Choosing and Using Astronomical Eyepieces, di Bill Paolini

Gli oculari sono per gli astrofili come le figurine per i ragazzini: si comprano, si vendono, si scambiano in continuazione, era naturale che prima o poi qualcuno pensasse di scrivere una farmacopea di questi gingilli che servono a curare (e nel contempo ad alimentare) la strumentite cronica da cui siamo perennemente affetti. Lo ha fatto Bill Paolini con Choosing and Using Astronomical Eyepieces, che fa parte della fortunata Patrick’s Moore Practical Astronomy Series della Springer, una collana molto bella e soprattutto ricchissima, che conta decine di titoli quasi tutti in inglese rivolti agli astronomi dilettanti sugli argomenti più disparati. L’intento del libro è quello di fornire una guida ragionata all’acquisto degli oculari per uso astronomico prendendo in considerazione le caratteristiche della maggior parte dei modelli commerciali. Impresa ardua e praticamente impossibile, ma comunque in parte riuscita.

paolini

La prima parte del testo è dedicata alle funzioni dell’oculare, alle sue caratteristiche costruttive e alla sua evoluzione nel corso del tempo a partire dalle lenti singole divergenti e convergenti: l’autore prende in esame tutti i parametri di progetto che determinano le prestazioni degli oculari, la lunghezza focale, l’estrazione pupillare, le aberrazioni, la realizzazione meccanica, ecc. trattandoli in modo sufficientemente dettagliato da permettere al lettore di valutare egli stesso questi aspetti nell’uso pratico. Peccato che ci siano delle imprecisioni qua e là nella descrizione delle proprietà ottiche (ad esempio dell’estrazione pupillare) ma sono piccole cose.

Curiosa la considerazione dell’autore sul fatto che i più importanti progressi nel campo dell’astronomia telescopica (quelli di Galileo, Huygens, Cassini, Messier e poi a seguire di Hall, Barnard, Clarke, Schiaparelli ecc.) siano stati compiuti con oculari semplicissimi, a una o due lenti, mentre alla folla di progetti ultramoderni che usiamo noi astrofili non può essere attribuito, da questo punto di vista, alcun merito.

Condivido pienamente quanto scrive Paolini a proposito delle comparazioni tra oculari diversi: esse hanno un senso solo a parità di pupilla d’uscita e ovviamente di telescopio. Piccole differenze nella lunghezza focale – basta mezzo millimetro tra un oculare e l’altro – si traducono, nell’osservazione di soggetti critici come i pianeti, in percettibili differenze di luminosità e di contrasto a torto attribuite a differenze qualitative, come qualche volta si legge in rete.

La seconda parte del libro prende in considerazione la maggior parte degli oculari commerciali del passato e del presente, suddivisi in ordine alfabetico per costruttore. Una trattazione di questo tipo è naturalmente destinata a diventare parzialmente obsoleta nel volgere di pochi anni, anche se alcuni progetti di oculari (ad esempio i Nagler) hanno conosciuto tanta fortuna che è prevedibile che li troveremo in commercio ancora per parecchio tempo. L’imperversare della mania del vintage rende comunque questo libro particolarmente attraente per chi predilige acquistare gli oculari sul mercato dell’usato, e da questo punto di vista la trattazione è destinata a costituire un buon riferimento ancora per molto.

Per ogni costruttore gli oculari sono poi suddivisi in base allo schema ottico e quando è il caso anche per serie, se dello stesso progetto ne sono state prodotte più versioni. Di ognuna si forniscono gli schemi ottici (quando sono noti, il che non sempre avviene), i parametri di progetto, le caratteristiche di utilizzo (alta risoluzione, cielo profondo, ecc.) e di costruzione (forma del barilotto, materiali, ecc.). Per quanto riguarda i dati di progetto l’autore non ha potuto che riportare quelli dichiarati dai costruttori (mica si può pretendere che smontasse centinaia di oculari per esaminarli uno a uno) i quali però non sempre corrispondono al vero anche se l’autore non se n’è accorto: è tipico il caso dei Koenig a 4 lenti spacciati per Erfle a 5 lenti, un vizietto che va avanti ormai da troppo tempo e che è duro a morire.

Oltre alle tabelle e alle descrizioni tecniche troviamo anche qualche opinione sulla loro resa effettiva, spesso estrapolata da interventi in quella miniera inesauribile che è il forum di Cloudynights. Ciò è inevitabile: per quanto possa essere vasta l’esperienza di un astrofilo non è praticamente possibile avere avuto l’opportunità di provare tutti i prodotti commerciali descritti nel libro, e occorre necessariamente appoggiarsi all’opinione di chi invece li ha usati. Sempre di opinioni però si tratta, e il lettore deve pertanto prenderle come tali e non per oro colato, soprattutto tenere sempre presente gli strumenti con cui le prove sono state effettuate, perché cambiando strumento cambia anche la resa dell’oculare. In qualche caso alcune opinioni sembrano affette da un evidente bias, generato dal fatto che quando l’oculare o gli oculari di cui si parla costano un sacco di soldi che abbiamo tirato fuori di tasca nostra, ammettere di averci trovato dei difetti risulta un tantino più difficile…

Completano il libro un utile formulario e un glossario dei termini tecnici.

Una pubblicazione molto utile, quindi, ricca di informazioni e che raccomando caldamente a tutti gli strumentofili, soprattutto agli appassionati del vintage astronomico.

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