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Intes Micro Maksutov Newton MN56

di Raffaello Braga>
(pubblicato su Coelum n. 41, maggio 2001 – www.coelum.com)

 

Affacciatisi sul mercato occidentale con una linea di riflettori Newton che ha riscosso  subito l’interesse e il gradimento di molti astrofili, i costruttori russi di telescopi sono oggi presenti con una buona selezione di configurazioni ottiche di cui abbiamo già avuto occasione di parlare su queste pagine nei test del TAL-M e del Maksutov MK-67. Tra i catadiottrici si stanno guadagnando un’ottima reputazione i Maksutov-Newton. Questi sono costituiti da uno specchio primario la cui aberrazione sferica è corretta, come in tutti i Maksutov, da un menisco. A differenza del Maksutov-Cassegrain classico, qui uno specchio secondario piano rinvia la luce a 90° rispetto all’asse ottico del primario come nei Newton, da cui il nome. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa configurazione ottica rispetto ai catadiottrici tradizionali e ai Newton? C’è da rilevare innanzitutto un maggior ingombro rispetto ai Mak-Cassegrain in quanto il tubo è lungo e quindi anche pesante in relazione all’apertura. Questo ha come conseguenza una maggiore inerzia termica (il telescopio impiega parecchio tempo ad ambientarsi) e, a parità d’apertura, la necessità di installare il tubo su montature più massicce. In compenso, la lavorazione delle ottiche è meno laboriosa e consente di ottenere con maggiore facilità degli standard qualitativi elevati, in quanto il rapporto focale del primario è più alto e il secondario è semplicemente uno specchietto ellittico piano come nei Newton. A questo proposito occorre però ricordare che il termine Maksutov non è necessariamente sinonimo di ottiche straordinariamente corrette, tipo quelle dei rifrattori apo, per intenderci. Come per tutti gli altri telescopi anche per i Maksutov la cura nella lavorazione delle superfici ottiche è fondamentale, e se si trovano con più facilità dei Maksutov di prestazioni elevate e di buona qualità rispetto, ad esempio, agli Schmidt-Cassegrain è soltanto perché la presenza di elementi ottici di forma sferica facilita le cose al costruttore. Dalle prove effettuate, il campo corretto è risultato paragonabile o leggermente superiore a quello dei Mak-Cassegrain classici (quelli con il secondario ricavato direttamente sul menisco, gli unici confrontabili coi Mak-Newton per quanto riguarda l’ostruzione) ma la corta focale richiede l’uso di lenti di Barlow per raggiungere gli ingrandimenti più elevati in relazione all’apertura. Rispetto ai riflettori Newton classici, a parità di diametro e di ostruzione i Mak-Newton Intes Micro hanno il vantaggio di avere il tubo più corto, e poiché il secondario è sostenuto dal menisco non vi sono fenomeni di diffrazione dovuti ai suoi sostegni. Le immagini sono quindi più “pulite” e, una volta ambientato il telescopio, anche più stabili. Di contro, la luce si trova a dover attraversare un elemento ottico in più, il menisco.

Fatte queste premesse, esaminiamo in dettaglio l’Intes Micro MN56, che con un’apertura libera di 128 mm (5 pollici) e una focale dichiarata di 762 mm è il più piccolo della famiglia dei Mak-Newton di produzione russa.

 

INTUBAZIONE

L’intubazione di questo Mak presenta tanto aspetti positivi quanto sconcertanti stranezze, che stridono con le buone prestazioni ottiche che abbiamo verificato. Il fuocheggiatore è del tipo elicoidale, cioè la messa a fuoco avviene ruotando una ghiera che determina il movimento di un tubo filettato. La corsa è ridottissima (6 mm) e quindi questa regolazione, molto fine, serve soltanto come aggiustamento finale di una messa a fuoco più grossolana che deve invece avvenire inserendo ed estraendo a mano il tubo fuocheggiatore vero e proprio (diametro interno di 2 pollici, con riduttore per gli oculari da 31,8 mm). Il tubo può essere estratto per 46 mm e una volta raggiunta una messa a fuoco approssimativa lo si blocca con una vite e si procede a fuocheggiare finemente. Il sistema presenta però un paio di problemi: il primo è che il fuoco fuoriesce troppo, e se è utile avere un fuoco molto esterno per l’uso con la fotocamera o il CCD, riesce invece scomodo quando si devono impiegare gli oculari di tipo standard, coi quali occorre estrarre molto il tubo. Ci sono due soluzioni per ovviare all’inconveniente: usare una prolunga o sostituire il fuocheggiatore (e quest’ultima è quella che alla fine conviene adottare, soprattutto se si vogliono utilizzare le lenti di Barlow, che comportano un’ulteriore estrazione del fuoco. Per mettere a fuoco con le Barlow Tele Vue è infatti necessario estrarne il tubo per uno o due centimetri. L’unica eccezione a questo discorso è costituita dalla Barlow Meade 126, che per fuocheggiare richiede di far rientrare il tubo anziché estrarlo ed è quindi particolarmente adatta per questo telescopio. Al centro del campo questa Barlow fornisce buone immagini, ma vignetta con oculari a lunga focale).

Il secondo motivo per cui è consigliabile – anche se non necessario – cambiare il fuocheggiatore è che esiste un certo gioco tra il tubo da estrarre per la messa a fuoco e la sua sede, il che significa che una volta raggiunta la posizione di fuoco e stretta la vite di fermo, lo strumento non sarà più collimato perfettamente perché il tubo portaoculari formerà un piccolo angolo con il fascio ottico. Dato che in alta risoluzione la collimazione riveste una notevole importanza è meglio sostituire o modificare tutto il marchingegno.

Altra stranezza è costituita dal cercatore. L’obiettivo acromatico, trattato antiriflessi, ha un diametro utile di 30 mm e un campo ridottissimo. L’ingrandimento – non dichiarato – è forse di 12× o qualcosa di più. L’oculare possiede una conchiglia in gomma che non può essere ripiegata, col risultato che chi porta gli occhiali ha a disposizione un campo utile di circa un grado, che è un po’ poco… Si tratta probabilmente di un accessorio creato per scopi diversi da quelli cui è stato destinato, e quindi inutilizzabile nonostante la buona qualità dell’ottica e la messa a fuoco elicoidale precisa e fluida. In definitiva, anche il cercatore va sostituito, e fortunatamente l’Intes Micro ha in catalogo un 8×50 completo di supporti che può fare al caso, ma che non abbiamo testato e di cui non possiamo dir nulla. In alternativa si può prendere un cercatore standard e costruire un sostegno ad hoc.
L’attacco del cercatore è costituito da una scanalatura in cui si infila il sostegno del cannocchialino, che viene poi fermato da due viti. Abbiamo constatato che con questo sistema non si perde l’allineamento tra i due tubi ottici. Di attacchi ve ne sono due, da una parte e dall’altra del fuocheggiatore, quindi si può spostare il cercatore dall’uno all’altro. Lo stesso attacco può ospitare anche un sostegno, fornito di serie, per corpi macchina da montare in parallelo.

Venendo alle cose che invece ci hanno sorpreso favorevolmente, c’è la notevole robustezza dell’insieme. A parte il tubo, che è più spesso rispetto al lamierino in alluminio che va tanto di moda nei telescopi occidentali e giapponesi, anche la cella del menisco e quella dello specchio primario denotano una lavorazione che da noi è appannaggio soltanto degli artigiani. L’opacizzazione interna appare subito efficacissima, anche ad una prima occhiata. Il tubo reca sei lamelle sotto il fuocheggiatore e sette diaframmi a “lama di coltello” lungo il tubo.

 

OTTICA

Dello schema ottico abbiamo già detto più sopra. Qui aggiungo che uno dei punti di forza dei Mak-Newton russi è la piccola ostruzione, molto importante per contenere il degrado delle immagini lunari e planetarie e per permettere l’osservazione di stelle doppie strette con componenti di luminosità molto differente. Nello strumento esaminato – che ha un’apertura libera di 128 mm e un secondario che, col suo supporto, ha un diametro di 33 mm – l’ostruzione era del 25,8%, un valore basso e più che accettabile per le osservazioni ad alta risoluzione. Questa caratteristica, tuttavia, è stata ottenuta tramite un secondario sottodimensionato, nel senso che per contenere la lunghezza del tubo e l’ostruzione e nello stesso tempo consentire al fuoco di fuoriuscire abbastanza per le riprese fotografiche e CCD, il secondario è piccolo e posto intenzionalmente troppo vicino al primario, col risultato che si perde una parte del campo di piena luce, la collimazione dello specchietto diventa difficoltosa e si rende lo strumento molto sensibile ai decentramenti.

Il menisco mostra un trattamento pronunciato, con riflessi azzurri, celesti e violetti. Allo star test l’ottica si è dimostrata molto valida, con solo una leggerissima sovracorrezione, senza astigmatismo ed errori zonali. L’immagine a fuoco di Capella (alfa Aurigae) mostrava un disco di Airy rotondo circondato da un anellino rinforzato in tre punti, indice di leggera tensione nelle ottiche. Il test di risoluzione è stato eseguito sulla doppia Σ1338 nella Lince, le cui componenti di magnitudine 6,8 e 7,0 separate da un secondo d’arco hanno mostrato i due dischi di diffrazione a contatto. Sufficiente, anche se non proprio entusiasmante, l’esito della prova su stelle doppie strette con componenti di luminosità differente, un buon test per valutare la nitidezza delle immagini di diffrazione e la presenza di luce diffusa, e troppo spesso trascurato da chi si dedica alle prove di strumenti astronomici. La theta Aurigae, facilmente alla portata di un buon rifrattore da 90 o 100 mm, era resa un po’ difficile dall’asimmetria della figura di diffrazione, causata dalla collimazione imperfetta a sua volta determinata dai problemi del fuocheggiatore. La superficie della Luna, in particolare la zona di Plato, di Gassendi, di Petavius, mostrava un contrasto in tutto degno di un rifrattore, mentre il guadagno di dettaglio rispetto al rifrattore da 102 mm usato per confronto, era piuttosto sottile. Ad esempio all’interno di Plato era visibile lo stesso numero
di craterini (4), gli stessi solchi all’interno di Gassendi e gli stessi dettagli sul fondo di Petavius, ma i particolari che nel 102 si vedevano a fatica perché al limite del potere risolutivo, nel Mak-Newton diventavano più “facili”. Un po’ più marcata la differenza tra i due telescopi nell’osservazione di Giove e Saturno, in quanto nel Mak-Newton le bande del primo erano meglio separate, con un colore un po’ più deciso, il pianeta con una bella tinta avorio e col bordo quasi altrettanto netto che nel rifrattore.

Durante queste osservazioni abbiamo avuto modo di constatare come l’estrema sensibilità del catadiottrico alle variazioni di temperatura e la difficoltà di adattamento termico che lo caratterizza possano penalizzarne notevolmente le prestazioni. Le “piume” di calore hanno mostrato di resistere molto a lungo, a volte per due ore e anche più. Il massimo ingrandimento utile per le osservazioni planetarie è stato stimato attorno a 250× nel caso di Saturno e 180× nel caso di Giove, mentre nell’osservazione della Luna lo strumento era in grado di reggere tranquillamente 300× e anche più. In una notte freddissima di dicembre abbiamo avuto la conferma che nel menisco si sviluppavano delle leggere tensioni in quanto i dischetti dei satelliti di Giove, che nel rifrattore erano sempre perfettamente circolari, nel Mak-Newton mostravano tre piccoli “raggi” che ruotavano ora in un senso ora nell’altro e che di tanto in tanto scomparivano; la stessa caratteristica l’abbiamo notata anche in altri Maksutov, sia commerciali che di fabbricazione artigianale.
Era comunque un problema molto lieve, di cui le immagini planetarie, sempre ben contrastate, non sembrano soffrire minimamente. Dopo la prova in alta risoluzione   abbiamo voluto fare un test comparativo col Vixen per vedere quale dei due strumenti mostrasse stelle più deboli. Bene, nonostante il pollice di apertura in meno il Vixen ha mostrato le stesse stelle visibili nel Maksutov. Gli ingrandimenti utilizzati sono stati di 30× nel Mak-Newton (oculare Plössl) e 31× nel rifrattore (oculare OR) nel quale era inoltre inserito un diagonale ESD Lumicon, che per quanto riflettente porta via comunque un po’ di luce. Il risultato ottenuto è in linea con quanto riportato in altri test dei Mak-Newton russi e da imputare alla presenza del menisco e alla doppia riflessione, che determinano una perdita di luce apprezzabile. Riteniamo comunque che la perdita di luminosità evidenziata nel confronto col rifrattore sia un handicap trascurabile per un telescopio destinato all’osservazione di astri angolarmente estesi e ben luminosi.

Abbiamo testato il Mak-Newton con un certo numero di oculari da 31,8 mm di diametro, dai Celestron SMA ai Plössl Meade serie 3000 e 4000, agli ortoscopici Unitron fino a qualche Erfle e König di produzione giapponese, e con quasi tutti le immagini erano nitide e fruibili fino al bordo campo o molto vicino ad esso. Soltanto con i due wide field le prestazioni sono state deludenti, ma questo è abbastanza normale, trattandosi di oculari progettati per rapporti focali più alti di f/6.

CONCLUSIONI

Il Maksutov-Newton Intes Micro MN-56 è un telescopio con un rapporto prestazioni/ prezzo molto interessante. In sostanza, per circa 1000 Euro si acquista un’ottica robusta, ben lavorata e che nelle osservazioni ad alta risoluzione offre circa le stesse prestazioni di un rifrattore apocromatico da 4 pollici dal costo triplo o quadruplo; anzi, l’ottica intubata del MN-56 costa persino meno di quella di un buon acromatico giapponese da 10 cm. Anche considerando la sostituzione del cercatore e del fuocheggiatore questo Mak-Newton rimane comunque conveniente, con un peso e un ingombro che consentono ancora l’uso di montature relativamente economiche, come la Vixen GP, la Celestron CG5, la Kenko NES QS. L’unico problema serio con cui l’acquirente dovrà fare i conti è l’adattamento termico dell’ottica e la presenza di fastidiose piume di calore. Il nostro consiglio è quello di tenere lo strumento sempre all’esterno, ad esempio in un piccolo osservatorio o in un contenitore sigillato protetto dall’umidità e dalla luce del Sole, oppure di portarlo nel luogo d’osservazione con abbondante anticipo e liberando i fori di aerazione sulla cella del primario. Il giudizio di cui sopra tiene naturalmente conto dello scopo per cui i Maksutov-Newton sono nati, cioè quello di offrire agli astronomi dilettanti ottiche ad alta definizione che fossero alternative e più economiche rispetto ai rifrattori apocromatici, che da questo punto di vista costituiscono lo standard di riferimento. Ma ciò non vuol dire che i Mak-Newton offrano prestazioni identiche a questi ultimi – abbiamo visto, ad esempio, che sono meno luminosi – né che non vi siano altre configurazioni ottiche altrettanto performanti nell’osservazione planetaria eppure ancora economiche. Se non sussistono problemi di ingombro o di trasportabilità, infatti, un Newton classico ben lavorato e a fuoco lungo può dare più soddisfazioni di un Mak-Newton e costare anche molto meno a parità di diametro, col risultato che con gli stessi soldi ci si può comprare (o costruire) uno strumento dotato di maggior potere risolutivo e anche più luminoso. Una valida alternativa allo strumento testato può essere ad esempio costituita dal TAL 2M, un newtoniano russo da 150 mm f/8, che completo di montatura, motore e accessori costa meno di 1000 Euro. Se invece l’ingombro è un fattore limitante, allora un Mak-Newton può costituire una scelta più idonea per gli appassionati di alta risoluzione.

 

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