INTES MK 67 Maksutov Cassegrain

di Raffaello Braga (pubblicato su Coelum n. 28, marzo 2000) – Fotografie a cura di Ergo Astronomia (Borgomanero)

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PREMESSA

Curiosando tra gli stand dell’Astron ’99, molti visitatori hanno potuto notare quella che  forse era la novità più interessante della fiera: i telescopi russi prodotti dalla Intes. Sono tutti dei Maksutov, Maksutov-Cassegrain e Maksutov-Newton, di vari diametri e focali. La loro introduzione sul mercato italiano è destinata, a nostro avviso, a rivoluzionare il settore dei telescopi per l’astronomia ad alta risoluzione che, a causa del crescente inquinamento
luminoso, acquista ogni anno sempre nuovi adepti. Come abbiamo già avuto modo di scrivere, i Maksutov a lunga focale sono telescopi catadiottrici ideali per l’osservatore lunare e planetario perchè non avendo la pretesa di fornire un campo corretto ampio come quello degli Schimdt-Cassegrain, possono essere lavorati con tolleranze ottiche molto strette per dare buone immagini limitatamente all’asse ottico, a un costo concorrenziale con i rifrattori apocromatici. Naturalmente non sono strumenti indicati per la fotografia del cielo profondo, sia per le aberrazioni extrassiali che per il rapporto focale sfavorevole: in questo campo i rifrattori apocromatici rimangono perciò i telescopi di riferimento.

 

TUBO OTTICO

Abbiamo provato il tubo Intes MK 67, un Maksutov da 152 mm f/11,8 di produzione russa fornitoci dalla Ergo Astronomia di Borgomanero (NO). Il telescopio (solo tubo ottico) viene venduto in una bella borsa nera imbottita, ideale per portare in giro lo strumento senza danneggiarlo. L’importatore fornisce anche una slitta a coda di rondine per installare l’ottica sulle montature Vixen serie GP: durante la prova, questo tipo di supporto si è rivelato più che sufficiente per ogni tipo di osservazione. Il tubo è lungo 360 mm, a cui si aggiungono 66 mm di fuocheggiatore (completamente rientrato). Considerando che la larghezza del telescopio è di soli 178 mm si capisce subito come tra i pregi di questo strumento vi siano la compattezza e la trasportabilità. L’aspetto del tubo è piuttosto spartano, in linea con gli standard estetici,  invero piuttosto bassi, della produzione russa. I colori sono il grigio e il nero opachi, molto lontani dalle belle verniciature metallizzate che caratterizzano i telescopi americani, e anche assai meno attraenti. Ma, in definitiva, un telescopio conta per quello che fa e poi, volendo, si può sempre riverniciare. Il peso del tubo ottico, di poco inferiore a quello di uno S.C. da 20 cm, testimonia la robustezza della realizzazione, la stessa che si ritrova nei Newton russi della TAL. Nonostante la scritta laterale reciti “150/1800”, l’apertura libera è risultata esattamente di 6 pollici (152 mm).

Il menisco frontale è protetto da un tappo che si inserisce a pressione, mentre un altro tappo di plastica chiude il tubo di messa a fuoco. Il fuocheggiatore a cremagliera mostra un movimento molto regolare, privo di punti di ineguale resistenza, comandato da due manopoline, fornito di una vite di blocco e con un’escursione totale di 35 mm. Il portaoculari ha un diametro interno di due pollici e, come il tubo ottico, è annerito e opacizzato molto bene. Il cercatore, di ingrandimento ignoto (ma ci è parso attorno ai 10×) ha un obiettivo acromatico trattato antiriflessi di 34 mm di diametro. Il centro del campo (circa 5°) è individuato da una croce tracciata sulle lenti dell’oculare. Il cercatore risulta scomodo per i portatori di occhiali perché limita loro una parte rilevante del campo. La messa a fuoco si fa ruotando l’oculare, che non deve essere di buona qualità perché puntando la Luna se ne vedono altre due, del tutto indesiderate. La qualità delle immagini ricorda un po’ quella dei binocoli molto economici.

La configurazione dello strumento è quella del Maksutov-Cassegrain, con l’importante differenza che lo specchio secondario non è ricavato alluminando la parte centrale del menisco ma costituisce invece un elemento ottico a sé stante, fornito di viti per la collimazione. Il vantaggio di questa soluzione sta nella possibilità per il costruttore di contenere meglio le aberrazioni lavorando separatamente lo specchio, che può essere così “accordato” meglio col primario e col menisco. Lo svantaggio è la maggiore ostruzione rispetto alla soluzione tradizionale, determinata dal supporto dello specchio, che è provvisto di paraluce. Ma se la scelta del fabbricante serve a produrre un’ottica migliore, allora, secondo noi, vale senz’altro la pena di accettare un’ostruzione un po’ più grande del solito, che nell’esemplare testato era di 0.35, un valore praticamente uguale a quello degli Schmidt-Cassegrain commerciali. I puristi dell’alta risoluzione storceranno sicuramente il naso di fronte a questo dato, ma non bisogna dimenticare che in un settore critico come l’osservazione planetaria la qualità dell’ottica conta più delle altre caratteristiche di progetto. La resa del Mak MK-67 è infatti, come vedremo, vicinissima a quella caratteristica dei telescopi non ostruiti, il che smentisce molti luoghi comuni sull’effetto dell’ostruzione nel degrado delle immagini planetarie, degrado che è più sensibile negli strumenti prodotti in grande serie perché realizzati con tolleranze ottiche più larghe. Ma di questo si può trovare, per chi è interessato, ampia spiegazione nei trattati di ottica applicata.

Un altro punto di forza dell’Intes rispetto ai Mak tradizionali è il sistema di fuocheggiatura, che a differenza degli altri catadiottrici non avviene per traslazione dello specchio primario ma con un comune fuocheggiatore a cremagliera. Questo garantisce una maggiore resa in alta risoluzione in quanto la variazione delle distanze tra gli elementi del sistema introdurrebbe delle piccole aberrazioni, oltre naturalmente alla deriva d’immagine e alla conseguente perdita di collimazione. Un altro vantaggio è che la scala dell’immagine sul piano focale rimane costante, il che permette di usare con sicurezza lo strumento anche nel lavoro astrometrico (stelle doppie, ad esempio). Lo svantaggio (ogni medaglia ha il suo rovescio…) è che la posizione del fuoco è frutto di un compromesso e non è molto comoda.

Nell’esemplare esaminato il fuoco viene a essere molto esterno, tanto che per osservare è necessario usare un diagonale da due pollici oppure uno da 31,8 mm più una prolunga di 4-5 cm o, per la visione diretta, una prolunga di 13-15 cm almeno, più l’eventuale riduttore per passare da 50,2 a 31,8 mm. In compenso, non c’è alcun problema per fotografare al fuoco diretto o in proiezione. Raccordi e diagonali non sono però forniti di serie. Infine, last but not least, il menisco è trattenuto nella sua sede da una ghiera anulare e non tramite le solite tre viti o coppie di viti come nei Maksutov americani. Il vantaggio di questa soluzione è che osservando le immagini stellari non si notano i tre caratteristici pennacchi di luce (o i rinforzi degli anelli di diffrazione) corrispondenti ai punti di fissaggio, un problema presente invece nel Maksutov di Laborfoto testato a suo tempo, che anche per questo motivo non aveva dato risultati entusiasmanti nell’osservazione delle stelle doppie. In definitiva, la scelta di distribuire su tutto il menisco la pressione di tenuta contribuisce a rendere molto nette e regolari le immagini di diffrazione, e questo accorgimento viene seguito anche dalla ditta italiana Zen.

Come accennato, lo specchio secondario è provvisto di viti di collimazione, come pure il primario all’altra estremità del tubo. È meglio fare a meno di toccare lo specchio principale, se non è strettamente necessario e agire solo sullo specchietto secondario. L’esemplare da noi esaminato era leggermente disallineato, ma il problema è stato rapidamente corretto. La procedura di collimazione è la stessa degli altri catadiottrici commerciali.

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PROVA SUL CIELO

Le scelte costruttive adottate hanno dimostrato tutta la loro efficacia nella prova sul cielo. Lo star test, effettuato su Spica, α Virginis, non ha evidenziato sull’asse ottico alcuna aberrazione significativa: a sferica leggerissima, al limite della percettibilità, e anelli di diffrazione rotondi, nitidi e regolari da entrambe le parti del fuoco. Spostando l’immagine dal centro del campo verso le zone periferiche, invece, iniziava ad apparire un po’ di coma, che in prossimità del bordo rendeva l’immagine stessa inaccettabile. Ma, come abbiamo detto, in alta risoluzione questo è un problema di secondaria importanza, e comunque il campo corretto è risultato superiore a quello dei Maksutov tradizionali. A fuoco e sull’asse ottico, Spica mostrava un dischetto di Airy bianchissimo circondato da un primo anello e da altri due molto più deboli, visibili solo a tratti. L’immagine era circondata da un po’ di luce diffusa, assolutamente normale in un catadiottrico quando si osservano stelle brillanti.

La prova di risoluzione è stata effettuata su ζ (zeta) Bootis, la cui separazione attuale è di 0,82 secondi (il limite di Dawes del Mak è di 0,8 secondi circa): a 268×, con Plössl Meade da 6,7 mm, la doppia era quasi separata e mostrava i due dischi a contatto e gli anelli di diffrazione congiunti, a formare un otto. Puntando il Mak su Marte e sulla Luna abbiamo effettuato una comparazione tra questo telescopio, un piccolo rifrattore apocromatico Pentax da 75 mm e un Celestron 8 ultima generazione. Visto il divario in termini di potere risolutivo rispetto ai due catadiottrici, avere incluso il Pentax in questo confronto aveva il solo scopo di valutare la nitidezza e il contrasto delle immagini date dal Maksutov rispetto a quelle caratteristiche di un telescopio non ostruito.

Osservando Marte nella primavera del 1999, il Mak e il Pentax davano immagini qualitativamente paragonabili: il disco del pianeta era nettissimo, quasi ritagliato dal fondo del cielo, e i pochi particolari visibili risaltavano con facilità, soprattutto nel Mak, che forniva un’immagine più luminosa e dettagliata. Nel C8, complice un seeing non perfetto, non si vedevano particolari più fini rispetto a quelli mostrati dal Mak, anzi il pianeta appariva un po’ meno contrastato e col bordo non altrettanto netto. Considerando che le notti in cui è possibile sfruttare utilmente un’apertura di 20 cm non sono poi così numerose, il Mak, data la minore sensibilità alla turbolenza e il contrasto leggermente superiore, finisce per dare maggiori soddisfazioni del C8 nell’osservazione dei pianeti in condizioni di seeing medio. Il C8 può dimostrare la propria superiorità solo in quelle rare occasioni in cui l’aria è davvero fermissima. Nel mese di novembre 1999, l’esame delle immagini di Giove e di Saturno ha poi confermato le prime valutazioni sulla resa dell’ottica.

Osservando la Luna, invece, le cose cambiavano un po’ perché la superficie del nostro satellite, soprattutto in prossimità del terminatore, esibisce un contrasto molto alto che esalta le differenze di potere risolutivo tra uno strumento e l’altro. Puntando i telescopi sul cratere Alphonsus, infatti, il sottile solco della Rima Alphonsus si vedeva solo nel C8 e così pure i finissimi solchi a NW del picco centrale di Gassendi (303×). Il Mak, pur mostrando meno dettagli, si è dimostrato però solo di poco inferiore e dava comunque immagini un po’ più incise e senza dubbio più interessanti di quelle fornite dai comuni rifrattori acromatici di 10-11 cm di diametro. Con il C8 in condizioni di seeing eccezionalmente buono siamo riusciti a impiegare ingrandimenti fino a 500× nell’osservazione della Luna, mentre col Mak ci sembra che 300-350× siano il limite massimo, anche perché oltre questo ingrandimento la luminosità dell’immagine inizia a scendere rendendo difficoltoso l’impiego di filtri colorati. Nell’osservazione planetaria l’ingrandimento ottimale è compreso tra 150 e 250×.

In conclusione, osservando sia la Luna che i pianeti abbiamo constatato come, a parte le ovvie differenze nel potere risolutivo, la qualità dell’immagine offerta dal Mak in termini di contrasto e nitidezza fosse paragonabile a quella del piccolo apocromatico. A questo deve aggiungersi la grande profondità di fuoco del Mak, superiore a quella degli strumenti di confronto (il Pentax è un f/6,7, il C8 un f/10) che permetteva di fuocheggiare molto finemente e di trovare con facilità l’immagine migliore.

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CONCLUSIONI

L’Intes MK-67 è uno strumento eccellente per le osservazioni di Luna, pianeti e stelle doppie, in grado di rivaleggiare, in qualità dell’immagine, coi rifrattori apocromatici, rispetto ai quali possiede un rapporto prestazioni/prezzo molto più favorevole. La qualità dell’ottica, nell’esemplare che abbiamo provato, è decisamente superiore alla media dei catadiottrici commerciali americani, il che, a parità di ostruzione, spiega i risultati molto lusinghieri che abbiamo ottenuto osservando Marte e la Luna. I valori dell’errore sul fronte d’onda, misurati all’interferometro, sono dati in tabella e sono molto eloquenti. La regolarità delle immagini stellari fornite dallo strumento può dare molte soddisfazioni anche all’osservatore di stelle doppie, purché non si pretendano le stesse centriche che può mostrare un rifrattore. Il prezzo di listino del tubo ottico (1.860.000 lire, completo di cercatore) è di assoluta convenienza. Altamente raccomandato.

 

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