Choosing and Using a Refracting Telescope

Choosing and using a refracting telescope è il titolo di un libro della Springer dato alle stampe a inizio 2011 e che colma un po’ il vuoto di pubblicazioni dedicate agli appassionati di strumenti a lente, sia per uso astronomico che terrestre. Io e Pier ce lo siamo procurato subito trovandolo molto interessante anche se complessivamente poco approfondito, presumibilmente per motivi di spazio ma anche per non appesantire troppo la trattazione, che in tutta la collana (Patrick Moore’s Practical Astronomy Series) si mantiene ad un livello di grande accessibilità per un pubblico generico.

Neil English è un autore abbastanza conosciuto nel mondo dell’astronomia non professionale e un appassionato collezionista di rifrattori (ma anche di riflettori dobson, a cui ha dedicato un testo a parte). Lo scopo del libro è riassunto nel titolo: scegliere e usare un telescopio a rifrazione. E’ soprattutto sullo scegliere che English calca la mano strutturando la parte più corposa del libro come una carrellata tra i vari tipi di rifrattori commerciali e storici (tra questi ultimi in particolare i Cooke e i Clark) descrivendone i campi di impiego e i principali vantaggi e svantaggi. L’indice del volume si può scaricare dalla pagina

http://www.springer.com/astronomy/book/978-1-4419-6402-1?changeHeader

quindi è perfettamente inutile che stia a riportarlo qui, e serve a dare un’idea al lettore della varietà degli argomenti trattati. Vorrei invece soffermarmi su alcuni punti particolari.

In primis va riconosciuto a English di avere ben riassunto (capitolo 7) i problemi che si incontrano quando si vuole definire cos’è un rifrattore apocromatico, problemi che consistono nel fatto che non esiste un criterio di apocromaticità universalmente accettato, nemmeno quello di Abbe che, come giustamente rileva l’autore, è nato nell’ambito della microscopia ed è così stringente da essere difficilmente realizzabile nelle ottiche astronomiche. Pragmaticamente, dunque, English sposa l’approccio del compianto Thomas M. Back, vale a dire si definisce apocromatico un rifrattore che:

– ha uno Strehl superiore a 0.95 a 550 nm
– è “diffraction limited” (SR > 0.8) dalla riga C alla riga F di Fraunhofer
– possiede al massimo un quarto d’onda di aberrazione sferica dalla riga C alla riga F e raggiunge una correzione di almeno mezza lunghezza d’onda nel violetto

Questo genere di correzione si dimostra sufficiente per tutti gli scopi pratici, sia in campo visuale che in fotografia. Tuttavia, scrive English, “avendo osservato attraverso molti telescopi che si fregiano del titolo di apo, l’autore ha concluso che questo termine rappresenta più la descrizione di una prestazione che una caratteristica di progetto”.

Altri due punti toccati da English mi sembrano degni di nota. Il primo riguarda “la verità sui falsi colori”, un paragrafo del capitolo sui rifrattori classici in cui si trova il grafico dell’indice di aberrazione cromatica discusso nell’articolo

http://www.astrotest.it/?p=359

e che riassume molto bene le prestazioni dei vari obiettivi acromatici in termini di falsi colori nell’ipotesi (anche se English non lo scrive esplicitamente) che si tratti di doppietti con correzione CF.

L’altro punto interessante è affrontato dall’autore nell’ambito del suo interesse per i rifrattori storici, quelli a lungo fuoco: cosa rende questi strumenti così performanti in alta risoluzione a dispetto del loro spettro secondario ? In cosa differiscono un 4 pollici f/15 acromatico da un 4 pollici f/6 apocromatico ? Qualche simulazione con OSLO svela l’arcano mostrando come varia lo Strehl policromatico con lo scostamento dal fuoco ideale: il lungo acromatico ha un range di defocus entro il limite di diffrazione che è molto più grande del veloce apocromatico. Questo fattore, unito ad altri ancora, sembrerebbe spiegare il motivo per il quale i rifrattori a lungo fuoco tollerano più facilmente condizioni di seeing moderatamente sfavorevole. Si è spesso attribuita questa proprietà soltanto alla profondità di fuoco ma questo è solo un aspetto della spiegazione. Per chi volesse approfondire l’argomento c’è un articolo di English all’indirizzo

http://www.cloudynights.com/item.php?item_id=2529

Fa piacere, leggendolo, trovare una spiegazione scientificamente sensata, anche se non ancora del tutto soddisfacente, di una cosa nota da lungo tempo a tutti gli utilizzatori di strumenti a lente.

Il libro, purtroppo, manca di approfondimento nella parte dedicata specificamente all’ottica: mi sarebbe piaciuto leggere qualche dettaglio in più sui progetti (in particolare degli apocromatici), sui vetri impiegati, sui trattamenti, vedere un po’ di diagrammi ecc., invece per queste cose occorre rivolgersi ad altre pubblicazioni.

Concludo con una citazione dalla quarta di copertina sulla quale mi trovo perfettamente d’accordo:

“The refractor is without doubt the prince of telescopes. Compared with all other telescopic design, the unobstructed view of the refractor enables it to capture the sharpest, higher contrast images and the widest usable field. No other telescope design can beat in on equal terms”  :-D

R.B.

12910537

I commenti sono disattivati