Takahashi Mewlon 210 vs Celestron C9.25

 di Raffaello Braga e Massimo Masson

PREMESSA

Quello che segue non è un vero e proprio test, ma sono piuttosto le nostre impressioni d’uso su un vecchio cavallo di battaglia della giapponese Takahashi, il riflettore Mewlon 210. In genere preferiamo limitare il più possibile la pubblicazione su Astrotest di prove di strumenti, accessori o montature di proprietà dello staff, perché sappiamo – basta leggere i forum di astronomia – che i test di questi oggetti rischiano più degli altri di essere affetti da errori d’aspettativa, dal desiderio di giustificare a tutti costi una spesa, soprattutto se rilevante, da facili entusiasmi oppure, al contrario, dalla tendenza ad essere perennemente insoddisfatti dei propri acquisti. Ma ogni tanto capita l’occasione buona e allora ne approfittiamo anche noi per aggiungere al sito qualche articolo interessante, dichiarando però esplicitamente che gli oggetti di cui si parla sono stati acquistati e non soltanto ricevuti in visione. L’unico vantaggio di scrivere un articolo sui propri telescopi o accessori consiste nel fatto che, se non sono scarti di fabbricazione, abbiamo avuto più tempo per provarli e per capirne pregi e difetti, contrariamente a quelle cose che si devono invece restituire alle aziende in un tempo limitato. Un colpo di fortuna ha permesso a due di noi di entrare in possesso, qualche anno fa, di due esemplari usati del summenzionato Mewlon 210 a un prezzo molto conveniente, e vogliamo qui riferire della nostra esperienza in proposito, la quale, pur non essendo in alcun modo generalizzabile, riteniamo possa ugualmente interessare i lettori di Astrotest. Poiché entrambi abbiamo usato, o usiamo, anche il concorrente più diretto del Mewlon, il Celestron C9.25, abbiamo colto l’occasione per fare qualche confronto tra le due ottiche.

 1. INTRODUZIONE: IL RIFLETTORE CASSEGRAIN

A differenza del riflettore newtoniano il Cassegrain ha avuto diversi padri, e tra questi  si annoverano almeno Marin Mersenne, James Gregory e naturalmente Monsieur Laurent Cassegrain, sacerdote e insegnante al Collège de Chartres, tutti impegnati nello sviluppo di uno strumento di impiego più flessibile rispetto all’ingombrante Newton. Questo schema, con le sue numerose varianti, ha goduto nel tempo di alterne fortune: i dilettanti di astronomia gli hanno sempre preferito il newtoniano classico, tanto che ancora oggi il Cassegrain rappresenta uno strumento di nicchia, mentre tra i professionisti, che con questo schema potevano disporre di strumenti di grande diametro ma ancora gestibili ed estremamente versatili, l’accoglienza è stata ben diversa e ha dato luogo a notevoli realizzazioni, basti ricordare il riflettore da 60 pollici di Monte Wilson, dotato di due fuochi Cassegrain a f/16 e f/20, un fuoco coudé a f/30, un fuoco primario a f/5 e uno newton pure a f/5.

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Il riflettore da 60 pollici di Monte Wilson (credits: www.cr.nps.gov)

L’adozione di più di un fuoco caratterizza anche diversi strumenti non professionali di un certo impegno, tipicamente da osservatorio, e almeno una realizzazione commerciale, il Takahashi CN-212.

Come si diceva, il Cassegrain ha avuto poca fortuna tra noi dilettanti, ma alcune sue caratteristiche come la comodità di osservazione dal fuoco posteriore e la compattezza notevole rispetto al newtoniano sono state incorporate in un certo numero di schemi derivati, tra i quali il più fortunato è stato certamente lo Schmidt-Cassegrain seguito a ruota dal Maksutov-Cassegrain e più recentemente dal Ritchey-Chrétien, che sta godendo di notevole fortuna tra gli astrofotografi più esigenti e tra i semi-professionisti.

Il telescopio di Cassegrain possiede uno specchio primario parabolico che produce nel fuoco immagini perfettamente corrette (salvo le tolleranze di lavorazione) dall’aberrazione sferica, esattamente come nel newtoniano. La caratteristica del Cassegrain è però quella di poter essere costruito con  focali equivalenti maggiori del Newton classico in un insieme che risulta decisamente più compatto a parità di diametro, e questo si può fare intercettando i raggi in arrivo dallo specchio principale prima che focalizzino e rinviandoli tramite uno specchio convesso a un fuoco posteriore al primario, da cui si osserverà l’immagine.

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Schema ottico del riflettore Cassegrain: il fuoco posteriore e l’amplificazione di focale determinata dal secondario permettono di ottenere uno strumento di lunga focale in una configurazione molto più compatta rispetto al riflettore newtoniano. (credits: Wikipedia.en)

Per fare questo senza introdurre aberrazioni il secondario convesso deve essere iberbolico e di forma tale che il fuoco del sistema composto coincida con uno dei due fuochi dell’iperbole. Si capisce da ciò come le tolleranze di lavorazione permesse dallo schema Cassegrain siano molto strette, e inoltre il primario paraboloidico molto aperto (tipicamente tra f/2 e f/3) e il secondario iperboloidico invece che piano come nel newton rendono la lavorazione critica e fanno lievitare i costi.

 

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Jesse Ramsden (1735 – 1800)

Nel 1779 l’inglese Jesse Ramsden (lo stesso inventore dell’omonimo oculare) descrisse per la prima volta quella che sarebbe poi divenuta una delle varianti più apprezzate del Cassegrain, il Dall-Kirkham, caratterizzato da un primario ellittico e un secondario sferico, benché sia più che probabile che anche alcuni dei primi telescopi “gregoriani” del XVII secolo avessero pure dei secondari sferici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Horace Dall, astrofilo, progeettista ottico ed esploratore, fotografato assieme al suo riflettore Cassegrain ultratrasportabile.

Horace Dall, astrofilo, progeettista ottico ed esploratore, fotografato assieme al suo riflettore Cassegrain ultratrasportabile.

Il nome Dall-Kirkham deriva da Horace Dall e Alan Kirkham, due costruttori di telescopi che indipendentemente l’uno dall’altro e probabilmente ignari delle anticipazioni di Ramsden, scoprirono che il secondario iperboloidico del Cassegrain non è più necessario se il primario è un ellissoide prolato, una figura intermedia tra la sfera e il paraboloide. In questa variante sia il primario che il secondario sono più facili da realizzare e nonostante un  coma extrassiale maggiore che nel Cassegrain classico, sull’asse ottico questo schema può fornire immagini molto ben corrette di astri angolarmente poco estesi come i pianeti e le stelle doppie, che rappresentano appunto il principale campo di applicazione del Dall-Kirkham.

 

 

 

2. IL TAKAHASHI MEWLON 210

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Il Mewlon 210 con le caratteristiche finiture del noto costruttore giapponese. (Credits: Takahashi co.)

2.1 Intubazione

Il Mewlon 210 possiede un primario di 220 mm di diametro (ma l’apertura libera è di 210 mm) a f/2.9 e un secondario di 65 mm di diametro a f/4, per una focale equivalente di 2415 mm nel punto di fuoco ottimale, che si trova a 44 mm dall’estremità del portaoculari da 2 pollici. Come in quasi tutti i derivati del Cassegrain la focale varia leggermente secondo la posizione del fuoco a causa dell’amplificazione provocata dal secondario, ma nella pratica la variazione è più che tollerabile. La massima estrazione del fuoco è di circa 17 cm, sempre dall’estremità del portaoculari, non moltissimo quindi, e occorre tenerne conto se si usa un treno di accessori molto lungo o il visore binoculare.

La messa a fuoco avviene per traslazione dello specchio primario, come negli Schmidt-Cassegrain; la manopola di messa a fuoco è comoda e ben manovrabile (salvo che negli esemplari più datati) e permette una fuocheggiatura sufficientemente fine.

Lo specchio secondario sferico è incollato a un supporto sostenuto da quattro sottili razze e che determina un’ostruzione del 32%, leggermente inferiore a quella media degli SC e sulla soglia di quello che viene comunemente considerato il limite massimo per un telescopio “planetario” (30%). I quattro sostegni del secondario hanno uno spessore di 1.5 mm. 

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Veduta posteriore del tubo ottico. Il portaoculari da due pollici è provvisto di un riduttore a 31.8 mm con corona di serraggio. La messa a fuoco avviene agendo sulla manopolina a destra come negli Schmidt-Cassegrain. (Credits: Takahashi Co.)

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Veduta frontale del tubo. L’orlo è ripiegato internamente per evitare colature di condensa all’interno. (Credits: Takahashi Co.)

Il tubo, lungo 70 cm e pesante 8 kg, ha una bella finitura, caratteristica di tanti prodotti Takahashi, molto resistente e priva di sbavature e imperfezioni, col bordo superiore ripiegato per evitare colature di condensa lungo la superficie interna. Il tubo viene fornito di default con un portaoculari da 2 pollici provvisto di riduzione a 31.8 mm con serraggio tramite anello in materiale plastico.

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Il cercatore è un 7×50 di notevole qualità ottica e meccanica in confronto ai cercatori cinesi low cost dello stesso diametro, fornito di un sistema di centraggio forse un po’ macchinoso ma molto stabile, reticolo illuminato e messa a fuoco elicoidale sull’oculare. La qualità del cercatore si apprezza, ad esempio, quando si cerca Venere durante il giorno: in condizioni di trasparenza del cielo non ottimali spesso il pianeta è difficile da individuare in un 50 mm cinese, che fornisce un’immagine molto aberrata, mentre è invece subito evidente nel cercatore del Mewlon. Il suo sostegno è tutt’uno col tubo e serve anche come maniglia per il trasporto.

 

 2.2 Collimazione

La collimazione dello specchio secondario (il primario non è collimabile con facilità) avviene col solito sistema di tre viti a brugola accessibili dopo aver svitato un coperchietto; è una soluzione rischiosa perché il Mewlon a causa del piccolo campo corretto richiede con una certa frequenza dei ritocchi alla collimazione, e ciò comporta il rischio che prima o poi la chiave a brugola finisca nel tubo. Meglio dunque sostituire da subito queste viti con le Bob’s Knobs specifiche per questo modello e disponibili presso diversi rivenditori italiani, seguendo le facili istruzioni fornite a corredo delle viti stesse. Anche se questo ausilio non permette la finezza di regolazione consentita da una chiave a brugola, la comodità di utilizzo è però impagabile e con un po’ di pratica si arriva a padroneggiare la collimazione facilmente e velocemente (*).

Le Bob's Knobs per il Mewlon: le viti sporgono dall'alloggiamento e pertanto dopo averle installate non è più possibile rimetttere il coperchietto originario.

Le Bob’s Knobs per il Mewlon: le viti sporgono dall’alloggiamento e pertanto dopo averle installate non è più possibile rimettere il coperchietto originario.

Se durante lo star test si notasse che l’ombra del secondario trasla di posizione passando dall’intrafocale all’extrafocale vuol dire che il centro di questo specchio non si trova esattamente sull’asse del primario. Il Dall-Kirkham è molto sensibile a questo tipo di errore che perciò va corretto con cura, il che si può fare esattamente come si fa coi riflettori newtoniani agendo sulle viti a croce che fissano lo spider al tubo e verificando l’esito dell’operazione con un righello. Viti diametralmente opposte vanno girate in modo che una “tiri” il supporto e l’altra lo “spinga”, con piccolissime rotazioni e prestando attenzione a non deformare i due supporti perpendicolari a quelli su cui si sta agendo e a non liberare le razze dalle viti stesse. Un’alternativa all’uso del righello per il posizionamento del secondario è costituita dal laser: si smonta (a tubo orizzontale e con mille precauzioni) il secondario, si inserisce il laser nel portaoculari e si regola la crociera finché il laser non punta esattamente al centro del sostegno. E’ anche possibile realizzare una maschera da sovrapporre al secondario, senza rimuoverlo, su cui segnare il centro del supporto e procedere poi come sopra oppure servendosi di un telescopio collimatore Takahashi, certamente più preciso di tanti laser commerciali. Un’altra causa di questo errore – l’ombra del secondario che trasla – può essere costituita da un portaoculari che determini un’inclinazione degli oculari nella loro sede.

Il Dall-Kirkham ha un campo corretto davvero piccolo e la collimazione è un fattore critico per poterlo sfruttare al 100% in alta risoluzione. Come accennato sopra qualche minimo ritocco può essere utile quando si cambia il setup di osservazione o ripresa CCD, ad esempio quando si passa dalla visione diretta a quella col diagonale e viceversa, quando si inseriscono i visori binoculari, le ruote portafiltri, ecc. Molti astrofili invece – e questo è un discorso più generale – trascurano questa messa a punto, collimano il telescopio in visione diretta e poi ci mettono tutti gli accessori possibili e immaginabili credendo che la collimazione si conservi sempre e comunque. In ogni caso l’uso delle Bob’s Knobs rende l’operazione semplice e veloce. 

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Schema ottico del Mewlon 210 (credits: Takahashi Co.)

Una collimazione grossolana si può effettuare anche di giorno con un oculare Cheshire centrando bene tutti i riflessi, mentre sul cielo si provvede alla collimazione fine usando almeno 300x e sfuocando pochissimo fino a vedere un solo anello e un punto brillante all’interno, che si dovrà centrare rispetto all’anello stesso.

Nel seguito descriviamo più specificamente le nostre impressioni d’uso su due esemplari di Mewlon 210, per semplicità denominati A e B. Queste impressioni non sono sempre coincidenti, ma questa è la regola e non deve stupire più di tanto.

 

3. TEST DEL TUBO A (a cura di Massimo Masson)

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Questo esemplare è stato acquistato usato presso un privato, dal numero di serie si evince che l’OTA è un “vecchietto” del 1997, che però si porta bene gli anni sulle spalle. Meccanicamente integro ed in ottime condizioni, pur con leggeri e normali evidenze d’uso, otticamente ha gli specchi in ottime condizioni ad un’ispezione visiva. Il tubo in oggetto ha subito una modifica “invasiva” da parte di un precedente proprietario, ovvero l’inserimento di una ventola di raffreddamento nella culatta. Il lavoro è stato eseguito professionalmente, il foro nella culatta non ha sbavature e la ventola è stata coperta da una griglia esterna a protezione del sistema. E’ presente anche un piccolo foro per l’inserimento dell’alimentazione, anche questo realizzato ad arte. Nonostante la realizzazione professionale, confesso di non aver mai utilizzato tale sistema per accelerare l’acclimatamento, non tanto per i tempi quanto per il fatto che una sola ventolina ad alta velocità, posizionata circa ad ore 8 guardando il tubo dal retro, mi fa venire il sospetto di poter creare un po’ di astigmatismo fino a quando lo specchio non sia omogeneamente in temperatura. Ribadisco comunque trattarsi di mera ipotesi perché non ho mai effettuato prove specifiche in tal senso.

Uno dei segni dell’età di questo tubo consiste nel fatto che non era dotato dell’originale raccordo Takahashi da 2”, ma in questo contesto ho approfittato della situazione per acquistare l’apposito anello (sostitutivo del pezzo mancante) con uscita “SC” che ha comportato per me due grossi vantaggi:

  • primo e più importante, dal momento che sono assiduo utilizzatore di torretta binoculare, accorciando il percorso ottico il più possibile mi distanzio meno dalla focale ideale di progetto;
  • secondo e più comodo, posso utilizzare eventualmente un vasto parco accessori. In sè non è così fondamentale ma dato che utilizzo (anche) la torretta con prisma Baader, che può ospitare un raccordo a filetto SC, ciò mi consente di avere un sistema meccanicamente più rigido rispetto a quello con i raccordi da 31,8.

Rimanendo nell’ambito della descrizione “meccanica”, mi concedo un paio di commenti sul sistema di messa a fuoco. Il “210” focheggia tramite traslazione del primario con apposita manopolina nella culatta. Ho avuto ad un certo punto un problema con la stessa, che potrei descrivere come un backlash (un gioco) che si verificava al momento dell’inversione del verso di rotazione, accompagnato da una sorta di “slittamento” del punto di fuoco esatto. In pratica capitava che, una volta terminato di ruotare la manopola il fuoco continuasse di pochissimo nella stessa direzione. Invertendo il senso di rotazione per “tornare indietro”, dovevo girare la manopola un po’ a vuoto prima di recuperare il movimento. Tutto ciò era estremamente fastidioso e non consentiva di focheggiare correttamente. In questa situazione inoltre si palesava un po’ di mirror-shift, ma solo in osservazione con temperature basse (diciamo dai 5-8°C in giù). In questa situazione ho provato ad utilizzare prima un focheggiatore esterno Baader SteelTrack, rivelatosi ottimo ma a cui ho presto rinunciato dato che mi consumava parecchio backfocus, per poi provare un più compatto focheggiatore elicoidale TS, comunque limitato al diametro da 1.1/4” e che con l’uso della torretta non risolveva la situazione (ma in torretta potevo ovviare con il movimento fine dei porta oculari).

Ad ogni modo ad un certo punto ho preso coraggio ed ho smontato completamente il meccanismo di messa a fuoco, tentando di regolarlo il meglio possibile. Il risultato che ho ottenuto è stato al di sopra delle aspettative, ora il focheggiatore ha una corrispondenza perfetta con il movimento dello specchio, la tensione risulta adeguata (non troppo duro e non troppo morbido, ma più tendente al duro) e lo specchio, finito di focheggiare, non si sposta minimamente. Come “bonus” di questa operazione, il mirror-shift si è praticamente annullato, ora tutto il sistema di focheggiatura fa onore al blasone che porta, mi ha fatto cambiare idea sul fatto che sia un sistema intrinsecamente instabile (esperienza di qualche SC) arrivando a ritenere che ciò dipenda in larga parte dalla realizzazione meccanica. Probabilmente la situazione si è creata a seguito di precedenti smontaggi in cui questo parametro non è stato adeguatamente preso in considerazione. Resta tuttavia un fastidioso difetto: la manopola di messa a fuoco nel mio vecchio) esemplare era del tipo completamente liscio, e d’inverno a mani nude o con i guanti rende la presa poco sicura. Mi pare di aver capito che nei modelli nuovi la manopola è dotata di apposita zigrinatura, quindi la questione per i nuovi utenti non dovrebbe porsi. Per il mio la soluzione è stata ridicolmente banale, ovvero una piccola guaina in gomma tipo la sezione di una camera d’aria.

Per concludere le osservazioni sul fronte meccanico, un aspetto che apprezzo particolarmente del Mewlon è il fatto che sia completamente smontabile con facilità (ed attenzione, ovviamente!) analogamente alla maggior parte dei riflettori, il che consente di accedere ad ogni sua parte per fare un’adeguata manutenzione. Questo significa anche però che l’utente deve essere disposto a “metter mano”, possibilmente sapendo quello che sta facendo.

La collimazione in se’ non è più difficile di quella di un SC tradizionale, operando con le classiche tre vitine a brugola sul sostegno del secondario, è solamente più sensibile e le viti vanno spostate di entità ridotte, tipicamente 1/10 di giro se il tele non è troppo scollimato. L’unico elemento da toccare per la collimazione infatti è il secondario, quindi la situazione è apparentemente più semplice di quella che deve affrontare l’utente di uno schema newtoniano (che deve tenere sotto controllo più variabili), tuttavia questa è solo una mezza verità, che va letta di concerto con le affermazioni del paragrafo precedente: la collimazione sul secondario è adeguatamente effettuabile solo se tutto il resto dello strumento è meccanicamente già allineato. A parte il fatto che esiste la possibilità di regolare l’assialità anche dello specchio principale (tramite 3 grani a brugola a 120°, per poi venir fissato nella posizione corretta da 3 viti, sfalsate rispetto alle prime, sempre a 120°), cosa che peraltro non ho mai gestito, risulta invece opportuno o necessario controllare che il secondario sia in asse con il primario, e su ciò si può intervenire tramite le razze dello spider porta secondario, come si fa con lo schema newtoniano. In pratica, svitando ed avvitando, a coppie diametralmente opposte, le viti dello spider si allinea il secondario con il primario ponendosi nella condizione di allineamento corretto che è necessaria per una perfetta collimazione. Solo successivamente si potrà procedere con la regolazione degli altri elementi. Si dovrà porre attenzione in questo frangente al fatto di non incurvare due delle razze agendo sulle perpendicolari.

Quest’ampia libertà di regolazioni richiede tuttavia tempo ed abilità, personalmente mi sono molto avvicinato ad una collimazione ottimale e solo recentemente sono riuscito a raggiungere il livello che avrei voluto (aiutato anche dal – costoso – collimatore Takahashi) ma una volta regolato il tutto lo strumento offre grandi soddisfazioni.

I tempi di raffreddamento del tubo sono buoni, essendo uno schema aperto, io al massimo in un’ora in inverno riesco a portarlo in temperatura, ma va evidenziato che il tubo non esce da una stanza calda quanto piuttosto da un riparo chiuso nel sottotetto o in terrazza; al freddo, quindi il delta termico si aggira sulla decina di gradi al massimo. In estate in queste condizioni è praticamente sempre pronto all’uso.

Un punto di forza che va evidenziato è la gestione della condensa, il tubo è come fosse un lungo paraluce e il primario non mi si è mai appannato, anche in notti fredde ed umide a seguito delle quali si raccoglie tutto il materiale completamente inzuppato. Mi sembra che anche il secondario sia ben protetto, la sua sede ha una sporgenza interna che fa da paraluce e non ho mai avuto evidenze di appannamento nemmeno per esso.

Per quanto riguarda finalmente la performance puramente ottica, ciò che alla fine conta in un telescopio, posso dirmi decisamente soddisfatto. Nei limiti dell’apertura direi che i punti di forza possono essere individuati in una purezza di colore assoluta, garantita dallo schema a riflessione pura, un buon contrasto con un fondo cielo scuro, una buona puntiformità stellare soprattutto in asse. Lo schema soffre di coma procedendo verso il bordo del campo (Takahashi dichiara che comunque il tubo non presenta più coma di un Newtoniano aperto ad f/5, cosa che mi sentirei di confermare) ma affatto fastidioso, ovviamente più evidente all’aumentare della lunghezza focale dell’oculare impiegato. Con un SMC Pentax XW da 40mm, massimo campo consentito dall’apertura di 2”, si raggiungono circa 60 ingrandimenti con un campo reale di poco più di 1 grado, ed in queste condizioni al bordo la coma si nota, ma va detto che evidentemente non siamo di fronte ad un telescopio da “rich-field” (cosa che comunque 1 grado di campo reale non è…) ed il suo meglio lo da ad ingrandimenti maggiori.

Con oculari da 1 1/4”, compreso il TV Panoptic 24mm (che offre il massimo campo inquadrato per oculari da 31,8mm) non sono in grado di farmi distrarre in modo particolare dalla coma a bordo oculare. All’aumentare degli ingrandimenti, e riducendo il campo inquadrato, il “problema” si risolve da solo.

Va anche ricordato che, comunque, lo specchio primario è sovradimensionato rispetto all’apertura libera di 21cm, uno dei motivi essendo anche il maggior controllo dell’aberrazione testé citata.

La lunga focale consente di apprezzare anche oculari non eccelsi e, soprattutto, di non essere costretti ad utilizzarne con focali eccessivamente ridotte. Il mio utilizzo è prevalentemente binoculare, e di conseguenza mi posso accontentare di oculari con campi apparenti relativamente ridotti (mi piacciono molto gli ortoscopici) pur traendo buona soddisfazione anche dagli altri.

3.1 Confronto con un Celestron C 9.25

Riporto ora alcune sensazioni personali che ho documentato un po’ di tempo fa già su altri canali, in cui ho avuto la fortuna di poter usare contemporaneamente il Mewlon 210 ed un Celestron C9,25.

L’osservazione ha avuto luogo nelle seguenti condizioni:

  • temperatura 18-15 gradi, a calare nel corso della serata;
  • entrambi gli OTA montati sulla stessa montatura (William Optics EZTouch), uno per lato (quindi direi con le stesse condizioni di seeing locale);
  • entrambi gli OTA montavano gli stessi oculari (SMC Pentax XW da 20mm e da 10mm). Considerando che le due focali in gioco sono di 2350mm (per il C9) e 2415mm (per il Mewlon 210) ho ritenuto che il differente ingrandimento potesse essere trascurabile (gli oculari erano in coppia, quindi ciascun tubo con il proprio oculare);
  • seeing buono, direi oscillante tra circa 6-7/10 della scala Pickering.

3.1.1 Acclimatamento

Il Mewlon è stato portato fuori da una stanza dell’abitazione, non ho misurato la temperatura ma non c’erano molti gradi di differenza. Leggerissima piuma di calore iniziale, sparita sicuramente in meno di mezz’ora. Il C9 è stato tirato fuori da un baule in legno, riposto in un armadio riparato da un sottotetto esposto all’aperto, quindi semi-acclimatato. Ha comunque avuto bisogno di più di mezz’ora per togliere la piuma di calore (non so quanto esattamente, ho interrotto dopo mezz’ora ed ho potuto riprendere dopo un paio d’ore; quando sono andato via non era in temperatura, quando sono tornato si).

Entrambi i tubi sono stati usati subito per osservare il terminatore lunare, poi chiusi con i loro “tappi” e riaperti dopo un paio d’ore.

3.1.2 Condensa

Il Mewlon è veramente notevole: non ha mai fatto condensa, pur avendo il tubo letteralmente bagnato, quasi gocciolante. Bagnato anche il copri-secondario che nasconde le viti di collimazione, ma nessun segno di condensa nemmeno sul secondario.

Il C9 ha in questo aspetto forse il punto più critico, anche con apposito paraluce (ma senza fasce anticondensa o phon) ha retto per un po’, ma dopo una mezz’ora ha iniziato ad appannarsi la lastra, impedendo un prolungato utilizzo proficuo. Questo ritengo sia il maggior problema del C9 in condizioni di elevata umidità ambientale: inizialmente si deve attendere l’acclimatamento ma poi, una volta raggiunto, il rischio che a quel punto si appanni la lastra è tutt’altro che trascurabile.

3.1.3 Collimazione

Mewlon collimato fin dall’inizio. Non direi collimazione maniacale, ma buona (all’epoca non l’avevo collimato io e non avevo ancora iniziato a “smanettarci” sopra). C9 leggermente scollimato, un primo ritocco (con le Bob’s Knobs) dopo 15 minuti di osservazione ed un secondo ritocco dopo che era andato in temperatura, nella seconda parte della serata, per portarlo ad un livello almeno buono, forse anche di più. Entrambi i telescopi avevano manifestato un ottimo star test, con immagini intra ed extra praticamente identiche, anelli perfettamente concentrici con il “puntino” in centro, nettamente separati gli uni dagli altri.

3.1.4 Messa a fuoco e mirror shift

Manopola di messa a fuoco dolce e morbidissima per il C9, più “dura” sul Mewlon. Il C9 è “facile”, il punto di fuoco ha poco margine e si nota subito il fuori fuoco. Il Mewlon ha uno snap test di una precisione incredibile: il punto di fuoco è quello e basta, senza altre possibilità! Fuoco perfetto in un punto, e solo in quello, ancora più evidente che nel C9.

Il C9 che ho usato aveva un mirror shift estremamente ridotto, secondo me un eccellente risultato, e ad alti ingrandimenti lo spostamento non dava alcun fastidio. Il Mewlon in quell’occasione mi aveva sorpreso, non ero riuscito ad individuare mirror shift, l’immagine stava lì, ferma, da qualsiasi parte ruotassi la manopola di messa a fuoco, tuttavia in serate successive il problema si è manifestato al diminuire della temperatura. Ad ogni modo ho risolto come scritto precedentemente rivedendo tutto il meccanismo.

Considerazioni personali: penso di avere avuto per le mani un buon esemplare di C9, ho preso il Mewlon un po’ per sfizio (e, non nascondo, anche perché attirato dal blasone) e un po’ (soprattutto…) perché mi è capitata un’occasione veramente favorevole nell’usato. Come accennato il Mewlon è del 1997, mentre il C9 credo fosse dei primi anni 2000, si trattava di un modello ancora “americano” (quelli con la culatta piatta).

3.1.5 Utilizzo e prova sul campo

Il mio utilizzo di questo tipo di tubo è l’astronomia “da giardino”, esclusivamente visuale, ho bisogno di un tubo veloce (e leggero) da portar fuori per fare “alta risoluzione” su Luna e pianeti in relax, senza troppo impegno (so che l’alta risoluzione si fa cercando il seeing e aumentando il diametro, ma qui ho un setup operativo in 5 minuti. Non 5 minuti “per modo di dire”, 5 minuti di orologio: treppiede, monttura altazimutale manuale EZTouch, tubo leggero, valigetta oculari, finito: ci metto di più a preparare gli oculari che il setup!!!).

Prima di osservare la mia aspettativa era che il Mewlon non sfigurasse con il C9 (visto il diametro maggiore di quest’ultimo) ma che mi offrisse comunque due grossi vantaggi: acclimatamento più rapido e assenza di condensa. Su questi ultimi due punti il Mewlon mi ha pienamente soddisfatto, sulla resa ottica… proseguo con la descrizione.

Primo bersaglio: Luna con fase al 54%. Ho osservato il terminatore, senza concentrarmi sull’individuazione della morfologia ma esclusivamente sui particolari visibili, sia nell’uno che nell’altro tubo. Dico subito che i dettagli visibili erano gli stessi in entrambi i tubi. Dico anche subito però che l’immagine nel Mewlon era percepibile come più piacevole. Minor turbolenza (mi aspettavo il contrario, in verità, a causa del tubo aperto) e colori decisamente più vivi. Tra i due il Mewlon ha un contrasto decisamente più marcato, il cielo è più nero, il bianco della luna è più bianco. L’immagine ricorda veramente da vicino quella di un rifrattore apo, i dettagli sono immediatamente leggibili e molto precisi, “facili” da individuare. Anche il C9 lavora bene, ripeto che i dettagli erano gli stessi, tuttavia meno “immediati”, direi un pochino meno netti. Nei particolari minuti, più di una volta individuavo il dettaglio nel Mewlon (craterino, rima, etc..) e poi lo trovavo anche nel C9, ma mai viceversa. La sensazione che avevo passando dal C9 al Mewlon era quasi di “togliere una pellicola trasparente tendente al giallino”, vedendo la stessa immagine ma più chiaramente.

Gli oculari usati erano SMC Pentax XW da 20 e da 10 su entrambi i telescopi (contemporaneamente), condiderando le due focali quindi circa 120 e 240 ingrandimenti per il Taka, circa 117 e 234 per il C9. Avevo la stessa percezione di ingrandimento non credo che quei pochi ingrandimenti in più o in meno possano aver in qualche modo avvantaggiato il Taka, ammesso poi che gli ingrandimenti fossero davvero quelli dal momento che in questi telescopi la lunghezza focale dipende dalla posizione del fuoco.

Quest’osservazione si è svolta, come accennavo sopra, a strumenti inizialmente “da acclimatare”, poi sospesa dopo poco più di mezz’ora per altri motivi. Ho ripreso dopo un paio d’ore l’osservazione, ormai la Luna era molto più bassa (e vicina ad un fastidioso lampione…), ricontrollando collimazione e acclimatamento di entrambi i tubi. Si vedeva inizialmente più o meno allo stesso modo di prima, ma dopo poco l’approssimarsi della Luna all’orizzonte ha peggiorato le osservazioni ma comunque ho potuto confermare i commenti già riportati sopra.

Il Mewlon mi ha sorpreso, non poco, positivamente. Una cosa non evidente guardando col C9 da solo è il colore della Luna (ed i colori in generale, confermati poi sugli altri oggetti) che sembra “bianco naturale” ma che poi a confronto col Mewlon vira verso il “giallino pallido”. Nel Mewlon la Luna aveva il “suo” colore (quello che si vede ad occhio nudo), passando da un tubo all’altro nel C9 sembrava avesse una leggera itterizia, dipendente dalla presenza della lastra e dei suoi trattamenti.

Queste osservazioni sono state effettuate con un buon seeing (non certo perfetto, ma dalla città direi senz’altro buono), col treppiede appoggiato sull’erba in centro di un ampio giardino (con vari alberi a limitare le fasce di cielo visibili).

Visto che avevo “uno squarcio” di cielo ho puntato (ma anche qui rapidamente) il doppio ammasso in Perseo, con troppi ingrandimenti per poterlo apprezzare nella sua interezza. E’ un soggetto che apprezzo davvero molto con focali più corte o con un buon binocolo. Ad ogni modo, concentrandomi sui dettagli, stesse stelle in entrambi i telescopi. Ottima puntiformità stellare del C9 (acclimatato e collimato, chi dice che fa pallini di polistirolo secondo me o non lo ha in temperatura, o non lo ha ben collimato, almeno per la visione in asse), Mewlon non da meno (anzi, gli darei un leggero vantaggio, anche se si parla qui di differenze “percepibili” e non certo “abissali”…). A parità di area inquadrata, contavo le stesse stelle. Una stellina in particolare, in h Persei, facente parte dell’asterismo che pare uno “scudo”, era visibile al limite, in distolta, sia nell’uno che nell’altro OTA. Anche qui pareggio, ma con il Mewlon vincente sul contrasto: fondo cielo “grigio molto, molto scuro” invece che “grigio appena scuro”, e colori delle stelle più vivi, il che restituisce un’immagine globalmente un po’ più appagante.

Mi interessava “sparare qualche colpo” su Giove, ormai ad una discreta altezza sull’orizzonte (oltre i 45°), quindi ho spostato tutto il setup in un angolo da dove riuscivo a vedere il gigante gassoso. Postazione stavolta non buona, a 2 metri dal muro di casa, con qualche tetto ad una ventina di metri abbondanti di distanza in direzione di Giove, ma non potevo fare altrimenti. I due tubi sempre affiancati, comunque.

Anche su Giove (XW10) si è ripetuto lo stesso risultato avuto sulla Luna: stessi particolari ma più facili nel Mewlon, più contrastato. Giove sospeso su un fondo nero, con colori più vivaci che consentivano di individuare meglio i dettagli. Passare al C9 non riduceva i dettagli ma li “impastava” un poco. Sembrava anche qui di mettere una “pellicola giallina” e il dettaglio rischiava di sfuggire, ma cercandolo si ritrovava. Su Giove erano ben visibili ovviamente la NEB e la SEB, due strutture ovali scure più marcate sulla NEB, evidentemente frastagliata ed irregolare. Irregolare anche la SEB, con una zona più chiara sottostante e una miriade di “striature” verso i due poli.

I 4 satelliti galileiani erano chiaramente dei globi e non puntiformi come le stelle, in entrambi i tubi, anche se non è stato possibile osservare dettagli.

Un punto potenzialmente a sfavore del Mewlon sono gli spikes della crociera a sostegno del secondario, evidenti su stelle luminose e anche su Giove, che proietta 4 ampi “raggi”. Io ho iniziato con un Newton, quindi agli spikes sono abituato, e non mi danno alcun fastidio, ma sul DK ci sono mentre sullo SC no. Un punto che inserisco tra i “difetti” del Mewlon è il basso tiraggio del punto di fuoco (rispetto allo SC), in particolare per l’uso con la torretta binoculare.

In sintesi, se dovessi indicare ciò che più apprezzo nella resa visuale del Mewlon, indicherei una puntiformità stellare ottima, un fondo cielo molto scuro ed una notevole brillantezza dei colori, il che significa ottimo contrasto.

 

4. TEST DEL TUBO B (a cura di Raffaello Braga)

4.1 Premessa

Questo esemplare è stato acquistato usato presso l’importatore italiano di Takahashi (Skypoint srl) nel settembre 2012, ed è arrivato al sottoscritto in condizioni estetiche perfette e assolutamente indistinguibile da un tubo nuovo appena uscito di fabbrica.

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Pur avendo già un Celestron C9.25 appartenuto precedentemente all’amico Piergiovanni, l’acquisto del Mewlon è stato motivato dall’intenzione di riprendere le osservazioni sistematiche di Venere dopo diversi anni di pausa, e poiché il nostro “vicino di casa” non gradisce mostrarsi attraverso troppo vetro né gradisce i trattamenti antiriflesso, soprattutto alle piccole lunghezze d’onda, mi sono messo alla ricerca di un riflettore puro che non fosse un newtoniano, che per motivi d’ingombro – osservo da un balcone – preferivo evitare pur avendo impiegato con soddisfazione per qualche tempo un Orion UK 200/1200; da qui la scelta del Mewlon 210. All’epoca avevo una CGEM e col senno di poi invece del 210 avrei potuto prendere un 250 sul mercato dell’usato oppure una realizzazione artigianale, ma l’occasione offerta da Skypoint era davvero ghiotta e ne ho voluto approfittare.

4.2 Revisione

Al tubo ho subito sostituito le viti di collimazione originali con le Bob’s Knobs e il portaoculari originale con un Baader Four-in-One tramite i necessari adattatori, salvo poi ritornare al portaoculari originario (vedi oltre). Esaminando l’ottica lo strumento ha evidenziato immediatamente alcuni problemi. Innanzitutto la crociera del secondario non era posizionata correttamente, cioè il secondario non era sull’asse ottico, e a ciò ho rimediato facilmente col metodo descritto più sopra. Poi la collimazione effettuata durante il giorno col Cheshire si traduceva la notte in immagini stellari con un coma importante al centro del campo e viceversa, collimando sul cielo i riflessi osservati successivamente al Cheshire risultavano poi non più concentrici. Inoltre l’ottica esibiva un certo astigmatismo. Smontata la culatta (operazione descritta nel manuale dello strumento allo scopo di pulire il primario) ho scoperto che l’impossibilità di collimare era dovuta allo specchio principale montato inclinato rispetto all’asse del tubo, e una volta corretto questo problema è stato finalmente possibile ottenere una collimazione soddisfacente. Prima di rimettere in servizio lo strumento ho inoltre ruotato il secondario di un terzo di giro sul suo asse, giusta i consigli di un celebre astroimager.

Il mio Mewlon 210 nella mia postazione di città, rivolto verso il sud. La montatura è una Vixen GPD2, perfettamente adeguata a sorreggerlo e che ora sostituisce la mia vecchia CGEM, che ho venduto quando mi sono definitivamente stufato dei sistemi GoTo.

Il Mewlon 210 nella mia postazione, rivolta a sud, a Milano. Il seeing del capoluogo lombardo probabilmente non è più quello dei tempi di Schiaparelli ma permette ancora di sfruttare aperture dell’ordine dei 20 – 30 cm anche a ingrandimenti elevati. La montatura è una Vixen GPD2 su colonna TS, che sostituisce la CGEM che ho venduto per liberarmi una volta per tutte dai sistemi GoTo.

Al termine della messa a punto – condotta con la consulenza sollecita e cortese di Attilio Bogi di Skypoint – ho finalmente ottenuto immagini di diffrazione regolari nelle quali rimaneva solo un residuo di sovracorrezione ab origine non significativo. A fuoco il disco di Airy di stelle di seconda grandezza appariva rotondo e circondato da uno o due anellini agitati e interrotti, meno brillanti di quelli osservabili nel C9.25 ma con un po’ di luce diffusa in corrispondenza dei sostegni del secondario.

 

 

 

 

 

4.3 Backfocus

Come si diceva più sopra il Mewlon non ha moltissimo backfocus e questo può essere un problema qualora si voglia impiegare un fuocheggiatore esterno che eviti la deriva d’immagine se presente (in altri esemplari in cui ho guardato non ce n’era) e al quale collegare accessori di lunghezza ottica non indifferente come i visori binoculari. Una possibilità è usare un fuocheggiatore non rotante, di tipo elicoidale, ma la maggior parte di questi può accogliere solo accessori molto leggeri da 31.8 mm. Sia Takahashi che Starlight Instruments hanno in catalogo dei fuocheggiatori esterni a basso profilo specifici per il Mewlon, che però una volta importati in Italia finiscono per avere un costo del tutto sproporzionato alla loro funzione. Non resta quindi che percorrere due strade: adattare un fuocheggiatore a basso profilo per riflettori newtoniani facendo realizzare un raccordo apposito, oppure usare un comune fuocheggiatore per SC, in quest’ultimo caso tramite il raccordo M71/SC della stessa Takahashi. La lunghezza ottica dei fuocheggiatori SC determina una perdita di circa 10 – 11 cm di backfocus, e quello che resta basta appena per un diagonale standard con lunghezza ottica compresa tra 35 e circa 50 mm. Ciò costringe inoltre a lavorare con una posizione del fuoco non ottimale e una focale leggermente superiore a quella dichiarata, oltre a rendere improponibile l’uso dei diagonali da 2 pollici. Non è tuttavia un inconveniente serio, il problema consiste piuttosto nell’estrarre il fuoco il più possibile. Anche se col fuocheggiatore esterno non sussistono problemi nell’usare i diagonali ordinari da 31.8 mm, il discorso cambia coi visori binoculari. In questo caso se non si vuole usare la visione diretta è bene mettere il correttore di tiraggio (o la Barlow) prima del diagonale invece che tra diagonale e visore, in modo da spostare il fuoco il più esternamente possibile senza però aumentare eccessivamente la focale nativa. Il correttore fornirà in questo caso un fattore di moltiplicazione un po’ più alto di quello nominale ma permetterà di fuocheggiare senza grossi problemi. Un altro accorgimento utile consiste nell’utilizzare un deviatore dotato di naso da 2 pollici invece che da 31.8 mm evitando con ciò lo spessore addizionale dovuto al riduttore, ma non tutti i diagonali lo permettono (è possibile certamente coi Baader T2 i quali possono ospitare un raccordo apposito).

Dunque per qualche tempo ho usato il telescopio con un fuocheggiatore per SC, ma dopo un po’ di utilizzo in questa configurazione ho deciso che per le osservazioni visuali la deriva d’immagine non era poi tanto fastidiosa da giustificare un fuocheggiatore esterno, e per le riprese CCD era possibile eliminarla usando un comune fuocheggiatore elicoidale non rotante, come il Tecnosky, da collegare tramite un raccordo Baader 2”/T2. Ho anche rimosso il Baader Four-in-One che ha evidenziato una certa intolleranza verso alcuni accessori il cui inserimento risultava difficoltoso, e alla fine sono tornato al portaoculari originario da 2 pollici, che nonostante il sistema di serraggio alla vecchia maniera tramite due robuste vitone zigrinate, funziona benissimo, non provoca decentramenti ed è molto sicuro.

4.4 Cool-down

Il tubo aperto del Mewlon farebbe pensare a un cool down meno problematico rispetto a uno Schmidt-Cassegrain, ma la differenza da questo punto di vista non è poi moltissima; con clima invernale il Mewlon 210 richiede almeno un’ora e mezza per poter essere utilizzato dopo averlo portato fuori da un ambiente riscaldato (22 °C) ma se si vuole veder sparire completamente le piume di calore e ottenere immagini di diffrazione prive delle caratteristiche da transitorio termico, allora occorre aspettare un paio d’ore; in inverno tengo dunque lo strumento sempre sul balcone, opportunamente riparato, mentre dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, quando il riscaldamento domestico è spento, lo strumento si può tenere tranquillamente in casa e portare fuori con un anticipo di mezz’ora.

4.5 Osservazione

La prima luce del tubo B è stata quella della Luna, con risultati estremamente soddisfacenti soprattutto in binoculare. Ho visto per la loro intera estensione le delicate rimae all’interno di Petavius, Pitatus, Burg e Fracastorius, come pure diversi piccoli craterini nella regione attorno a Birt, un ottimo test per qualunque strumento da 20 cm di diametro in su (per maggiori dettagli si veda High Resolution Astrophotography, di Jean Dragesco, pubblicato dalla CUP). Nel Mewlon il colore della Luna risulta più naturale rispetto a quello visibile nel C9.25, più “bianco” e meno giallognolo, e l’asperità del terreno lunare, anche in zone che ad una prima occhiata appaiono lisce, risalta molto meglio nel riflettore. In condizioni ideali di seeing – che contrariamente alle leggende in circolazione non mancano nemmeno in una grande città – il Mewlon tollera ingrandimenti stupidamente alti, ma di norma se la Luna non è troppo bassa sull’orizzonte l’ingrandimento ottimale in visione binoculare, che determina una certa perdita di luce, è risultato essere compreso tra i 300x e i 350x, altrimenti ci si può spingere senza problemi fino a 400x e anche oltre.

L’osservazione di Giove ha mostrato (e mostra, essendo che il telescopio ce l’ho ancora) un buon contrasto sul disco del pianeta, con visibilità di molti minuti dettagli come gli ovali chiari in SSTB, il duo GRS – BA con una condensazione scura in mezzo (una configurazione visibile nell’autunno 2012), il “Topolino” in SSTB (inizio 2014), il GRS Hollow, molti festoni in EZ(N), le delicate trame nella EB e numerose irregolarità in NEBn. Rispetto al C9.25 il Mewlon evidenzia i dettagli con maggiore facilità e maggiore contrasto, nonostante la presenza dei supporti del secondario e dei relativi spikes. In visione binoculare con torretta Baader Maxbright l’ingrandimento ottimale per l’osservazione di Giove è compreso tra 200x e 280x, ma in condizioni di seeing molto buono e con la Baader Mark V mi sono spinto a 326x notando un’immagine ancora ben nitida e dettagliata. Nelle immagini seguenti sono indicati alcuni dettagli gioviani che ho potuto osservare, con maggiore o minore difficoltà secondo la dimensione e il contrasto, col Mewlon 210; fa eccezione l’ovale bianco visibile in alto nell’immagine di Kardasis, che non ho mai cercato intenzionalmente:

Credits: Manos Kardasis @  http://kardasis.weebly.com/jupiter-2013-14.html

Credits: Manos Kardasis @
http://kardasis.weebly.com/jupiter-2013-14.html

Credits: Christopher Go @ http://astro.christone.net/jupiter/aug-dec.htm

Credits: Christopher Go @ http://astro.christone.net/jupiter/aug-dec.htm

Paragonato, sempre nell’osservazione di Giove, al mio Skywatcher 120ED (apocromatico a doppietto 120/900) nel Mewlon si nota un maggior dettaglio, l’immagine è più luminosa, i colori meglio percepibili ed è possibile osservare a ingrandimenti superiori, ma la differenza non è comunque proporzionale, come è logico che sia, al delta di apertura.

Ancora più interessante, rispetto a quanto mostrato dal C9.25, è l’osservazione delle stelle doppie, un osso duro per gli Schmidt-Cassegrain. Il Mewlon arriva senza difficoltà al suo limite di Dawes (0.56 secondi) mostrando colori bellissimi e molto puri di tutte le stelle osservate e anelli di diffrazione tutto sommato poco brillanti, comportandosi molto bene anche in un campo nel quale ad eccellere sono soprattutto i rifrattori.

4.6 Oculari

Per quanto riguarda gli oculari, uno schema come il Dall-Kirkham, che è affetto da un coma extrassiale importante, trae beneficio da un doppietto negativo posto prima del fuoco, che introduce un coma di segno opposto a quello dell’ottica principale (ciò è vero anche per il newtoniano classico), mitigandolo parzialmente. Poiché la focale di quasi due metri e mezzo rende poco pratico, oltre che non necessario, l’uso delle Barlow, si possono impiegare con successo quegli oculari che già incorporano il summenzionato doppietto o lente di Smith, siano essi derivati dall’ortoscopico o dall’Erfle. Da questo punto di vista i miei preferiti sono i Baader Hyperion, che offrono un giusto compromesso tra ampio campo, prestazioni complessive e costo. Oculari più performanti e costosi non sono a mio avviso necessari e dato il piccolo campo corretto a disposizione finirebbero per essere sottoutilizzati. Ma in questo discorso entrano in gioco soprattutto le preferenze personali e le disponibilità economiche.

Dato il rapporto focale superiore a f/10, col Mewlon si possono usare con profitto anche oculari molto semplici, soprattutto nelle osservazioni più delicate che richiedono maggior contrasto: il piccolo campo inquadrato agli ingrandimenti più elevati è infatti sufficientemente corretto. Di solito riservo gli Hyperion all’osservazione della Luna e del Sole (con Astrosolar a piena apertura), mentre preferisco oculari più tradizionali, come gli Abbe e i Plossl, per l’osservazione planetaria. Nel caso di Venere impiego addirittura gli Huygens e i Ramsden per ridurre al minimo gli elementi a rifrazione.

4.7 Considerazioni finali

I problemi che ho avuto inizialmente con questo tubo ottico potrebbero essere imputabili a un montaggio di fabbrica approssimativo non intercettato dal QC del produttore, ma non posso escludere che abbia preso dei colpi durante il trasporto, anche se il tubo era esternamente in condizioni perfette e l’imballaggio a prova di bomba. C’è da dire che solo l’inclinazione del primario può rientrare a rigore nella categoria dei difetti di assemblaggio mentre le altre regolazioni che ho eseguito sulle ottiche non sono né più né meno inusuali di quelle richieste a un qualunque possessore di telescopio newtoniano, soprattutto se molto aperto: come accennava Massimo nel resoconto delle sue prove, una delle cose che ci piacciono di più del Mewlon 210 è che ci si può mettere sopra le mani – se si sa dove e come intervenire – per effettuare eventuali interventi utili a migliorarne le prestazioni, esattamente come si fa coi newtoniani e, in parte, con gli Schmidt-Cassegrain.

Una volta risolti gli inconvenienti di cui sopra ci ho messo comunque del tempo ad abituarmi allo schema ottico e alle sue peculiarità nonostante avessi usato, prima di trasferirmi in città, diversi riflettori fino a 40 cm di apertura; ma dopo una certa perplessità iniziale e un bel po’ di prove e confronti con altri strumenti, a poco più di un anno e mezzo dall’acquisto sono sempre più convinto di aver fatto una buona scelta e non tornerei assolutamente al C9.25, che infatti nel frattempo ho venduto pur essendo un ottimo esemplare con cui ho fatto molte belle osservazioni. L’ostruzione leggermente inferiore rispetto al Celestron (che in alcune configurazioni di questo SC può arrivare al 38%), l’ottica di qualità, la progettazione accurata e l’assenza di lastra correttrice rendono il Mewlon preferibile al C9, pur tenendo conto del fattore costo, per un osservatore prevalentemente visuale come me. 

Certo si fa presto a sostenere, come ho letto da qualche parte, che il Mewlon 250 è ancora meglio del 210: bella scoperta, come realizzazione meccanica il 250 è su un altro pianeta, ma il suo costo lo colloca anche al di fuori dalla portata di una buona fetta di appassionati, compreso il sottoscritto (salvo trovarlo nell’usato) mentre col Mewlon 210 l’astrofilo interessato all’osservazione planetaria visuale (quella seria, che abbisogna di una montatura equatoriale) ha a disposizione uno strumento efficiente e compatto ad un prezzo ancora abbordabile anche se ovviamente superiore a quello della produzione cinese. Per quanto mi riguarda lo venderò solo il giorno in cui avrò di nuovo la possibilità di usare strumenti significativamente più grandi di un 21 cm. 

[(*) dalla pubblicazione del test ho dovuto cambiare idea, meglio evitare le Bob’s knobs perché rendono la collimazione instabile in tutte quelle occasioni in cui il tubo ottico è esposto a sbalzi di temperatura importanti, come accade d’inverno.]

Riferimenti utili dal web

http://www.skypoint.it/ecommerce/prodotti/telescopi/0/takahashi/322/mewlon/2425/mewlon+210/2354

http://www.takahashi-europe.com/en/mewlon.php

http://www.astrosurf.com/titixonline/matos-mewlon210.htm

http://www.cloudynights.com/item.php?item_id=2791

http://www.telescopedoctor.com/main.asp?cod=test/cassegrain/takahashi-mewlon210

 

Keywords: Takahashi, Mewon, C9.25″

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