Celestron 8 Edge HD e Celestron 8 XLT

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di Raffaello Braga (2011)

A svariati decenni di distanza dalla sua concretizzazione commerciale, il telescopio Schmidt-Cassegrain non cessa di incontrare il favore di un gran numero di astrofili in tutto il mondo: il connubio tra diametro generoso, ampio campo corretto, lunga (ma non troppo) focale, dimensioni contenute, buona trasportabilità e possibilità di adattamento ai supporti più svariati, ne ha decretato un enorme successo che è stato superato solo in tempi molto recenti da quello del riflettore dobsoniano. Non deve quindi meravigliare il fatto che i costruttori continuino a riproporlo apportando migliorie e modifiche che in qualche caso hanno portato a una vera e propria evoluzione dello schema ottico originario.

Il principio dello Schmidt-Cassegrain è concettualmente semplice e deriva direttamente da quello della camera Schmidt modificata per uso fotovisuale e dal riflettore Cassegrain. Uno specchio sferico o parabolico è limitato dal coma extrassiale, e nel caso dello specchio sferico anche dall’aberrazione sferica assiale. Quest’ultima può essere completamente soppressa facendo uso di una lente correttrice posta in corrispondenza della pupilla d’entrata, ciò che avviene in tutti gli SC commerciali. Il tipico SC possiede un primario sferico a f/2 e un secondario pure sferico con un potere di amplificazione di 5 volte mentre il correttore è posto in corrispondenza di quest’ultimo. Questa soluzione possiede un coma sensibile che già a meno di 10 mm di distanza dall’asse ottico non riesce più a soddisfare il criterio dei 25 micron (Rutten & van Venroij, pagg. 82-83) e quindi, benché utilizzabile visualmente, non è adatto come strumento per la fotografia a grande campo. Per contenere il coma e offrire buone prestazioni anche fuori asse il secondario può essere asferizzato e si può fare uso di aggiuntivi ottici posti prima del fuoco che rendono il campo piano e allo stesso tempo minimizzano la macchia di diffrazione. Il prezzo da pagare per realizzare uno strumento fotovisuale con un campo discretamente corretto è però comunque l’ostruzione centrale, superiore al 30% e tipicamente attorno al 33 – 35%, valori tipici dei Newton a f/5, che si possono ridurre solo aumentando la focale del primario ma a scapito della versatilità.

Come si diceva nell’introduzione gli SC sono stati soggetti a diverse varianti, solo poche delle quali hanno avuto fortuna commercialmente. Tra le ultime arrivate il Celestron Edge HD sta facendo parlare molto di sè, e l’importatore italiano (Auriga spa) ce ne ha perciò prestato un esemplare da 203 mm di diametro f/10 per una prova sul campo oltre a un SC “classico” di pari diametro appartenente alla serie XLT, giusto per fare un confronto.

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Caratteristiche del Celestron 8 Hedge HD

Oltre all’impulso dato dalla concorrenza che ha sviluppato soluzioni costruttive che vanno nella stessa direzione degli Edge HD, lo sviluppo di questi SC Celestron ha avuto come driver la necessità di mettersi al passo con le tecniche di ripresa digitale, che fanno uso di sensori non solo di dimensioni generose ma anche estremamente sensibili e dotati di pixel molto piccoli. Gli strumenti “tuttofare” per antonomasia come gli SC non risultano pertanto più adeguati a soddisfare le esigenze che derivano dalle moderne tecniche di ripresa digitale e di quella fetta di astrofili che si dedica alla fotografia del cielo e che è costantemente alla ricerca di strumenti sempre più performanti.

Questa serie di SC presenta come principale innovazione rispetto al design classico la presenza di un correttore ottico posto all’interno del tubo paraluce del primario. Questo correttore, realizzato con vetro Schott, svolge la duplice funzione di ridurre il coma e appiattire la superficie focale per aumentare la puntiformità delle immagini ai bordi dei sensori fotografici, in altre parole rende lo strumento aplanatico. Il correttore richiede però uno spostamento della superficie focale rispetto al design standard, superficie che viene a trovarsi molto all’esterno, e infatti il tubo portaccessori filettato che sporge dalla culatta è significativamente più lungo di quello che siamo abituati a vedere negli SC commerciali. Questa caratteristica permette di avere abbastanza back focus per la maggior parte degli impieghi visuali e fotografici, anche se sarebbe opportuno che in fotografia il sensore si posizionasse nel punto di massima correzione del campo.

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Oltre a quanto sopra la Celestron ha progettato questi SC con alcune migliorie costruttive:

  • un baffling nel paraluce per evitare diffusione di luce e perdita di luminosità e contrasto
  • una migliore supportazione del primario, il quale, una volta raggiunta la posizione di fuoco, può essere bloccato in modo da non inclinarsi mentre cambia la posizione del tubo durante l’inseguimento fotografico
  • una barra Losmandy, più stabile rispetto alla sottile barra Vixen
  • supporto a cuscinetti della vite che comanda il movimento del primario per minimizzare l’image shift
  • aperture di aerazione (senza ventole) dotate di microfiltri per agevolare l’adattamento termico
  • una maniglia posteriore per il trasporto e il movimento manuale del tubo
  • secondario sferico per diminuire la sensibilità dello strumento a piccoli shift laterali di questo specchio (che è rimovibile, vedi sotto).
  • sistema Fastar-compatibile che può essere utilizzato per riprese anche al fuoco f/2.

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Di tutte queste migliorie, oltre alla presenza del correttore il blocco dello specchio primario è certamente la più interessante, dato che è efficace e non influisce né sulla messa a fuoco né sulla collimazione, ma le manopole di blocco si confondono, al buio, con quella per la fuocheggiatura.

Il tubo ottico HD è arrivato in condizioni perfette (collimazione a parte). Il meccanismo di messa a fuoco e quello di bloccaggio del primario erano perfettamente efficienti e una veloce ispezione al paraluce del primario ha evidenziato che anche il correttore era in ordine. Ho apprezzato il design dello strumento, molto accattivante, e la comodità della maniglia posteriore, mentre mi è piaciuto di meno il lungo portaoculari. Il trattamento antiriflesso della lastra correttrice è davvero impressionante, come si evince anche dalle fotografie, la soppressione delle riflessioni è altissima rispetto, ad esempio, agli stessi tubi Celestron delle vecchie serie e dà veramente la misura dei progressi che l’industria ha fatto in questo campo.

L’altro C8 ricevuto per il test è uno strumento della serie XLT con un’intubazione tradizionale e disponibile in versione con barra tipo Vixen o barra tipo Losmandy. Anche questo tubo era in ottime condizioni e condivide con l’altro lo stesso trattamento delle superfici ottiche.

L’ostruzione lineare dei due strumenti è apparsa quasi identica, 0.33 nel XLT e 0.34 nell’Edge HD. In quest’ultimo il secondario è rimovibile per permettere di sfruttare il fuoco f/2 del primario.

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Entrambi i tubi permettono il collegamento diretto dei corpi macchina e degli accessori da 2 pollici tramite appositi adattatori. Gli oculari e i diagonali da 31.8 mm si inseriscono direttamente nel visual back di serie. Nonostante la diffusione, anche a basso costo, dei portaoculari con serraggio ad anello lascia un po’ stupiti che su strumenti di questa fascia l’osservatore debba ancora litigare con viti e vitine per tenere fermi gli accessori. Anche il cercatore 6×30 dell’8 pollici (l’HD ha invece un 9×50) fa storcere il naso, mentre gli oculari sono di qualità dignitosa (un 25 mm per l’XLT, un 40 mm per l’Edge HD). I diagonali è bene sostituirli subito con qualcosa di meglio.

Entrambi i tubi sono stati utilizzati su una Celestron CGEM con attacco Losmandy che si è dimostrata perfettamente adeguata a sfruttare le ottiche.

Star test e collimazione

Entrambi gli strumenti hanno dovuto essere collimati, seppur di poco. Nell’esemplare HD le viti per la collimazione sono immediatamente accessibili mentre nell’altro occorre prima rimuovere la protezione, comunque l’operazione non ha comportato alcun problema, gli SC sono gli strumenti più facili da collimare in assoluto.

L’esame delle immagini di diffrazione di Arturo e Bellatrix ha mostrato un’ottica molto ben fatta dell’HD, vale a dire anelli rotondi e “puliti”, con poche sbavature, sferica ben corretta (ma non del tutto), buona lucidatura e assenza di errori zonali. Non ho notato aberrazione cromatica né in asse né fuori asse nonostante la presenza dell’aggiuntivo ottico e le chiacchiere che circolano in rete.

L’esemplare XLT aveva un’ottica leggermente meno corretta, soprattutto dal punto di vista della lucidatura. L’anello esterno mostrava inoltre un accenno di ovalizzazione che si sarebbe potuto interpretare come un residuo di astigmatismo, ma nel complesso direi che lo stumento era senz’altro soddisfacente e nella media della categoria.

L’image shift è risultato simile in entrambi gli strumenti e pari approssimativamente al diametro equatoriale del disco di Saturno al momento dell’osservazione (19 secondi).

Esame di Saturno e della Luna

Osservando la Luna con entrambi gli strumenti la scorsa primavera e usando un diagonale Baader Planetarium al posto di quelli di serie, non eccelsi, non ho notato luce diffusa se si eccettua quella pochissima dovuta all’oculare, anche se nell’HD mi è parso ci fosse un contrasto lievemente superiore. Sapendo però che l’intubazione di questo esemplare è un po’ più curata rispetto al C8 tradizionale non posso escludere si sia trattato di un errore di aspettativa. Ottimo il contrasto lungo il terminatore, con tutti i dettagli che ci si aspetterebbe di vedere in un 20 cm, in particolare nella regione della Rima Birt e all’interno di Posidonius, dove il bel sistema di rimae costituisce un ottimo bersaglio per provare le capacità di un telescopio in alta risoluzione. Buonissima anche la prestazione del C8 XLT, direi che in definitiva i due strumenti erano praticamente indistinguibili, almeno nell’osservazione lunare.

Qualche differenza si è invece palesata nell’osservazione di Saturno. Guardando il pianeta con l’HD e oculare Hyperion da 8 mm (250x) l’immagine aveva un buon contrasto, con una buona incisione e si distinguevano nettamente la Cassini alle anse, il passaggio dell’anello sul globo, l’ombra di questo sugli anelli, una NEB molto ben delineata, e un accenno della tempesta nella NTrZ. Buona anche la resa dei colori e la visibilità dei satelliti anche quando si trovavano molto vicini al bordo del disco. Nell’altro tubo ottico il dettaglio era paragonabile ma leggermente più soft dal punto di vista del contrasto, ad esempio il passaggio dell’anello sul disco planetario era meno evidente così come le differenze di luminosità all’interno dell’anello B, visto molto di taglio. Però anche in questo caso si è trattato di una visione perfettamente in linea con quanto ci si aspetterebbe da un SC da 8 pollici di qualità dignitosa.

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Ho colto naturalmente l’opportunità di confrontare questi due SC con il mio Maksutov SW da 180 mm di diametro f/15, cercando di far coincidere il più possibile gli ingrandimenti usando un Hyperion da 21 mm e una Barlow VIP 2x. Il risultato del confronto è stato esattamente quello che mi aspettavo: nei tre strumenti si vedevano precisamente gli stessi dettagli lunari e anche gli stessi su Saturno, ma il Maksutov faceva pesare l’unico vero vantaggio della sua configurazione ottica cioé un contrasto significativamente più alto, quasi da rifrattore, che permetteva l’impiego di ingrandimenti superiori (anche se di dubbia utilità oltre un certo limite) rendeva l’osservazione più facile e appagante in particolare con una migliore resa dei colori, una migliore percettibilità dei più fini dettagli all’interno di Gassendi e di Tycho e un bordo planetario più netto e ritagliato, e si comportava dignitosamente anche nell’osservazione delle stelle doppie, un target poco confacente agli Schmidt-Cassegrain.

Questo non vuol dire che un buon SC come quelli provati non possa dare soddisfazioni nell’osservazione planetaria, tutt’altro: la più bella mappa di Mercurio che sia mai stata disegnata è opera di un astrofilo (italiano) che ha utilizzato un SC da 20 cm (si veda Melillo F.J., Mercury apparition observations in 2003, JALPO 47, 4, 2005 e il link alla pagina http://articles.adsabs.harvard.edu//full/2005JALPO..47d..21M/D000022.000.html).  Il problema è che ci vuole esperienza per poter trarre da un telescopio tutte le sue potenzialità, soprattutto quando non è uno strumento specializzato.

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Cielo profondo

Effettuando alcune brevi pose fotografiche non guidate è emersa una notevole correzione del tubo ottico EdgeHD ai bordi del sensore di una Canon EOS 1000D rispetto al C8 tradizionale, com’era da aspettarsi, con stelle perfettamente rotonde in un campo attorno a M42. La prova è stata fatta da un sito cittadino e pertanto mi riprometto di ripeterla da una postazione più favorevole. Rimane anche per lo strumento aplanatico la necessità di ridurre i tempi di posa tramite un riduttore/correttore senza necessariamente ridursi a usare il fuoco f/2. Ho provato il Lepus 0.62x di Optec, pure fornito da Auriga, coi raccordi per la connessione al filetto SC ma sono emersi dei problemi di non perfetta assialità col correttore interno che non sono riuscito a correggere e che hanno provocato un po’ di coma in una metà del campo ripreso con la suddetta Canon. Al momento in cui scrivo Celestron non ha ancora fornito una data certa per l’immissione sul mercato di un correttore dedicato alla serie HD.

Visualmente ho provato diversi oculari a grande campo da 31.8 mm e da 2 pollici con il tubo EdgeHD e naturalmente le prestazioni migliori le ho ottenute con quelli specificamente progettati per strumenti ben corretti, come gli Edge-On, Flat Field e i vari ED di ultima generazione, ma in generale direi che tutti gli oculari si sono comportati bene, pur di non pretendere stelle puntiformi fino al bordo del campo, dove comunque le aberrazioni dell’oculare cominciano a farsi sentire.

CONCLUSIONI

Le mie conclusioni sono che il classico SC Celestron da 8 pollici continua a essere uno strumento validissimo, un tuttofare di buone prestazioni ancora gestibilissimo come pesi e ingombri e in grado di soddisfare esigenze molto diverse, dal deep sky all’hi-res. Non è uno strumento specializzato ma è proprio questo il suo principale vantaggio. Tra le due ottiche testate direi che l’EdgeHD è preferibile, sicuramente per l’astrofotografo e l’appassionato di osservazioni visuali del cielo profondo, ma anche per gli altri perché l’ottica e l’intuibazione mi sono sembrate un po’ più curate che nel modello classico.

Si ringrazia la ditta Auriga di Milano, importatore ufficiale dei prodotti Celestron, per avere fornito i due tubi ottici testati.

 

 

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