Star testing astronomical telescopes, di H. Suiter

suiter1Se dovessi compilare una lista dei libri che hanno rivoluzionato l’astronomia amatoriale, metterei senz’altro ai primi posti l’ormai classico Star Testing Astronomical Telescopes di Harold Suiter, la cui prima edizione risale al 1994, un anno che sembra remotissimo se pensiamo a quanti cambiamenti hanno scosso da allora il mondo dell’astrofilia. Chi tra noi ha iniziato a fare astronomia trenta o più anni fa ricorderà senz’altro come lo star testing fosse un illustre sconosciuto, utile al più per verificare la collimazione degli strumenti. Pochi – pochissimi – tra noi avevano la cultura e l’esperienza necessarie a interpretare correttamente le immagini di diffrazione: “testare” un telescopio si traduceva quasi sempre nel separare doppie strette, fare il test di Ronchi o (per i più esperti) quello di Focault, ma più spesso ci si doveva accontentare di usare strumenti tutt’altro che corretti senza poterne fare una diagnosi accurata.

Va riconosciuto a pochi pionieri (Andrenelli, Ferioli, Ferreri, Potenza, per citare solo i più noti) il merito di aver iniziato la diffusione in Italia di una cultura di base in ottica astronomica che, pur a un livello elementare, ha fatto sì che gli astrofili iniziassero a considerare i propri strumenti con una maggiore consapevolezza dei loro pregi e difetti. Ma c’è voluto il libro di Suiter per aprire le porte allo star testing, svelandone tutte le potenzialità e fornendo per la prima volta una guida esauriente e affidabile per testare le ottiche e risalire all’origine dei problemi, grandi e piccoli, che tutti ci troviamo ad affrontare quando spingiamo i nostri strumenti al limite delle loro possibilità.

Sulla scia del manuale di Suiter e grazie soprattutto ad Internet – che oggi rappresenta un’autentica miniera di informazioni per chi si interessa di ottica astronomica – la pratica dello star testing si è poi diffusa a macchia d’olio ed è finita col diventare il metodo principe per saggiare la qualità ottica dei telescopi, un metodo veloce e alla portata di chiunque. E’ diventata anche, bisogna dirlo, un po’ una mania collettiva, che come tutte le manie è sfociata qualche volta in “aberrazioni” e usi impropri, in gran parte dovuti a un eccesso di confidenza nel metodo e in un suo utilizzo talvolta disinvolto e acritico. Ma al di là di questi aspetti negativi, l’effetto che la diffusione dello star testing ha avuto è stato alla fine largamente positivo, sia in termini di cultura generale sia perché ha messo finalmente gli astrofili in grado di giudicare da sé le prestazioni dei propri telescopi, una situazione nuova rispetto al passato che ha avuto ripercussioni importanti, in termini di qualità e quantità, sul mercato degli strumenti astronomici.

Dopo la fortuna della prima edizione, il manuale di Suiter è giunto nel 2010 alla seconda, che nonostante molte modifiche e aggiunte conserva però l’impostazione originaria. I capitoli più importanti sono stati quasi tutti integrati con approfondimenti o paragrafi completamente nuovi, e in più punti il materiale iconografico è stato ampliato e rimaneggiato. I capitoli che hanno maggiormente beneficiato di questa espansione sono stati quelli sull’aberrazione sferica e sugli errori zonali, ad esempio con l’aggiunta di immagini policromatiche (in scala di grigi) in aggiunta a quelle monocromatiche. Le differenze tra i due set di immagini sono sottili, ma presenti. Ho apprezzato particolarmente la revisione del capitolo sull’aberrazione cromatica, che è stato integrato con alcuni grafici utili a visualizzare i focal shifts, con immagini di diffrazione simulate per diversi colori e con una breve ma illuminante spiegazione del perché i rifrattori acromatici, nonostante lo spettro secondario e la concorrenza degli apo, funzionino poi così bene e siano perciò ancora così popolari. E’ stato ampliato anche il capitolo finale sulle varie metodologie di test complementari o alternative allo star test (aggiungendo ad esempio il test di Roddier, nei confronti del quale, però, il Suiter rimane piuttosto freddo) e anche tutte le appendici, cui se ne è aggiunta una con i progetti delle configurazioni ottiche usate come esempi nel testo. Ma un po’ dappertutto Suiter ha trovato il modo di aggiungere qualcosa di interessante, frutto il più delle volte dei dibattiti che sono seguiti alla diffusione del metodo, del diffondersi di configurazioni ottiche un tempo poco conosciute, come i Maksutov-Cassegrain, e non ultima della necessità di sfatare alcuni miti ormai radicati nell’ambiente dell’astronomia non professionale. Ma l’elenco delle migliorie apportate alla prima edizione sarebbe troppo lungo da riferire in queste pagine e lasciamo al lettore interessato il piacere di scoprirle. Grazie all’ottima qualità della stampa le immagini sono tutte ben interpetabili, e anche i grafici, pur se in bianco e nero, hanno conservato la loro leggibilità.

suiter2Restano invece anche in questa seconda edizione alcuni limiti presenti nella prima e a cui, volendo, sarebbe stato facile rimediare. Mi riferisco soprattutto al fatto che le figure di diffrazione riportate nel libro per illustrare i vari tipi di aberrazioni sono tutte il risultato di simulazioni al computer: chi abbia anche solo un minimo di esperienza di astronomia pratica sa bene che queste immagini difficilmente corrisponderanno in modo preciso a quanto si può osservare in un telescopio “reale”, fondamentalmente perché i telescopi non presentano quasi mai una sola aberrazione ma più spesso un mix di aberrazioni diverse che interagiscono variamente tra di loro e rendono le immagini di diffrazione talvolta assai difficili da interpretare; e poi perché nessun simulatore di star testing può incorporare tutti i dettagli costruttivi e tutte le condizioni sotto cui lo star test viene svolto, ammesso di poterle quantificare esattamente per darle in pasto al programma. Ferma restando la necessità di ricorrere alle simulazione per poter riprodurre il maggior numero possibile di situazioni determinandone esattamente lo scostamento rispetto al telescopio “perfetto” di riferimento, sarebbe stato opportuno a mio avviso completare l’opera con un atlante di casi pratici, vale a dire con una galleria di immagini di diffrazione riprese in condizioni reali e rappresentative delle situazioni più comuni, opportunamente commentate, necessarie a dare un’idea del gap che separa la realtà virtuale rappresentata nel libro dalla realtà costituita dai nostri telescopi, i quali, notoriamente, tendono ad essere alquanto imprevedibili.

Altri punti che mi hanno lasciato perplesso sono la trattazione degli anelli di Fresnel – la più brutta e oscura che mi sia mai capitato di leggere – e in generale quella tendenza tipica dei divulgatori nordamericani a “volgarizzare” qualunque materia con esempi tratti da altri campi o dalla vita quotidiana che, a mio avviso, non solo non chiariscono la trattazione ma la impoveriscono significativamente. Altri punti del libro, come la trattazione delle aberrazioni nei sistemi Maksutov-Cassegrain e l’insistenza nel voler rimarcare l’uguaglianza tra le immagini di diffrazione intra- ed extrafocali come criterio di qualitativo, anche in questa edizione mi trovano in disaccordo.

Comunque il libro conserva intatti, anche in questa seconda edizione, i suoi pregi e la sua utilità per la valutazione sul campo delle ottiche astronomiche, inclusa la discussione di molti argomenti che trattati di solito solo in riviste e testi specialistici inaccessibili ai più, vengono qui ripresi e riassunti in termini immediatamente comprensibili a beneficio di un pubblico più vasto. E’ comunque importante tenere a mente che lo star testing permette una valutazione soltanto qualitativa delle aberrazioni presenti in un sistema ottico, e al massimo consente solo una stima approssimata di alcune di esse (tipicamente l’aberrazione sferica). Per valutare quantitativamente le performance di un telescopio occorrono metodi di laboratorio che generalmente non sono alla portata dei dilettanti.

Peccato che a più di quindici anni dalla sua apparizione e nonostante la sua popolarità il libro di Suiter non sia ancora reperibile in lingua italiana a beneficio di chi non mastica l’inglese con disinvoltura (e ce ne vuole parecchia per leggerlo…). Ci auguriamo che qualche editore coraggioso, approfittando dell’edizione rinnovata, voglia finalmente intraprenderne la traduzione.

R.B.

 

 

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