Osservare il cielo in città: tecniche di sopravvivenza

Osservare il cielo tra le luci di una città, grande o piccola che sia, sopravvivendo all’inquinamento luminoso e facendosi largo col telescopio in mezzo a case, lampioni, strade e ferrovie, è un’abilità che viene richiesta sempre più spesso a chi mostra interesse per l’osservazione del cielo. L’espandersi dei centri urbani fa sì che molti piccoli centri abitati, da cui un tempo si poteva ancora godere della vista del cielo stellato, vengano oggi inglobati in aree metropolitane sempre più vaste, all’interno delle quali la visione del cielo notturno è fortemente compromessa dall’illuminazione pubblica e privata, soprattutto quella commerciale che è sempre più invadente. I tempi in cui Schiaparelli poteva scrivere nei suoi appunti di aver osservato la Via Lattea, la luce zodiacale e tantissime comete dal centro di Milano, appartengono a un’epoca che oggi ci sembra tanto remota quanto quella in cui vissero i dinosauri.

Oggi l’astrofilo assiste impotente al degradarsi delle condizioni di visibilità del cielo, che talvolta possono costringerlo ad abbandonare certi tipi di osservazioni o a doversi trasferire altrove per poterle continuare. Per chi vive all’interno di aree urbane, inoltre, non è sempre facile disporre di una postazione osservativa in grado di mostrare la maggior parte del cielo; spesso occorre accontentarsi di qualche spicchio e non sempre nella direzione più favorevole (il sud). Chi utilizza un balcone il più delle volte perde la visibilità del cielo in prossimità dello zenith, oscurato dalla tettoia o dal balcone soprastante, e non è sempre possibile trasferirsi col telescopio sul tetto del caseggiato o in una zona aperta.

Nonostante queste premesse non è vero che da un sito urbanizzato non si possa fare astronomia, non si possano raggiungere ingrandimenti elevati o vedere dettagli alla superficie dei pianeti. In realtà molti tipi di osservazioni astronomiche sono ancora possibili sotto un cielo inquinato, e anche a chi vive in città la volta celeste riserva spettacoli degni di essere osservati e la possibilità di partecipare attivamente alle ricerche svolte dalla comunità degli astronomi non professionisti: l’unico vero limite di un telescopio, infatti, è colui che lo usa.

Le considerazioni e i suggerimenti che seguono sono frutto della mia personale esperienza di astrofilo dapprima alla periferia sudovest di Milano, al confine tra città e campagna e da cui fino ai primi anni ’80 del secolo scorso si poteva ancora scorgere la Via Lattea, poi in piena metropoli padana a meno di due chilometri di distanza dal Duomo, in condizioni decisamente disagiate. Anche se va probabilmente considerata come caso limite, la mia situazione attuale è tutt’altro che rara tra gli astrofili di tutto il mondo. Tra questa condizione e la fortuna di chi può osservare lontano dalla civiltà e disporre di un giardino privato ove gestire un telescopio grande a piacere, esiste naturalmente tutto uno spettro di situazioni intermedie che per ovvi motivi non posso trattare in dettaglio in questa sede. Sta al lettore estrarre da quanto segue – che comunque non ha pretesa di verità assoluta – ciò che gli sembra più confacente e utile al proprio caso.

La mia postazione osservativa nel capoluogo lombardo. La foto guarda a sud, dove per un caso fortunato ho la maggior parte dell'orizzonte sgombro. La visuale è però ostruita nella direzione opposta, da NE a NW, e dal balcone del piano di sopra che impedisce la visione dello zenith. La montatura, una Vixen GP D2 su colonna, viene lasciata permanentemente in stazione coperta da un telo Geoptik. Di solito un telo dura per una paio d'anni, poi è necessario sostituirlo perché il rivestimento esterno inizia a creparsi.

La mia postazione osservativa nel capoluogo lombardo, al quinto piano di un edificio civile. La foto guarda a sud, dove per un caso fortunato la vista arriva quasi all’orizzonte. La visuale è però completamente ostruita nell’arco che va da NE a NW, mi è quindi preclusa la vista del polo celeste e della maggior parte delle costellazioni circumpolari; è inoltre limitata ad un’altezza  minima di 30° da SE a SSE dall’edificio che si scorge sulla sinistra e dal balcone del piano di sopra (non visibile in foto) che impedisce la visione dello zenith. Nonostante questi limiti riesco ad osservare il Sole e pianeti interni tutto l’anno, a seguire la maggior parte delle opposizioni dei pianeti esterni e molte stelle variabili semiregolari con minimi non più profondi della magnitudine 11. La montatura, una Vixen GP D2 (ora sostituita da una SXD2) su colonna viene lasciata permanentemente in stazione coperta da un telo Geoptik. Di solito un telo dura un paio d’anni, poi è necessario sostituirlo perché il rivestimento esterno inizia a creparsi.

 

IL TELESCOPIO E LA MONTATURA

In linea di principio qualunque strumento va bene per osservare dalla città, più che il tipo o il diametro contano l’abilità e la passione dell’utilizzatore e l’ingegno nel far uso delle tecniche e degli accessori più idonei. Tuttavia se siamo in procinto di acquistare uno strumento per osservare da un centro urbano allora si può cercare di fare una scelta un po’ più meditata piuttosto che prendere semplicemente il telescopio più grande o più costoso che possiamo permetterci.

Innanzitutto occorre fare due premesse. Primo: rispetto a chi ha la fortuna di osservare in buone condizioni e lontano da luci artificiali, all’astrofilo cittadino è richiesta una maggiore flessibilità e adattabilità: se in generale è sempre utile possedere due o più strumenti diversi secondo le esigenze e gli oggetti da osservare, in città questa condizione è praticamente indispensabile. Oltre allo strumento “principale” dedicato alle osservazioni di routine ce ne servirà quindi almeno un altro per tutte quelle volte che saremo costretti a spostarci per osservare un fenomeno celeste altrimenti non visibile dalla nostra postazione abituale (ad esempio in occasione di eclissi, transiti, occultazioni, passaggi cometari) o semplicemente perché abbiamo l’opportunità di effettuare una trasferta in un sito migliore e dunque ci serve uno strumento facilmente trasportabile (che non necessariamente deve essere “piccolo”, come si dirà più sotto).

Seconda premessa. Salvo che non ci interessi soltanto l’osservazione degli astri più brillanti e facilmente rintracciabili anche dalla città, è consigliabile disporre di un sistema di puntamento attivo GoTo o almeno di un’equatoriale coi cerchi graduati. In generale trovo che il GoTo sia profondamente diseducativo per i neofiti, che dovrebbero imparare da soli a orientarsi tra le costellazioni se vogliono sperare di imparare qualcosa. Ma in città molte costellazioni spariscono del tutto e anche le più brillanti vengono impietosamente mutilate e perciò la tecnica dello “star hopping” risulta più difficoltosa. Il GoTo, allora, semplifica la vita soprattutto nelle osservazioni del cielo profondo, per quanto possibili da una città, e di stelle doppie o variabili.

Fatte queste premesse, la scelta del telescopio più idoneo dipenderà dalla nostra situazione specifica, non esiste una ricetta buona per tutti: si va infatti dalla situazione di chi può disporre di una postazione fissa nella quale lasciare permanentemente montato e protetto il telescopio (o anche solo la montatura) fino a quella di chi deve ogni volta spostarsi con tutto l’armamentario montando e smontando le varie parti, tubo, montatura e sostegno, per poterle trasportare.

In quest’ultimo caso, che è il più sfortunato, si impone la scelta di un setup leggero che si possa mettere in batteria con facilità in pochissimo tempo: un Maksutov o uno Schmidt-Cassegrain fino a 15 cm di diametro su montatura altazimutale monobraccio provvista di puntamento attivo o su una leggera equatoriale può essere una soluzione, ma naturalmente non è l’unica. Anche un piccolo Newton equatoriale fino a 15 cm o un rifrattore acromatico fino a 10 cm sono ancora gestibili senza troppa fatica.

Più fortunati sono coloro che possono disporre di una postazione permanente nella quale la strumentazione rimane sempre in posto o deve essere spostata in piano per una distanza molto breve. In questo caso si aprono molte possibilità in più rispetto al caso precedente e a prescindere dall’ottica consiglierei senz’altro di dotarsi di una montatura equatoriale alla tedesca, scegliendo la più robusta che possiamo permetterci (sia economicamente che come ingombro). L’ideale sarebbe disporre di un supporto in grado di reggere almeno 15 kg in modo da poter far fronte ai cambi di strumentazione che derivano inevitabilmente dall’evoluzione dei propri interessi e della propria abilità di osservatori, ma anche montature meno prestanti purché ben realizzate offrono molte possibilità: sulla mia vecchia Vixen GP (carico nominale 7 kg, ma utilizzabile fino a circa 9 kg) ho usato (visualmente) senza alcun problema rifrattori fino a 120 mm di diametro e newtoniani e catadiottrici fino a 200 mm. Molto importante è però il sostegno, dal quale dipende in gran parte la sensibilità alle vibrazioni del telescopio: molti astrofili attribuiscono infatti alla montatura difetti di stabilità che sono in realtà da imputare a un treppiede o a una colonna inadeguati.

Una precisazione utile: è falso che da un balcone di città non abbia senso usare una montatura equatoriale, è vero invece l’opposto per i motivi accennati sopra: se il cielo non ci permette di osservare altro che Sole, Luna e pianeti una montatura altazimutale come quelle dei dobson farà solo perdere tempo, salvo usarne una con l’autotracking (soluzione però non immune da rischi) mentre l’equatoriale, facilmente orientabile anche senza vedere il polo celeste, permetterà di inseguire – anche manualmente coi moti micrometrici – e di disegnare senza fatica ciò che vediamo.

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Benché non propriamente inserita in un contesto cittadino (Toscanella di Dozza, 5 km da Imola) anche la postazione di Giuseppe Micello, noto osservatore e scopritore di stelle doppie, è costituita da un balcone all'interno del centro abitato ma con una buona visuale (150° da E a W e fino a 80° di altezza sull'orizzonte). Giuseppe gestisce diversi siti web, le sue pagine si trovano agli indirizzi https://sites.google.com/site/passioneastronomiait/  e http://duplicesistema.blogspot.it/

Benché non propriamente inserita in un contesto cittadino (Toscanella di Dozza, 5 km da Imola) anche la postazione di Giuseppe Micello, noto osservatore e scopritore di stelle doppie, è costituita da un balcone all’interno del centro abitato ma con una buona visuale (150° da E a W e fino a 80° di altezza sull’orizzonte). Giuseppe gestisce diversi siti web e cura il Bollettino delle Stelle doppie, le sue pagine si trovano agli indirizzi https://sites.google.com/site/ilbollettinodellestelledoppie/home
https://sites.google.com/site/passioneastronomiait/ e http://duplicesistema.blogspot.it/

Per quanto riguarda l’ottica nella maggior parte dei casi la scelta più idonea sarà quella di un derivato del Cassegrain, catadiottrico o no, configurazione che permette di coniugare un diametro generoso con un peso e un ingombro ancora contenuti, caratteristica importante per chi osserva da un balcone. E’ ovvio che salendo con le dimensioni anche il catadiottrico inizia a presentare qualche problema se lo si vuole rimuovere dalla montatura dopo ogni osservazione, però fino a 10 pollici di diametro rimane un telescopio gestibile senza troppa difficoltà, altrimenti andrà lasciato permanentemente in posto. Se si ha a disposizione uno spazio di manovra sufficiente anche i riflettori newtoniani vanno benissimo, anzi costano relativamente poco e in equatoriale sono particolarmente comodi poiché permettono di ruotare il tubo (se non è troppo grande) per portare l’oculare nella posizione più conveniente. Avendo il tubo aperto i riflettori (in generale) potrebbero però presentare problemi di sporcamento frequente dello specchio primario se vengono impiegati in città molto inquinate.

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Ivano Dal Prete osserva da New Haven (Connecticut) in un contesto suburbano certamente più felice rispetto al centro di una grande città ma comunque tra case, strade e lampioni. Il suo Newton da 25 cm f/7 autocostruito, è abitualmente ricoverato in un garage e per le osservazioni viene portato ogni volta sul driveway. Una linea meridiana tracciata per terra consente di mettere rapidamente in stazione la montatura equatoriale, ausilio indispensabile per le osservazioni in alta risoluzione. Ivano è un osservatore planetario espertissimo e i suoi disegni, in particolare di Marte e Saturno, vengono regolarmente pubblicati dalle riviste del settore.

Anche se in questi ultimi dieci anni il mercato ha reso disponibili degli ottimi rifrattori acromatici e apocromatici a un costo e con un ingombro contenuti, il diametro di questi strumenti è piccolo rispetto a quello caratteristico delle altre configurazioni ottiche, e comunque a partire dai 13 cm anche gli apocromatici iniziano a diventare pesanti e soprattutto costosi. A dispetto di questo limite i rifrattori possono però dare grandi soddisfazioni nell’osservazione diurna, per la quale l’inquinamento luminoso non costituisce un problema: il rifrattore è infatti lo strumento principe per l’osservazione del Sole e l’astrofilo di città può quindi essere più motivato di altri a spendere una cifra anche considerevole per procurarsi uno o più rifrattori per l’osservazione della nostra stella sia in luce bianca che monocromatica (H-alfa e Ca-K). Anche i pianeti interni si osservano con profitto durante il giorno, Venere in particolare è l’unico pianeta del Sistema Solare che si possa osservare lungo tutto il corso della sua orbita, anche in corrispondenza delle congiunzioni col Sole (prendendo le dovute precauzioni) e persino attraverso un velo di cirri. Ha quasi sempre un diametro generoso, non richiede un grande potere risolutivo e presenta molte caratteristiche atmosferiche interessanti che si rendono visibili usando i filtri adatti.

I corti “rich field refractors” acromatici, sempre più diffusi, sono più interessanti a bassi ingrandimenti e sotto cieli neri come il carbone per la visione di ampi panorami celesti. Ma adottando un certo filtraggio e magari diaframmandoli si possono convertire senza troppe difficoltà in telescopi tuttofare.

Infine, l’astrofilo cittadino che ha la possibilità di compiere qualche trasferta in un luogo buio potrebbe valutare l’acquisto o la costruzione di un telescopio dobsoniano collassabile e perciò trasportabile con relativa facilità. Visto il costo per centimetro di apertura di questi strumenti conviene acquistare il più grande che possiamo ancora ospitare sulla nostra automobile, ci servirà per “rifarci gli occhi” tutte le volte che non ne potremo più di lottare contro lampioni e luminarie.

 

SEEING

Una delle favole che circolano nei forum di astronomia è quella che vuole il seeing cittadino cattivo per definizione, tanto cattivo da permettere solo l’uso di piccoli telescopi a bassi o medi ingrandimenti. Questa fòla, continuamente ripetuta, rischia di allontanare tanti potenziali appassionati di città dall’osservazione del cielo: la verità è che dal punto di vista della turbolenza atmosferica locale ci sono siti favorevoli e sfavorevoli tanto all’interno dei centri abitati che fuori, come sa benissimo chi ha un minimo di esperienza osservativa acquisita in luoghi e circostanze differenti. Non esistono pertanto né il “seeing di città” né il “seeing da balcone”, sono invece l’altitudine, l’orografia e la vicinanza o lontananza dal mare e dai laghi che determinano in gran parte il seeing nei bassi livelli atmosferici.

Un altro caso limite (persino più infelice del mio) che tuttavia dimostra come con un po' di buona volontà anche da una location sfavorevole  - qui siamo al centro di Hong Kong - è possibile raggiungere risultati rimarchevoli. KC Pau è infatti un noto e apprezzato imager lunare, autore di un atlante fotografico del nostro satellite, e i cui lavori si possono ammirare frequentemente sul sito lpod.wikispaces.com gestito dal selenologo Charles Wood.

Un altro caso limite (persino più infelice del mio) che tuttavia dimostra come con un po’ di buona volontà anche da una location sfavorevole – qui siamo al centro di Hong Kong – è possibile raggiungere risultati rimarchevoli. KC Pau è infatti un noto e apprezzato imager lunare e autore di un atlante fotografico del nostro satellite (http://lpod.wikispaces.com/April+19%2C+2012) i cui lavori si possono ammirare frequentemente sul sito lpod.wikispaces.com gestito dal selenologo Charles Wood.

Di solito quando si parla di “seeing” si tende a distinguere gli effetti della turbolenza atmosferica vera e propria, quella che fa scintillare le stelle per intenderci, da quelli della turbolenza “locale” dovuta alla differenza di temperatura tra le diverse parti del telescopio tra loro e tra queste e l’ambiente circostante, differenza che provoca rimescolamenti d’aria all’interno del tubo ottico e conseguente degradazione delle immagini. L’osservatore cittadino deve fare i conti in particolare con il rilascio di calore dalle strade e dagli edifici (compreso quello da cui si osserva) che provoca correnti convettive che possono diventare particolarmente moleste. All’interno di una grande città, tuttavia, da zona a zona il seeing locale può variare parecchio e non è raro imbattersi in quartieri dai quali sia ancora possibile godere di immagini planetarie molto calme, soprattutto laddove la distanza tra un edificio e l’altro è maggiore, lontano dalle strade più trafficate e nei pressi di aree verdi.

Tanto per fare un esempio, il seeing notturno nella mia zona, ben all’interno di Milano, è mediamente attorno a II o III della scala Antoniadi e situazioni con seeing I (il migliore) sono tutt’altro che rare. Anche nell’osservazione diurna non ho riscontrato particolari problemi, tanto che ogni anno riesco a fare più di duecento disegni del Sole  e diverse decine di disegni di Venere e Mercurio, anche a ingrandimenti elevati. Molti osservatori cittadini insoddisfatti del loro seeing attribuiscono erroneamente ai centri abitati colpe che in realtà andrebbero attribuite alle caratteristiche orografiche locali: nel mio caso, evidentemente, la pianura padana rimane un luogo favorevole all’osservazione in alta risoluzione, benché dai tempi di Schiaparelli a oggi le condizioni siano certamente molto peggiorate: possiamo solo immaginare che seeing si potesse godere da Brera centocinquant’anni fa…

In generale il seeing risulta migliore nelle prime ore del mattino e nelle stagioni intermedie mentre le condizioni peggiori si verificano senz’altro in estate a causa dell’effetto termoconvettivo dell’isola di calore urbana, che dura anche per la prima parte della notte. In inverno le condizioni dipendono anche da altri fattori, in particolare dalla presenza o assenza di inversioni termiche al suolo. In pianura padana, ad esempio, nelle ore centrali delle giornate nebbiose, quando per qualche tempo la coltre di nebbia si dirada, si può a volte godere di un seeing diurno eccellente, mentre quando soffia il foehn o scorrono ad alta quota le correnti fredde provenienti dalla Scandinavia o dall’Europa orientale il cielo limpidissimo corrisponde però ad un seeing proibitivo.

Il seeing può naturalmente influenzare la scelta del telescopio. Se ci interessa osservare i più fini dettagli dell’atmosfera di Giove o della superficie della Luna ci servirà uno strumento dotato di un buon potere risolutivo, quindi di diametro medio o grande, il quale presenterà però dei problemi di adattamento termico proporzionali alle sue dimensioni. Se ad esempio la nostra postazione osservativa è un balcone o un terrazzo esposto al sole estivo tutto il giorno o comunque nella seconda parte della giornata, il pavimento si riscalderà fino al tramonto e poi durante la notte ci regalerà il suo calore impedendo al telescopio di raggiungere l’equilibrio termico. Schermare almeno una parte del pavimento, raffreddarlo con acqua, coprirlo con un telo riflettente, rifarlo di colore molto chiaro sono tutte possibili soluzioni che potrebbero rivelarsi efficaci, ma qualora non fossero praticabili non resta che accontentarsi di un telescopio più piccolo che presenti meno problemi da questo punto di vista o si possa trasportare agevolmente in una postazione più idonea.

All’astrofilo di città occorre dunque un po’ di spirito di adattamento e tanta pazienza: se tutte le volte che puntiamo lo strumento e vediamo l’immagine tremolare un po’ rinunciamo subito all’osservazione, conviene che ci dedichiamo ad altri hobby o diventiamo astrofili da week end.

 

La postazione di Tiziano Olivetti, alla periferia di Bangkok in condizioni di elevato inquinamento luminoso. Lo strumento è un Dall-Kirkham autocostruito, ovviamente su montatura equatoriale.

La postazione di Tiziano Olivetti, alla periferia di Bangkok in condizioni di elevato inquinamento luminoso. Lo strumento è un Dall-Kirkham autocostruito di 41 cm di diametro, ovviamente su montatura equatoriale. A detta di Tiziano nonostante la location non ideale il seeing è spesso molto buono  e gli permette di fruttare pienamente l’apertura dello strumento.

Un'immagine CCD di Saturno, molto dettagliata, ottenuta da Tiziano col suo strumento.

Un’immagine CCD di Saturno, molto dettagliata, ottenuta da Tiziano col suo strumento.

FILTRI

Come tutti sanno esistono diverse tipologie di filtri da utilizzare nell’osservazione e nella fotografia astronomica. Essi si suddividono in due categorie:

  • filtri di contrasto per le osservazioni in alta risoluzione (Sole, Luna e pianeti)
  • filtri per l’osservazione e la fotografia del cielo profondo e la riduzione dell’inquinamento luminoso.

 Dei primi non mi occuperò qui perché non sono specifici alla situazione dell’osservatore di città ma hanno applicazione generale. I secondi sono invece più interessanti per chi osserva dai centri urbani e rientrano a loro volta in tre gruppi:

  • filtri per la riduzione della luminosità di fondo del cielo (LPR, Skyglow, ecc.)
  • filtri per l’osservazione in più bande specifiche dello spettro con conseguente riduzione dell’inquinamento luminoso (ad es. UHC)
  • filtri a banda singola (H-alfa, O-III).

Nessuno di questi filtri può nemmeno lontanamente sostituire un cielo davvero buio e non inquinato, ma purtroppo se non ci si vuole continuamente spostare di casa non resta che accontentarsi di questi palliativi.

I filtri per la riduzione della luminosità di fondo del cielo sono utili per aumentare il contrasto un po’ in tutte le osservazioni, sia dei pianeti che del cielo profondo. Anche se sono poco efficaci per far risaltare le nebulose diffuse e planetarie dalla città, possono comunque essere utili per tutti quegli oggetti deep sky che non emettono in bande specifiche, come ammassi stellari e galassie. Un impiego interessante di questi filtri si ha nelle osservazioni diurne dei pianeti interni, facili da rintracciare nel cielo fortemente illuminato dal Sole se si ha l’accortezza di avvitare uno Skyglow all’oculare.

Una selezione di filtri per l'osservatore urbano. Sono solo dei palliativi, naturalmente, ma se l'inquinamento luminoso non è elevatissimo si rivelano abbastanza efficaci sugli oggetti più cospicui.

Una selezione di filtri per l’osservatore urbano. Sono solo dei palliativi, naturalmente, ma se l’inquinamento luminoso non è elevatissimo si rivelano abbastanza efficaci sugli oggetti più cospicui.

I filtri UHC sono i più utili per l’astrofilo di città che non vuole rinunciare a osservare le nebulose diffuse. Pur abbassando la luminosità di tutto il campo visivo, nondimeno aumentano in modo significativo il contrasto tra la nebulosa e il fondo cielo e costituiscono pertanto un valido aiuto soprattutto in abbinamento a telescopi di medio e grande diametro. Questi filtri esistono in due versioni, una “leggera” per strumenti fino a circa 15 cm, e una con bande passanti un po’ più strette per strumenti più grandi. Se si può conviene averle entrambe, indipendentemente dallo strumento impiegato, perché la prima è utile anche per l’osservazione delle comete mentre la seconda si rivelerà più utile tutte le volte che il cielo non è perfettamente limpido.

Trascurando il filtro H-alfa, di interesse esclusivo degli astrofotografi, l’O-III (ossigeno ionizzato due volte) costituisce invece un must per osservare dalle città essendo specifico per le nebulose planetarie e tale da poter essere impiegato anche in visuale purché con strumenti di almeno 15 – 20 cm. Questo filtro, molto selettivo, fa sparire la maggior parte delle stelle del campo eccettuate le più luminose, pertanto quando si va alla ricerca di piccole e deboli planetarie è bene utilizzare, come si diceva più sopra, una montatura Go-To ben allineata, localizzare il punto in cui deve trovarsi l’oggetto grazie a un atlante dettagliato, mettere a fuoco e poi inserire il filtro.

 

 ALTRI ACCESSORI UTILI

Osservare dalle città vuol dire fare i conti non solo con un cielo dal fondo insolitamente chiaro ma anche con le luci che ci circondano: i risultati deludenti che si ottengono spesso nell’osservazione degli oggetti del cielo profondo non dipendono infatti solo dalla luce diffusa nell’atmosfera ma anche dall’impossibilità di adattare l’occhio all’oscurità del campo dell’oculare. E’ quindi importante, tutte le volte che partiamo alla ricerca di nebulose e ammassi, coprire la testa con un telo scuro che ci ripari dalle luci dirette e indirette. Così facendo la visibilità migliorerà significativamente, soprattutto quando si usano i filtri. Per non perdere l’adattamento al buio durante i transitori, cioè tutte le volte che stacchiamo l’occhio dall’oculare per cambiare accessori o leggere un atlante, può essere opportuno schermare l’occhio “buono” con una benda da pirata, che anche se un po’ ridicola ci farà risparmiare tempo nel corso dell’adattamento (ricordiamo che i bastoncelli ci mettono circa mezz’ora per adattarsi perfettamente). Se la nostra postazione è particolarmente fortunata ci servirà anche una luce rossa, altrimenti potremo farne a meno, e questa è davvero l’unica magra consolazione che può offrire un sito molto inquinato.

Un telo di protezione per il nostro telescopio, se montato permanentemente, sarà indispensabile: anche se abbiamo l’opportunità di tenerlo al riparo sul balcone o comunque sotto una tettoia con le ottiche ben chiuse dai tappi, non bisogna dimenticare però che l’umidità, il calore e gli inquinanti non fanno bene alle parti meccaniche ed elettroniche della montatura. In commercio esistono dei teli fatti apposta che oltre a essere perfettamente impermeabili hanno anche un alto indice di riflettività e sono quindi particolarmente utili se il telescopio rimane esposto al sole durante parte della giornata. Un altro vantaggio del telo riflettente è quello di tenere lontani i piccioni e le cornacchie di città, sempre più numerose, le cui deiezioni costituiscono un autentico flagello.

 

I VICINI DI CASA

Uno degli inconvenienti di fare astronomia in città è che difficilmente l’osservatore passerà inosservato, e anche se non stiamo facendo nulla di male l’idea che qualcuno possa pensare che siamo dei guardoni con intenzioni lascive o che stiamo maneggiando un’arma pesante può metterci a disagio. Col tempo, di solito, i vicini di casa finiranno per abituarsi ai nostri traffici e non vi faranno più caso, alla peggio ci considereranno un po’ svitati. Un modo tuttavia per farci passare la sensazione di disagio è di invitare qualche vicino a dare un’occhiata nei nostri strumenti, in questo modo avremo magari l’opportunità di guadagnare qualche altro adepto al nostro hobby. In ogni caso è bene non puntare mai lo strumento verso le abitazioni, per nessun motivo, anche se dobbiamo solo allineare il cercatore: meglio fare un po’ più di fatica usando un bersaglio celeste piuttosto che generare spiacevoli malintesi.

 

COSA SI PUO’ OSSERVARE DALLA CITTA’

Questo articolo non vuole essere una guida all’osservazione del cielo, quindi mi limiterò a due brevissime considerazioni rimandando gli approfondimenti alla bibliografia.

Gli astri che riescono a superare facilmente la barriera costituita dall’inquinamento luminoso, anche il peggiore, sono naturalmente la Luna, i pianeti e le stelle doppie più brillanti, che finiscono quindi per essere il bersaglio più gettonato. Se la zona in cui viviamo non presenta particolari problemi di degradazione del seeing questi oggetti possono essere osservati proficuamente anche con aperture dell’ordine dei 25 – 30 cm o anche più. Come accennato più sopra, l’osservazione diurna del Sole e dei pianeti interni è un’opportunità interessante che permette di farsi beffe dell’inquinamento luminoso e che risulta particolarmente proficua se si dispone di una buona zona di cielo attorno a est, in quanto al mattino la turbolenza atmosferica locale è ridotta.

Per quanto riguarda il cielo profondo ciò che si vedrà dipenderà dal grado di inquinamento e da altri fattori. Dal centro di una grossa città le possibilità di vedere qualcosa sono molto limitate o quasi nulle, anche se diversi imagers hanno ottenuti risultati considerevoli col CCD. Gli ammassi aperti e globulari, purché non troppo deboli, si possono ancora osservare con una certa soddisfazione, mentre per gli oggetti a bassa luminosità superficiale è necessario che l’inquinamento sia ridotto. I filtri menzionati più sopra risultano particolarmente efficaci solo laddove la situazione non è ancora del tutto compromessa, come nei piccoli centri abitati e previa schermatura dalle luci pubbliche e private circostanti: in questa situazione è ancora possibile osservare molte nebulose, soprattutto planetarie. L’esperienza dirà fino a che punto ci si può spingere.

 

BIBLIOGRAFIA

La bibliografia per l’astrofilo è sterminata e non potrei qui accennare a tutti i libri che mi sono piaciuti. Ma per l’osservatore urbano ce ne sono almeno tre che considero irrinunciabili.

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La Urban Astronomer’s Guide di Rod Mollise è il testo principe per chi non vuole rinunciare all’osservazione del cielo profondo nemmeno tra luci e lampioni. L’argomento del libro di Paul Abel, Visual Lunar and Planetary Astronomy, finisce per essere il naturale punto di approdo di chi pur osservando dalla città non vuole essere soltanto un curioso del cielo ma vuole fare di più e approfondire l’alta risoluzione visuale. Molto materiale utile a questo riguardo si può trovare anche nelle pagine della Sezione Pianeti UAILast but not least, l’osservazione del Sole riesce sempre interessante da (quasi) tutti i siti, e nella ricca bibliografia sull’argomento le mie preferenze vanno al manuale di MacDonald, How to Observe the Sun Safely. Per chi predilige l’imaging digitale il manuale di Daniele Gasparri, Tecniche, trucchi e segreti dell’imaging planetario, è un ottimo punto di partenza, per di più in italiano.

I am grateful to KC Pau, Ivano Dal Prete, Tiziano Olivetti and Giuseppe Micello who provided photographs of their observing sites.

Raffaello Braga (giugno 2014)

 

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