltretutto in un rifrattore ad esempio da dieci centimetri in presenza di forte turbolenza si vedrà meglio ma non si vedrà affatto di più. La questione quindi è meramente soggettiva: se ambite a percepire i più’ fini micro-dettagli lunari, investite sul diametro, se amate percepire una immagine poetica e contrasta come un filo d’acciaio adagiato sopra un velluto nero, acquistate uno strumento a rifrazione.

Le prestazioni con cattivo seeing

Dopo aver risolto il problema dell’ambientamento termico ho cominciato a porre l’occhio all’oculare per stabilire quale tra gli strumenti oggetto della prova fornisse la miglior immagine:anche in questo caso il Takahashi FS 128 risultava nuovamente il vincitore sia per il contrasto, sia per la tranquillità dell’immagine, in più la minuziosa lavorazione dell’ intubazione e i diaframmi interni mostravano una scarsa sensibilità alle variazioni termiche avvenute con il passare del tempo. Il costo proibitivo però rafforzato dall’ingombro e dall’obbligatoria presenza di una montatura pesante ed impegnativa mi ha anche fatto apprezzare il vecchio acromatico da 10 centimetri rilevatosi molto più pratico da ambientare e da utilizzare. Chi potesse spendere una cifra superiore potrebbe vagliare l’acquisto di un apocromatico da dieci centimetri, che manterrebbe le doti appena citata intensificate dall’ottima bontà ottica.

Tra gli strumenti a specchio quello che risentiva meno degli effetti della turbolenza è stato il Maksutov Cassegrain. un perfetto mix tra diametro, contrasto e ostruzione.
Soprattutto in queste condizioni meteorologiche l’esperienza è stata fondamentale: gli osservatori più abili sfruttando i rari momenti di calma sono stati in grado di percepire dettagli impossibili agli occhi degli osservatori inesperti, (es: dettagli superficiali dei domi nei pressi di Birt, micro-crateri all’interno di Plato) anche quando utilizzavano strumenti teoricamente più performanti ed insensibili alla turbolenza( rifrattore da 128 mm e 102 mm)

Gli astrofili negli “Anta” come me, si ricorderanno senz’altro dei Maksutov Newton della Intes Micro che- ambientazione termica a parte – si è dimostrato in grado di rivaleggiare con rifrattori apocromatico dal diametro di poco inferiore

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per il futuro osservatore lunare

Dovendo giungere a una conclusione posso affermare che:
l’osservatore esperto è in grado di ottenere il meglio dal proprio strumento qualunque esso sia con un seeing ottimo che scadente rispetto a un osservatore poco pratico,ergo: meno ore davanti a Notebook e CCD e osservate, osservate, osservate!

In linea generale quindi a parità di strumentazione, conta tantissimo l’esperienza e l’aquità visiva.

Da un punto di vista prettamente strumentale, consiglio come primo acquisto, un rifrattore acromatico da dieci centimetri o il classico Sky-Watcher 120 ED. I rifrattori da 4 e 5 pollici sono degli strumenti tutto-sommato economici ma che grazie alla loro grande capacità di ambientarsi rapidamente, di essere poco sensibili alla turbolenza offrono quasi sempre immagini contrastati e riposanti. Ponete in questo caso un occhio di riguardo alla casa produttrice e all’aberrazione cromatica. Anche un Maksutov Cassegrain da 150 – 180 mm potrebbe essere un ottimo compromesso tra la compattezza del tubo e il contrasto delle immagini, soprattutto se si osserva da zone di campagna o in pianura dove la turbolenza è limitata rispetto alle zone montane o in riva al mare.
Per chi potesse investire qualche centinaia di euro in più, consiglierei un Newton artigianale con una ostruzione del venti percento oppure un bel Maksutov Netwon da 150 mm – 178 mm , (da reperire sul mercato dell’usato) limitato unicamente dalla sua scarsa propensione all’adattamento termico in condizione critiche.

Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po' anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po' di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l'osservazione lunare.
Forse i vecchi acromatici Vixen 102, saranno un po’ anacronistici e surclassati dai nuovi Ed cinesi, tuttavia, la loro costruzione e lavorazione è ancora eccellente e seppur presentino un po’ di aberrazione cromatica sono dei grab and go, perfetti per l’osservazione lunare.

Gli Schmidt Cassegrain oggetto della comparazione sono, invece, utili all’astrofilo che desidera affrontare anche le osservazioni del cielo profondo, il loro maggior pregio è la compattezza unita alla discreta capacità risolutiva, i loro maggior difetti, sono la forte ostruzione (0.34 in media) e lo spostamento dello specchio primario in fase di messa a fuoco. In loro aiuto vengono, però, le più’ recenti torrette binoculari che offrono delle immagini meravigliose della superficie lunare, aiutando anche il sistema occhio-cervello a percepire dettagli nel mare agitato della turbolenza atmosferica.

Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna
Due mie esemplari di Celestron C8 che usato spesso negli anni passati per osservare la luna

Ricordo, inoltre, che avendo osservato con strumenti commerciali prodotti in larga scala, le singole prestazioni potrebbero discostarsi lievemente dallo standard ottico-costruttivo, è sempre consigliata, quando possibile, una prova prima dell’acquisto.
Come vedete i fattori di scelta sono notevoli, spero quindi di avervi fornito qualche indicazioni in più.

La prossima volta vi parlerò’ della mia esperienza riguardante l’osservazione di Giove con il Takahashi FS 128 e un classico Celestron C8.

BOX :consigli generali per l’osservazione lunare

In primis, con strumenti da almeno 20 cm è vivamente consigliato non osservare la luna piena a bassi ingrandimenti e per molto tempo senza un apposito filtro, la luce riflessa non possiede l’intensità di quella emanata direttamente dal sole però è sempre meglio essere cauti, per evitare irritazioni.
Se non possedete un filtro polarizzatore oppure un filtro denso potete fare uso in concerto con il telescopio di oculari dalla corte focale che sviluppando alti ingrandimenti (150X – 200X) vi concederanno di osservare solo una parte del lembo lunare, diminuendo nel contempo la luminosità.
Il secondo suggerimento che vi consiglio di seguire è di utilizzare l’ingrandimento più adatto al seeing riscontrato durante la sessione osservativa.
Molte persone per un motivo puramente psicologico utilizzano alti ingrandimenti convinti di poter discernere maggiori dettagli, ma nelle serate dal seeing scadente sarà meglio osservare con un oculare dalla media focale o utilizzare un diaframma; é risaputo , infatti, che la turbolenza agisce presso i bordi dello specchio e della lente in questo modo diaframmando nel centro oppure ai lati dell’ostruzione si potrà sfruttare l’ottica come se si possedesse uno strumento dall’apertura inferiore, migliorando anche la correzione cromatica nei rifrattori acromatici.

Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna
Il caro amico Vincenzo Rizza con il suo amato Takahashi FS 102 e il sottoscritto, in una foto di qualche anno fa, in compagnia del FS 128. Sono strumenti stupendi per osservare la luna

E’ ovviamente risaputa l’infruttuosità di utilizzare oculari che diano come risultato ingrandimenti oltre il doppio dell’apertura espressa in millimetri, ad esempio quattrocento ingrandimenti per un venti centimetri a meno che la serata non sia eccezionale e non sia abbia fra le mani uno strumento dall’eccellente bontà ottica.
Devo ricordarvi, infine, di attrezzare i vostri strumenti con un bel paraluce meglio se artigianale, poiché, attualmente, quelli originali non giustificano il loro alto prezzo e danno prestazioni inferiori rispetto un paraluce auto-costruito e foderato di velluto o di velcro nero.
Se questo sistema non dovesse bastare sarebbe utile l’acquisto di una resistenza elettrica che permetta di condensare il vetro oppure un piccolo ventilatore ad aria fredda. Non utilizzate l’aria calda perché compromettereste l’adattamento termico delle ottiche.
Per finire delle sedie comode ed un parco oculari ben fornito.

Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare
Il visore binoculare Baader MaxBright II (oggetto a breve di una videorecensione) è eccellente per osservare la superficie lunare

Non è necessario orientarsi su configurazioni ottiche costosissime, per l’osservazione lunare, sono sufficienti degli oculari ortoscopici Plossl o Abbe presenti sul mercato da molti anni. Per chi indossasse gli occhiali è consigliato l’utilizzo degli oculari sopraccitati dai venticinque ai diciotto millimetri di estrazione pupillare, affiancati da una buona barlow per raddoppiare gli ingrandimenti.

Recensione degli oculari Pentax XW

Prima di informare i lettori sulle prestazioni di questa serie di oculari devo premettere alcune considerazioni generiche che ritengo essenziali per un utilizzo e una scelta corretta di questi importanti accessori.

L’oculare è un piccolo ed a volte complesso sistema ottico che permette di ingrandire le immagini ottenute dagli obbiettivi del nostro telescopio /binocolo; per questo motivo la resa e le prestazioni di un oculare sono direttamente proporzionali alla configurazione ottica dello strumento utilizzato.

Un telescopio  in grado di fornire immagini prive di aberrazioni soltanto sull’asse ottico non migliorerà le proprie prestazioni ai bordi del campo anche osservando con degli oculari molto corretti, così come un oculare ben corretto nell’aberrazione cromatica non eliminerà quella di un rifrattore acromatico a corta focale. Chiarita la incapacità degli oculari di correggere in maniera totale i difetti intrinseci di ogni telescopio dobbiamo ora comprendere che tipi di accessori prediligere per le nostre osservazioni.

Attualmente sul mercato esiste una svariata serie di configurazioni ottiche  che rende ancor più difficoltosa la scelta, rispetto a solo dieci anni fa. Chi ama osservare la Luna e i pianeti potrà optare per un discreto numero di oculari  in configurazione  Plossl che, a secondo della cura nella costruzione e nella qualità delle lenti utilizzate, offrono delle differenze anche notevoli. Generalmente però questi accessori possiedono un discreto campo (in media pari a 50°) e una buona correzione dell’aberrazione cromatica ma una ridotta estrazione pupillare specialmente nelle focali più corte, nonché  una resa imperfetta ai bordi.  Fra i Plossl più conosciuto dagli astrofili posso citare decine di marche  Celestron , Meade , Sky-Watcher, etc., etc, mentre tra i più performanti i Televue e i  fuori produzione Clavè.    

Oltre alla classica configurazione a quattro lenti sono presenti  anche molte versioni “ibride” dotate di cinque e più lenti le quali possono giustificare il prezzo di acquisto se comprate per essere utilizzate con telescopi dalla ottima qualità.  Ad esempio, molto validi, erano i rimpianti  super Ploss della Masuyama , oculari che ritenevo ottimi sotto tutti i punti di vista.
Le aziende, inoltre, a corredo dei propri telescopi, vendono alcuni oculari in versione Kellner più economici dello schema a quattro lenti Ploss ed alcuni oculari a tre lenti derivati appunto dai Kellner come ad esempio gli SMA, della Celestron, il 25 mm presente nel corredo standard  di molti telescopi venduti dalla casa americana, che offrono ancora adesso un buon rapporto prezzo- prestazioni.

Non conviene spendere cinquecento euro per un oculare  per abbinarlo a un telescopio dal costo inferiore, sempre che non abbiate intenzione, in breve tempo, di sostituirlo con uno più performante.

Se si prediligono le osservazioni ad alta risoluzione, stelle doppie, studio dei dettagli planetari, ecc, è consigliabile utilizzare oculari ortoscopici di Abbe  che offrono delle ottime  prestazioni al centro del campo, una opzione economica potrebbe anche essere la reperibilità sul mercato dell’usato degli oculari in versione Ramsden, che non sono corretti come gli accessori appena citati ma, essendo formati da sole due lenti, forniscono un contrasto davvero notevole ad un prezzo adeguato.

Per gli osservatori del profondo cielo sono raccomandabili i cosiddetti oculari grandangolari (wide field) con circa 60 gradi di campo e gli ultra angolari (ultra wide field) che, in certi modelli, esibiscono ben oltre  80 gradi di campo.

Questi piccoli gioielli dell’ottica sono costruiti in varie configurazioni, che concedono stupende visioni degli ammassi del cielo profondo e di altri oggetti estesi ad alti ingrandimenti, purtroppo a volte  il loro prezzo supera quello di un telescopio dalla media apertura dotato di montatura equatoriale.

Ovviamente queste considerazioni sono suscettibili di variazioni, teoricamente  ho  analizzato in maniera sintetica quali siano i migliori oculari nei vari campi specifici, in pratica però vi possono essere altri fattori che ci potrebbero far prediligere uno schema ottico rispetto ad un altro.  Ad esempio chi porta gli  occhiali preferirà l’utilizzo di  oculari dalla ampia estrazione pupillare rispetto ai comuni Plossl, mentre i  proprietari di costosi rifrattori apocromatici a campo  piano, prediligeranno sistemi molto più corretti. Configurazioni a parte, un ottimo oculare, a parità di telescopio, fornirà sempre risultati migliori rispetto ad uno molto economico, anche se sarà testato nel settore specifico di questo ultimo.

Non discuterò’ sui massimi ingrandimenti raggiungibili dai vari telescopi perché ci vorrebbe lo spazio di una intera recensione e sfocerei nelle pure considerazioni pratiche dato che ogni telescopio è uno strumento a sé e ritengo che  non si possano  presagire le prestazioni con formule generiche.

Dopo questa  lunga premessa è giunto finalmente il momento di parlare degli oculari Pentax. gli XW , successori della nota serie XL, sono oculari a grande campo, possiedono infatti un campo apparente di settanta gradi, coadiuvati da una notevole  estrazione pupillare di  20 mm e composti da vetri ED  che promettono, almeno sulla carta, una estrema puntiformità sino ai bordi. A detta dei progettisti, inoltre, il trattamento multistrato antiriflesso colore verde smeraldo Pentax SMX concede  una trasmissione massima della luce superiore al 98%. Ma dato che non esistono oculari perfetti, o almeno  io non ne ho ancora provati (forse il Docter UWA 12.5 mm?) ho analizzato per alcune settimane questi accessori Made in Japan nelle seguenti focali:  un 40 mm con barilotto da 50.4 mm e un 20 mm, un  10 mm ed un 3.5 mm  con il classico formato da 31.8 mm per verificare se i progettisti siano stati in grado di contenere al meglio le aberrazioni ed altri difetti intrinseci di questi accessori astronomici. Alcuni oculari sono stati forniti da mhzoutdoor, altri sono di mia proprietà, acquistati nei primi anni del 2000.

Per  verificare  le prestazioni ma anche i  difetti, è  stato indispensabile testarli con una configurazione ottica ad hoc e dato che gli XW sono stati sviluppati appositamente  per l’utilizzo con rifrattori apocromatici a corta focale , con un campo piano , ho quindi deciso di utilizzare il “vecchio” rifrattore  Pentax  SDHF uno strumento apocromatico  molto corretto di 75 mm di apertura e 500 mm di focale dotato di un doppietto a dispersione ultra-bassa e di una lente che funge da  spianatore di campo.

 In ogni modo, non ho  dimenticato di utilizzare gli XW con un classico catadriottico commerciale di 203 mm per vedere come si comportano con telescopi dal campo curvo, infine non  è mancata  una comparativa con degli ottimi oculari ortoscopici Abbe della Zeiss e dei comuni Ploss marchiati Celestron, per verificare come si comportano, nell’osservazione pratica, oculari dal sistema ottico differente.

 

Prime impressioni

Lo scafo dei Pentax XW appare  elegante e robusto, il paraluce estraibile che svolge anche le funzioni di scafo protettore dello schema ottico si è rilevato  molto comodo da utilizzare e facilmente regolabile. La grandezza di questi oculari, che  può impressionare i novelli utilizzatori di questo sistema,  è data, oltre che dalla presenza di molteplici lenti, anche dalla totale impermeabilizzazione (JIS classe 4) che per ovvi motivi non  ho deciso di collaudare.

E’ proprio lo schema a più lenti che è foriero di pregi ma anche di difetti. i primi consistono nella quasi totale riduzione delle aberrazioni geometriche, dell’ottimo campo visivo e della comodissima estrazione pupillare anche per i portatori di occhiali, di contro non sono in grado di annullare totalmente i riflessi interni, la luce diffusa le immagini fantasma e l’effetto di parallasse che si evidenzia in varie misure quando discostando l’occhio dall’asse ottico, l’immagine si sottrae alla  nostra vista.

LUNA

Sono riuscito a usare tutte le focali a mia disposizione, intervallandoli fra il rifrattore Pentax e lo Schmidt Cassegrain da otto pollici e confrontandoli con gli altri oculari.
Il contrasto è risultato di poco superiore nei Takahashi ABBE , l’ho notato soprattutto  osservando gli intrecci delicati delle rime lunari, come ad esempio la rima  Merseneus ma, nell’uso prolungato, ho preferito di gran lunga il Pentax di 10 mm, in concerto con il catadriottico: la comodità nell’osservazione e l’ampio campo osservabile erano senz’altro più appaganti e non ci mi rimpiangere quel poco contrasto in più degli ortoscopici. Confrontati inoltre con i Plossl della Celestron, si poteva percepire in maniera vistosa la migliore trasmissione della luce degli XW.

 In una serata di luna piena  ho  poi verificato l’aberrazione cromatica laterale, l’effetto di parallasse , la luce diffusa e le immagini fantasma.

 

 

Aberrazione cromatica laterale

Effetto di Paralasse

Luce diffusa

Immagini fantasma

Distorsione

40 mm

Sul bordo estremo del campo, colore azzurrino.

Presente.

Presente ma contenuta

Presente ma contenuta  su Luna e Pianeti

Impercettibile

20 mm

Sul bordo del campo, colore giallo-verde

Presente ma contenuta

Presente ma contenuta

Presente ma contenuta su Luna e pianeti

Assente

10 mm

Sul bordo estremo del campo, colore giallo-verde

Presente ma contenuta

La più contenuta delle 4 focali testate

Presente ma contenuta su Luna, assente osservando i pianeti

Assente

3.5 mm

Sul bordo estremo del campo, colore azzurrino

Presente in maniera superiore alle altre focali

Presente

Contenuta

Assente

 

 

 

 

 

 

 

 

Estrazione pupillare

Astigmatismo

Curvatura

Coma

Distorsione

40 mm

Ottima

Vedi nota nell’articolo.

Assente

Impercettibile

Impercettibile

20 mm

Ottima

Impercettibile

Assente

Presente ai bordi del campo

Assente

10 mm

Ottima

Assente

Assente

Il più corretto

Assente

3.5 mm

Buona

Assente

Assente

Quasi assente.

Assente

 

 

 

 

 

Assente

 

 

Come potrete verificare dalla tabella  ho ottenuto delle prestazioni leggermente differenti a secondo delle focali testate, in ogni modo, questi oculari seppur ottimi sono affetti da una lieve aberrazione cromatica laterale che si nota al bordo estremo del campo. In questo caso, l’oculare più corretto è stato  il 10 mm che ha ostentato un lievissimo colore giallo-verde del bordo lunare,  proprio nei pressi del barilotto esterno. Anche le immagini fantasma, osservando il disco lunare erano presenti , in ogni caso sono più performanti  rispetto a ciò che si osservava, ad esempio,  negli oculari  Erfle di qualche anno fa, lo stesso dicasi per la luce diffusa. Insomma, ci sono lati positivi e negativi ma questi ultimi paiono ridursi anno dopo anno e la configurazione ottica studiata dalla Pentax mi pare per ora un ottimo  punto di riferimento.

Un bel primo piano sugli oculari Pentax XW

Quello che non mi è piaciuto molto è stato l’effetto di parallasse dell’oculare da 3.5 mm, se negli altri era abbastanza  contenuto e facile da evitare attraverso una corretta posizione del occhio nei pressi dell’asse ottico, con l’oculare dalla corta focale, bastava un lieve spostamento del viso per vedere scomparire la superficie lunare.

Non ho invece riscontrato pregi  considerevoli nella visione planetaria (Marte e Saturno) da farmeli preferire agli ottimi  ortoscopici della Zeiss che in questo caso mostravano immagini più secche e contrastate.

 

Per quanto riguarda le osservazioni del cielo profondo non  ho nulla da eccepire: le  immagini paragonate agli altri oculari sono risultate molto luminose con una ottima puntiformità sino ai bordi  ed un campo quasi totalmente fruibile, oserei dire pari al 98%,se si eccettua l’oculare da 20 mm dalle prestazioni lievemente inferiori. La curvatura era nella maggior parte dei casi assente o impercettibile,  ottima invece l’estrazione pupillare. Non  ho osservato astigmatismo mentre chi esaminava  gli oculari con  me  lo ha percepito in maniera lieve all’interno degli oculari da 40 e da 20 mm; ritengo quindi che sia un difetto dovuto più alla vista umana che all’oculare, che mi è parso molto corretto.

 

Inutile dire quale sia stata la visone del doppio ammasso di Perseo e delle Pleiadi attraverso  il rifrattore Pentax da 75 mm, le immagini erano sì meno luminose di quelle mostrate dal Celestron di 203 mm ma le stelle erano somiglianti a punte di spillo ed immerse in un ampio campo corretto, tale da non farmi rimpiangere un qualsiasi ottimo binocolo alla fluorite dal diametro di poco superiore.

In alcune serate dalla discreta trasparenza, abbiamo atteso il sorgere di Orione con il catadiottrico, un diagonale da 50,4 mm e l’oculare Pentax XW 40 mm. M42, il cuore del Cacciatore era stupendo: il ventaglio della nebulosa era tessuto da una miriade di dettagli e superando il grado di campo osservabile potevamo spaziare nelle regioni circostanti. Nella regione interna del trapezio, oltretutto, erano visibili le quattro stelle principali più altre due.  Posso solo ricordare  di aver percepito, mesi or sono, delle simili caratteristiche unicamente  dopo aver osservato all’interno di un ottimo Televue Panoptic da 35 mm, ma  non avendo a disposizione l’oculare americano per una comparativa non possso evidenziarne le differenze tranne ricordarmi una estrazione pupillare inferiore ed una maggiore presenza di luce diffusa.

Ho maggiormente apprezzato le galassie nell’Orsa  Maggiore attraverso l’oculare da  20 mm, ma questo effetto è da imputare al fondo cielo mediamente inquinato che non mi ha permesso di sfruttare la luminosità elevata del 40 mm.

 

Gli oculari Pentax XW da 14 mm di Elio Biffi, utilizzati sul suo binocolo Oberwerk XL ED da 70 mm

E con i binocoli?

Pubblico volentieri le impressioni dell’amico e collaboratore Elio Biffi, grande appassionati di Pentax XW che utilizza, compara da anni, osservando con i suoi  binocoli preferiti.

” Gli oculari Pentax XW sono oculari a grande campo con un ottimo contenimento delle aberrazioni cromatiche e geometriche, li apprezzo molto, con i miei binocoli per la loro trasparenza, la loro luminosità e la resa neutra dei colori. Seppure lo schema ottico sia complesso forniscono un’ottima nitidezza, paragonabile a oculari con meno campo e piu’ specifici per le osservazioni in alta risoluzione.

Tra i difetti posso citare, la presenza della scanalatura nel barilotto che potrebbe dare alcuni problemi con i morsetti dei binocoli e l’ampio diametro dello scafo ottico che, potrebbe non consentire alle persone con una distanza interpupillare inferiore ai 65 mm di osservare con comodità.

Elio Biffi

 

In sintesi

Ritengo che gli oculari Pentax XW, seppur non siano un progetto recente, abbiano dimostrato ancora una volta di essere  molto performanti  nella visione degli oggetti del cielo profondo e data la loro comodità nella osservazione e il contenimento dei riflessi (se si eccettua secondo noi la focale più piccola) li consiglio vivamente anche ai possessori di telescopi a campo curvo (Maksutov, Schmidt Cassegrain ecc, ecc) per impareggiabili visioni della superficie lunare e solare.

 

 

I Pentax XW ( 20 mm, 14 mm , 10 mm,  7 mm, 5 mm, 3.5 mm) sono  attualmente disponibili con prezzi a partire da euro 369 sul sito on-line di mhzoutdoor

 

Sky-Watcher 150 F/5 e Geoptik 100 F/10: così simili, così diversi

Questo è il giudizio che ho tratto, esaminando i due rifrattori oggetto di questo articolo di così differente lunghezza focale, la mia di conseguenza non potrà essere una prova comparativa ma solo un’analisi delle differenti prestazioni ottenibili dai due strumenti.
Il primo telescopio è una novità del mercato (anno 2005), l’azienda veneta Geoptik che li commercializza ha messo, infatti, a mia disposizione e in anteprima, il prototipo di un interessante rifrattore acromatico di 100 mm.
Il secondo strumento invece è il noto rifrattore di 150 mm, prodotto dalla Sky-Watcher, un modello in grado di rappresentare al meglio l’odierno settore dei rifrattori a corta focale.

Nota dell’autore, questo articolo fu scritto nell’anno 2005, per questo motivo possono essere state modificate le caratteristiche tecniche dei prodotti ivi citati.

Il doppietto acromatico

In un telescopio rifrazione dotato di un’unica lente, è ben noto che per il fenomeno della dispersione, il punto di messa a fuoco varia al variare della lunghezza d’onda: al crescere di questa, il fuoco si allontana dalla lente. Si può parzialmente ovviare a questo inconveniente, lavorando con sistemi di lunghezza focale molto elevate in relazione al diametro, ad esempio 1800 mm per un obiettivo di 100 mm. Adottando un doppietto acromatico, però la situazione migliora sensibilmente.

Questo sistema ottico è composto da due lenti di vetro con differente composizione e quindi caratterizzate da un diverso indice di rifrazione. Di solito la lente frontale è convergente, di tipo Crown e composta di silice, ossido di calcio e di potassio, mentre la lente interna divergente è in vetro Flint, contenente anche ossido di piombo. Il funzionamento è molto semplice, almeno in linea di principio: le due lenti, caratterizzate da dispersioni diverse, se opportunamente lavorate, operano nel senso di neutralizzare ciascuna l’aberrazione cromatica dell’altra. In genere, il disegno delle due lenti per un buon rifrattore per l’osservazione visuale è tale da portare allo stesso fuoco le righe H-alpha e H-beta dell’idrogeno, rispettivamente a 656 nm e a 486 nm, purtroppo ciò non garantisce che anche le altre lunghezze d’onda vadano a cadere tutte nel medesimo punto.
L’aberrazione residua che ne consegue si definisce “spettro secondario” e la sua entità e ben inferiore a quella che si registra con la lente singola. La lunghezza focale ideale per ridurre al minimo lo spettro secondario si può anche calcolare  matematicamente: posso confermare che è un obiettivo acromatico di 100 mm dovrebbe essere aperto almeno a F/ 11,1 un 150 mm a F/17 e così via. E’ tuttavia pleonastico ricordare che le prestazioni di un rifrattore acromatico dipendono non solo della sua lunghezza focale, ma anche, e propriamente, dalla qualità ottica del doppietto che lo compone e da altri innumerevoli fattori secondari, quali l’intubazione, il posizionamento ottimale di diaframmi, il trattamento anti -riflesso etc., etc.. Per questo motivo, un rifrattore F/10 ma lavorato male, può presentare uno spettro secondario di entità maggiore di quello di un buon obiettivo aperto F/8.

 

 

 

Geoptik 100

Avendo avuto per le mani il prototipo (anno 2005) di quello che sarà il modello finale del Geoptik 100, alcune caratteristiche potrebbero variare, soprattutto per ciò che riguarda le finiture esterne, per esempio il colore rosso Ferrari dello scafo ottico, compreso il paraluce. Il focheggiatore Crayford, nero e dorato, di due pollici è apprezzato per la dolcezza e la precisione. La sua estrazione è di 63 mm, dotato di raccordo svitabile per oculari di 31,8 mm, dà un tocco di eleganza a tutta all’intubazione con quel contrasto visivo così piacevole.
Lo spostamento del tubo di alluminio avviene tramite scorrimento: Quindi, quando il peso è eccessivo, ad esempio per l’utilizzo di accessori molto pesanti, è necessario serrare con forza la vite di bloccaggio, onde evitare pericolosi spostamenti. Il tubo ottico senza diagonale è lungo 98 cm, compreso il paraluce. La parte interna e opacizzata è dotata di tre diaframmi dal bordo tagliente: un anello di rinforzo situato nei pressi del focheggiatore è utile sia per irrobustire lo scafo ottico con la parte finale, sia per dare alloggio al generoso “supporto cercatore” di 50 mm di diametro. La messa a fuoco del cercatore avviene tramite l’estrazione del oculare: un sistema di blocco elimina il rischio di una caduta rovinosa di quest’ultimo. L’unica nota negativa… il crocicchio molto sottile che può essere utile nell’osservazione di stelle e galassie ma svanisce quando si prova a puntare oggetti molto luminosi, come Giove.

Geoptik 100
Un primo piano sul rifrattore acromatico Geoptik 100

Il cuore del sistema è un classico doppietto di Fraunhofer spaziato in aria con tre spessori, poco  intrusivi, posti a 120 °. l’ottica, a una semplice analisi visiva, mi è parsa perfetta, senza striature, bolle e anelli di Newton. Pregevole anche il trattamento antiriflesso multistrato. Il costruttore ha confermato che la cella è collimabile attraverso il sistema push pull.
Lo spettro secondario, durante l’osservazione lunare, mi è parso contenuto, di poco inferiore a quello di un rifrattore semi apocromatico, testato mesi fa indice che anche doppietti acromatici a lunga focale possono donare delle belle immagini , tuttavia la colorazione della superficie lunare tende al giallo, ciò potrebbe essere dovuto al trattamento della lente Flint. Questa è una caratteristica molto comune negli obiettivi prodotti nell’Europa dell’Est, come ad esempio il russo TAL 100RS (Infatti mi pare sia stato utilizzata proprio questo doppietto n.d.a.)

Un particolare sul cercatore da due pollici

Per apprezzare al meglio i dettagli lunari, il miglior compromesso tra luminosità, contrasto  e contenimento della turbolenza l’ho avuto a 200 ingrandimenti, mentre nelle rare serate vellutate che il mese di Maggio mi ha concesso mi sono spinto fino a 300 ingrandimenti. Anche le prestazioni sui pianeti sono state soddisfacenti: Saturno, purtroppo prossimo  a svanire nella foschia dell’orizzonte Ovest, ha mostrato solo la divisione di Cassini e l’ombreggiatura ai poli . Del resto, non si poteva pretendere molto di più, vista la basta altezza. meglio puntare Giove, dove, nelle serate dall’ottimo seeing, è stato possibile percepire alcune strutture all’interno delle bande temperate equatoriali, per esempio un paio di evidenti ovali bianchi, nonché la Grande Macchia Rossa. Ho trovato non male in questo genere d’osservazioni, l’accoppiata lente di barlow 2X con oculare ortoscopico di 12 mm per poi preferire, nelle serate dal seeing  mediocre, l’utilizzo di un oculare ortoscopico di 9 mm. Devo però rilevare che il mio esemplare di Geoptik 100, ha mostrato un residuo di spettro verde nella posizione intrafocale e una notevole dispersione cromatica tra gli anelli di diffrazione nella posizione extrafocale. Le osservazioni degli oggetti del cielo profondo a questi diametri e a questa lunghezza focale non possono ovviamente essere molto soddisfacenti, tuttavia, la buona puntiformità delle immagini e il discreto potere risolutivo hanno permesso di risolvere alcuni ammassi stellari. Sempre molto piacevole osservare le stelle doppie con uno strumento a rifrazione anche se nelle coppie molto sbilanciate e in quelle molto luminose, lo spettro secondario rovina l’estetica della visione.
In sintesi il Geoptik 100 è un buon telescopio con una particolare vocazione per l’osservazione degli oggetti del sistema solare
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Sky-Watcher 150 F/5

Lo Sky-Watcher 150 F/5 pronto per le osservazioni
Lo Sky-Watcher 150 F/5 pronto per le osservazioni

Si tratta di un rifrattore di corta focale ma di grande diametro , aperto a F/5. L’ottica è composta da un doppietto acromatico spaziato in aria che è parso privo di di striature e bolle. Il trattamento antiriflesso è uniforme mentre la cella che ospita il Finte e il Crown, spaziati da tre piccoli spessori, non è collimabile a differenza della versione con 1200 mm di focale. Questo strumento si fa apprezzare per l’estrema compattezza, soprattutto senza paraluce. L’ho utilizzato solamente con una vecchia montatura Vixen GP modificate in altazimutale per la ricerca e l’osservazione delle comete, campo d’ elezione per uno strumento del genere.
E’ dotato di un focheggiatore da 50,8 mm, si presta in modo ottimale all’uso di oculari a grande campo ^che forniscono campi di vista reali prossi a 3 °, 5°, maggiori, quindi, dei campi inquadrati dai binocoli di 100 mm di diametro. Di notevole interesse la filettatura di serie M 42 x 1 per la macchina fotografica, che è compresa nel riduttore per gli oculari di 31,8 mm. Il focheggiatore è nella media di quelli in dotazione sui telescopi della stessa marca, se si eccettuano le versioni : quindi non è molto scorrevole a causa del pessimo grasso che viene utilizzato nella fase di assemblaggio dei componenti. Vi si rimedia facilmente rimuovendo il  tutto e lubrificando con un grasso più scorrevole. M;olto luminoso e di buona fattura il cercatore di 50 mm fornito di serie, con la regolazione affidata a due viti e un comodissimo e preciso sistema a molla.

Lo Sky-Watcher 150 F/5

Osservando in uno strumento di tale lunghezza focale è ovvio aspettarci un notevole residuo cromatico e molta aberrazione sferica. Tuttavia, è possibile utilizzarlo con soddisfazione a patto di non esagerare con ingrandimenti. Nella visione di ammassi Stellari e di ampi scorci della Via Lattea, meglio se a bassi ingrandimenti, è impareggiabile: le stelle sono puntiformi, tranne quelle più luminose  che presentano evidenti segni di astigmatismo; la curvatura di campo puo’ essere presente, ma dipende dallo schema ottico degli oculari utilizzati.
Lo spettro secondario rovina un poco la visione soltanto in presenza di stelle più brillanti della terza magnitudine. ovviamente, il vantaggio dell’ampio diametro dell’obiettivo è in qualche misura sprecato se si utilizzano oculari che forniscono una pupilla d’uscita superiore a quella dei nostri occhi. Per esempio, con un oculare di 30 mm si ottiene la pupilla di uscita pari a 6 mm 750 / 30 = 25 ingrandimenti 150 / 25 = 6 mm  che è eccessiva se osserviamo dai siti inquinati. In questo casi le nostre pupille non raggiungono la massima dilatazione e quindi non intercettano tutta la luce raccolta dal telescopio di fatto a parità di ingrandimento, un binocolo 25×100, con una pupilla d’uscita di soli 4 mm nelle stesse serate osservative ha mostarto galassie e ammassi stellari piu’ facilmente, seppure con un campo reale inferiore. Sotto un cielo terso di alta montagna, invece, è possibile sfruttare con profitto anche oculari da 30- 25 mm, esibendo un’ immagine molto luminosa in un campo realmente ampio che non ci farà rimpiangere il classico Newton di 200 mm. aperto a F/4. Per inciso, lo Skywater 150 installato su una montatura altazimutale è il non plus ultra della comodità.

Il fuocheggiatore è  senza demoltiplica, tuttavia, mi è parso funzionale per le mere osservazioni visuali
Il fuocheggiatore è senza demoltiplica, tuttavia, mi è parso funzionale per le mere osservazioni visuali

Nota dell’autore. Nel 2020, dopo 15 anni dalla stesura di questo articolo, sono disponibili decine di oculari ultra – grandangolari che potrebbero ovviare al problema della pupilla d’uscita. Ergo: più’ ingrandimenti, ma un campo reale ampio, simile a quello fornito dai classici binocoli. Grazie anche alle nuove torrette a specchi (tipo Tecnosky Horizon, per intedere) sarà anche possibile sfruttare rifrattori cosi’ aperti a bassissimi ingrandimenti, trasformando un telescopio da 150 mm in un binocolo da 100-110 mm di diametro.

Nell’osservazione della Luna e dei Pianeti non ho preferito diaframmare il telescopio per non perdere il potere risolutivo concesso dal grande diametro di sei pollici.
Mi sono quindi avvalso di filtri specifici (frange Killer, fra tutti) per diminuire la percezione dell’aberrazione cromatica.
Posso confermare  che lo Sky-Watcher 150 mm F/5, mi ha permesso  di osservare quasi tutti i dettagli presenti sulle tavole dell’Atlas of the Moon di Antonin Rukl. Saturno, invece, ha sempre svelato la Divisione di Cassini e Giove la Grande Macchia Rossa e qualche ovale.
La qualità della visione migliora lievemente diaframmando l’obiettivo a circa 11 cm, un’operazione che si effettua togliendo il tappo presente sul coperchio in plastica che protegge l’obiettivo.

Il tappo sul coperchio dell'obiettivo, consente di portare l'apertura  a 11 cm
Il tappo sul coperchio dell’obiettivo, consente di portare l’apertura a 11 cm

Ovviamente con uno strumento del genere, non sarà possibile fare stime dei colori delle bande atmosferiche del Gigante Gassoso, in quanto i colori risultano falsati da residuo cromatico.
Qualora non si esageri troppo con gli ingrandimenti, pur non essendo lo strumento specifico per questo genere di osservazioni, devo ammettere che non delude anche se il suo utilizzo prediletto è l’osservazione degli oggetti del cielo profondo.

 

Recensione del telescopio Rumak   “Intes Italia Challenger 180” 

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Questa recensione riguarda un telescopio prodotto e commercializzato negli anni 2000. All’epoca la famiglia Ghisi, i proprietari del negozio astronomico “Il Diaframma” avevano creato il marchio Intes Italia con l’intenzione di dare una veste estetica piu’ moderna agli spartani telescopi russi.

Io provai un esemplare di un telescopio Rumak 180/1800 nel 2003, quando facevo parte dello Staff Tecnico del mensile “Le Stelle”, all’epoca diretto dalla prof.ssa  Margherita Hack e dal compianto Corrado Lamberti.

Propongo qui di seguito le mie passate impressioni, con la speranza che possano essere utili a qualche appassionato.

Se dovessi stilare una classifica per fare notare lo strumento più amato dagli astrofili negli anni Novanta, al primo posto vi sarebbe con certezza lo Schmidt Cassegrain. Questa configurazione ottica, presentata nel 1954 da Alan Hale e Tom Johnson e lanciata sul mercato nel 1966, dopo vari perfezionamenti, ha raccolto nel corso degli anni i consensi di molti osservatori grazie alla sua configurazione ottica compatta è consona a un utilizzo polivalente, pur non eccellendo in nessun ambito.
L’aumento dell’inquinamento luminoso nella nostra penisola sta facendo avvicinare sempre più astrofili all’osservazione e alla ripresa degli oggetti del sistema solare. Molti non potendo scegliere i costosi rifrattori apocromatici, sentono la necessità di utilizzare uno strumento dal prezzo abbordabile che possa fornire immagini contrastate, essere compatto e che possa concedere saltuari trasferimenti per osservare gli oggetti del cielo profondo, sotto i cieli tersi di alta montagna.

Il Rumak di cui parlo in quest’articolo, congloba tutte queste caratteristiche e offre anche qualcosa in più rispetto alla configurazione Schmidt-Cassegrain. Il primo elemento che balza all’occhio è il design molto curato. Su questo terreno i costruttori russi non hanno mai eccelso in passato. Le loro produzioni sono sempre state apprezzate per le ottiche performanti, ma non potevano certo esserlo per le intubazioni e le rifiniture: spartane e pesanti le prime, poco curate le seconde. Ultimamente, invece, forse anche grazie alle esigenze di mercato e alle richieste degli importatori italiani, i progressi sono stati notevoli: le parti esterne del Challenger sono ben anodizzate mentre l’intubazione, dal design finalmente moderno, è coperta da uno strato di vernice bianca: la maggior parte delle viti di fissaggio è celata alla vista. Il menisco è custodito da un coperchio che s’inserisce perfettamente grazie a una leggera pressione, mentre l’interno dell’intubazione è ottimamente opacizzato. Fa bella mostra di sé anche un cercatore 10 x 50, nero opaco, dotato di oculare Plossl di un campo di 5 ° e del supporto per il montaggio dell’illuminatore . Di buona qualità ottica, è provvisto di una messa a fuoco spartana ma efficace, praticabile attraverso la rotazione dell’oculare. L’Intes Italia Challenger 180 riprende la classica configurazione ottica russa Maksutov, realizzata e perfezionata secondo lo schema Ruuten – Maksutov (Rumak), in modo da concedere una maggiore luminosità, e una maggiore correzione delle aberrazioni, punto dolente di tutti i Maksutov classici.
L’ostruzione centrale dello strumento è pari al 33% del suo diametro. Il menisco sferico è di vetro K8 con trattamento multiplo anti – riflesso, trattenuto nella cella da un anello che permette di esercitare una pressione omogenea, mostrando così le immagini di diffrazione molto regolari. A differenza dei menischi fissati tramite più viti, gli specchi, anch’essi sferici, sono di vetro LK-5 alluminato e preservato da un trattamento di Al- SiO2;  ricordo che il secondario è separato dal menisco e collimabile separatamente. Il campo lineare  è di ben 40 mm, la risoluzione teorica è pari a 0”,68, mentre il rapporto focale è stato modificato per un utilizzo più universale e  si attesta sul classico F/10 degli S.C.

Per ciò che concerne le dimensioni, il Maksutov russo denota un’ottima compattezza: la lunghezza del tubo, infatti, è di 730 mm, il diametro esterno di 200 mm mentre il peso netto e di 7 kg. A differenza dei Maksutov tradizionali, il Challenger Intes, utilizza un focheggiatore Crayford da due pollici provvisto di 35 mm di corsa, che non comporta il movimento dello specchio primario, evitando così aberrazioni, deriva dell’immagine e deficit di collimazione. Durante le mie prove si è rivelato molto preciso soprattutto nelle correzioni della messa a fuoco ad alti ingrandimenti. A causa del fuoco decisamente esterno, è obbligatorio l’utilizzo del diagonale e di un eventuale raccordo se si osserva  attraverso oculari dal diametro di 31,8 mm.

Ho messo alla prova lo strumento sulle Prealpi Lombarde a 600 metri di quota, alla presenza di un inquinamento luminoso sufficientemente contenuto: diciamo sotto un cielo da magnitudine 5. In primo luogo ho regolato il secondario attraverso un collimatore della LaserMax TLC 1- 800, affinando in seguito l’operazione con il metodo dell’analisi di un anello di diffrazione stellare ad alti ingrandimenti ( ho puntato Aldebaran, alfa Tauri, magnitudine 0,86). L’immagine a regolazione compiuta, rivelava gli anelli di diffrazione molto incisi e dalla luminosità uniforme.

Testando l’ottica su alcune stelle del cielo invernale ho constatato come questa configurazione fosse più corretta rispetto lo schema Maksutov tradizionale: questo perché il  secondario non è stato ricavato a alluminando la zona centrale del menisco, ma lavorando uno specchio indipendente. Il progettista, quindi, è in grado di trattare il secondario separatamente per poi combinarlo, con maggiore precisione, con lo specchio primario nonché col menisco. L’altra faccia della medaglia è che il supporto che lo regge, provvisto di paraluce, determina un’ostruzione maggiore rispetto allo schema tradizionale.

 In ogni caso, nella prova sul cielo ho riscontrato soltanto una leggerissima aberrazione sferica e la presenza di una lieve coma ai bordi. Queste lacune non inficiano le osservazioni visuali del cielo profondo dato che l’osservatore può tollerare un lieve difetto ai bordi a vantaggio di una  ottima lavorazione sull’asse ottico; del resto, la vocazione di questo strumento non è la fotografia del profondo cielo, in questo campo la prevalenza dei rifrattori apocromatici è fuori discussione.

Nell’alta risoluzione, invece, la qualità dell’ottica, compensando l’ostruzione, non fa rimpiangere uno strumento a rifrazione dal diametro poco inferiore. Come si è detto, lo schema Rumak si distingue dal tradizionale Maksutov per la presenza di un primario e di un secondario sferici entrambi  collimabili, con una focale di 1800 mm :  ciò lo rende usufruibile con profitto anche nelle osservazioni del profondo cielo. Mi è parso quindi ragionevole confrontarlo con il classico Celestron di 203 mm di diametro. Durante una serata particolarmente limpida di gennaio ho puntato i due strumenti verso la Nebulosa di Orione accertando come non vi fossero peculiari differenze di luminosità nelle immagini fornite, questo testimoniava l’ottima rilfessione dell’ottica russa rispetto un buon Schmidt Cassegrain commerciale. Le stelle del trapezio in M42 erano, inoltre, più contrastate nell’Intes Challenger 180. La stessa cosa l’ho appurata osservando gli altri oggetti del catalogo di Messier, come M35 nei Gemelli; M 36, M37, M38 in Auriga; M41 nei pressi di Sirio; il Doppio Ammasso in Perseo. Anche l’osservazione delle galassie M81 e M82 dell’Orsa Maggiore è stata proficua, in questo frangente, il Celestron mostrava l’immagine lievemente più luminosa ma il contrasto superiore del Challenger permetteva di far risaltare le tenui galassie dal fondo cielo.

Ho osservato, inoltre, M51 e M101, visibili come distinte macchie di luce. Sotto un cielo terso di alta montagna le prestazioni sarebbero state ovviamente migliori, purtroppo le condizioni atmosferiche durante gennaio non mi hanno consentito di sfruttare totalmente le potenzialità dello strumento.

 

In una serata dal seeing medio ho nuovamente confrontato il Challenger 180 con il Celestron C8; inoltre, per avere un equo metodo di comparazione nell’osservazione dei dettagli del basso contrasto,  ho utilizzato anche uno stupendo rifrattore alla fluorite di 102 mm della Vixen.

Lo strumento che ha più sofferto delle condizioni atmosferiche è stato lo Schmidt Cassegrain, seguito dal Maksutov russo, il disco di Giove a tratti era fortemente disturbato dalle variazioni del seeing, ma nei momenti di minor turbolenza, ho osservato seppure con difficoltà le bande equatoriali Sud e Nord (SEB e NEB), la banda temperata Nord (NTB) la banda temperata Nord Nord (NNTB); erano, inoltre, ben evidenti le tenui  colorazioni delle bande gassose del Gigante del Sistema Solare. Le immagini svelate dal rifrattore alla Fluorite, erano ovviamente più calme.

Saturno, nelle serie successive, complice una leggera foschia che placava la turbolenza, ha esibito la divisione di Cassini, le sottili differenze di colore nell’anello B, e la discontinuità nei pressi dell’ anello A. L’ingrandimento massimo che ho potuto sfruttare con i Challenger 180 prima del decadimento delle immagini è stato di 360 ingrandimenti  (Plossl da 7,5 mm). In questo caso, la maggior risoluzione del Celestron e dell’Intes, si è fatta sentire rispetto al rifrattore della Vixen.

 

In definitiva il Maksutov Challenger 180 si è rivelato un ottimo sostituto del classico Schmidt Cassegrain.  La compattezza, la qualità ottica, la precisione del sistema di focheggiatura e la focale – portata a 1800 mm con rapporto F/10, permettono di spaziare con profitto dalle osservazioni del cielo profondo a quelle in alta risoluzione.

 

Nota: La sola ottica del Challenger 180 era disponibile nel 2003 al prezzo di 2000 euro, mentre con la montatura M5 Plus dotata di motorizzazione su due assi Mechatronics della Night Technology il prezzo saliva 2750 euro.
Nel prezzo d’acquisto non era previsto il diagonale a specchio ma io avevo utilizzato l’Intes Italia DX2 da 259 euro.  In alternativa, a un prezzo conveniente, il Diaframma forniva il diagonale da due pollici Lumistar della Night Technology che costava 125 euro.