Osservazione dei pianeti con piccoli telescopi

di Raffaello Braga e Piergiovanni Salimbeni. Disegni di Alexander Kupco.

(pubblicato sulla rivista Nuovo Orione n. 267, agosto 2014, riprodotto con alcune modifiche e col permesso dell’Editore).

PREMESSA

Nel campo dell’osservazione astronomica non professionale il XXI secolo ha portato con sé una vera e propria rivoluzione. Lo spostamento in Estremo Oriente della produzione ottica per astrofili e il conseguente abbattimento dei costi ha consentito agli appassionati di usare strumenti significativamente più grandi di quelli che andavano per la maggiore quando i principali costruttori erano quasi esclusivamente americani e giapponesi. Mentre un telescopio da 20 cm una volta costituiva un punto d’arrivo e uno strumento definitivo per l’astrofilo evoluto, oggi spesso viene considerato il diametro minimo da cui partire per l’osservazione del cielo, ciò che è reso possibile da un’offerta di prodotti commerciali persino sovrabbondante rispetto al passato.

Il rovescio della medaglia determinato da questa situazione è quella che gli americani chiamano “aperture fever”, la febbre dell’apertura, che porta molti appassionati a inseguire strumenti sempre più grandi con lo scopo di vedere sempre di più. Questa febbre determina come effetto collaterale la smania di cambiare continuamente telescopio prima ancora di avere saggiato e sfruttato tutte le potenzialità di quello che si possiede, e ciò porta gli astrofili a concentrarsi sull’aspetto tecnologico della loro passione, provando e riprovando strumenti diversi e schemi ottici diversi tra loro e trascurando l’osservazione del cielo vera e propria e la cultura astronomica in generale; è il contrario di ciò che avveniva in passato, quando proprio la povertà di mezzi spingeva i loro possessori a spremerli fino in fondo dedicando quindi maggior tempo allo studio del cielo in senso stretto.

Un’occhiata ai messaggi dei principianti che scrivono sui forum in cerca di consigli sul loro primo telescopio, rivela infatti che sempre più spesso i neofiti vengono indirizzati verso strumenti da 6, 8 o anche 10 pollici d’apertura, spesso in configurazione dobson dal momento che è quella che costa meno. Il risultato è che i piccoli rifrattori e riflettori da 60 a 114 mm di diametro con cui venti o trent’anni fa ci si faceva le ossa, sono oggi considerati poco più che giocattoli e praticamente snobbati. Anche se molti di questi strumenti possiedono effettivamente una qualità dozzinale perché sfornati dalle fabbriche come regali di Natale o di compleanno per ragazzini curiosi, ne esistono però anche di buona fattura, sia di produzione attuale che, soprattutto, risalenti al secolo scorso e di fabbricazione giapponese, facili da trovare nel mercato dell’usato. Lo scopo di questo articolo è quello di dimostrare che non è necessario un grande telescopio per potersi divertire nell’osservazione del cielo, e che anche piccoli diametri possono fornire prestazioni molto interessanti soprattutto nell’osservazione planetaria.

 

IMPARARE A OSSERVARE

Chi pensa che basti un telescopio di media o grande apertura per poter vedere chissà cosa alla superficie dei pianeti si sbaglia di grosso. L’osservazione planetaria è un’attività che esula dall’esperienza sensibile quotidiana e che pertanto richiede un certo addestramento del sistema visivo occhio-cervello per poter cogliere i deboli ed elusivi contrasti che caratterizzano i dettagli planetari più evanescenti. Se alcuni di questi dettagli risultano immediatamente evidenti anche ad una prima occhiata – ad esempio la Grande Sirte su Marte, la divisione di Cassini negli anelli di Saturno o le bande equatoriali di Giove – la maggior parte possiede invece un contrasto molto basso che l’astrofilo inesperto non è quasi mai in grado di cogliere. L’osservazione continuativa e attenta aiuta invece a sviluppare i sensi e porta nel tempo a percepire minuti dettagli, forme e colori che in un primo tempo non appaiono immediatamente evidenti, soprattutto quando si trovano ai limiti delle possibilità percettive dell’individuo (l’acuità visiva varia da persona a persona e con l’età) e del potere risolutivo del telescopio. Non è affatto raro il caso di osservatori esperti che con strumenti relativamente piccoli riescono a percepire e disegnare dettagli che sfuggono a osservatori meno assidui anche se equipaggiati con telescopi più potenti.

A proposito di potere risolutivo è bene sapere che le formule utilizzate usualmente per calcolarlo (ad esempio la formula equivalente al limite di Rayleigh, 140/D se D è il diametro del telescopio in mm) non si possono applicare tali e quali all’osservazione planetaria in quanto hanno rigorosamente senso soltanto nel caso di sorgenti luminose puntiformi che danno luogo a immagini di diffrazione classiche, nette e ben contrastate, come nel caso delle stelle doppie. Nell’osservabilità dei dettagli planetari entrano in gioco anche altri fattori, primo fra tutti il contrasto tra il dettaglio stesso e ciò che lo circonda, e così la formula di cui sopra finisce per patire sostanziose eccezioni: se un dettaglio è molto contrastato (un esempio classico è la divisione di Cassini) risulta pessimistica, se è poco contrastato è invece ottimistica.

Un altro fattore importante da tenere in debita considerazione è lo strumento utilizzato: ogni osservatore dovrebbe innanzitutto imparare a conoscere bene il proprio telescopio, i suoi limiti e i suoi punti di forza. Questo è infatti un aspetto molto spesso trascurato, ci si aspetta semplicemente che lo strumento funzioni al limite delle possibilità che competono all’apertura dimenticando che un telescopio “reale” non può funzionare come uno ideale se non lo si mette in condizione di farlo. E allora è necessario che prima di ogni osservazione si controlli che lo strumento sia ben collimato e stabilizzato termicamente, che le ottiche non siano sotto tensione (ciò che si può verificare tramite lo star test) e siano pulite. Chi utilizza i rifrattori acromatici, non importa se a lunga o corta focale, potrà trarre giovamento dall’uso di un filtro giallo molto leggero come il W8 o di specifici filtri di contrasto che attenuano il disturbo provocato dall’aberrazione cromatica residua senza alterare eccessivamente i colori. Naturalmente uno strumento astronomico può dirsi tale solo se le sue ottiche sono lavorate con la precisione necessaria a raggiungere i limiti di risoluzione imposti dalle leggi dell’ottica, ben poco si può fare invece con un telescopio scadente.

Infine è necessaria anche un po’ di preconoscenza, non ci si può cioè mettere al telescopio nella più totale ignoranza di ciò che si andrà ad osservare, come accadeva ai pionieri dell’astronomia planetaria secoli fa. Internet offre fortunatamente tutte le risorse necessarie per acquisire qualche conoscenza di base, e alla fine dell’articolo il lettore troverà dunque sia qualche indicazione bibliografica sia dei links a siti web ritenuti veramente irrinunciabili per l’osservatore planetario “in nuce.”

 

COSA SI PUO’ VEDERE

La fisica ci insegna che più grande è il diametro dell’obiettivo più dettagli si vedono e più luce viene raccolta, cioè le immagini appaiono più brillanti e maggiormente contrastate. Poiché vogliamo limitare il discorso ai piccoli telescopi, siano essi rifrattori (o cannocchiali astronomici), riflettori o catadiottrici, possiamo iniziare a suddividerli in tre categorie:

- cannocchiali astronomici fino a 60 mm di diametro dell’obiettivo

- cannocchiali fino a 80 mm e riflettori fino a 114 mm di diametro

- cannocchiali fino a 12 cm e riflettori o catadiottrici fino a 15 cm di diametro

 

Giove osservato in un piccolo rifrattore Zeiss di soli 63 mm di diametro. Sono ben visibili la regione polare nord, la banda temperata settentrionale, le due bande equatoriali (NEB e SEB) con alcune irregolarità e la banda temperata meridionale. L’autore del disegno, astrofilo molto esperto, è riuscito a cogliere anche un paio di festoni nella zona equatoriale (EZ). Disegno di Alexander Kupco.

Giove osservato in un piccolo rifrattore Zeiss di soli 63 mm di diametro. Sono ben visibili la regione polare nord, la banda temperata settentrionale, le due bande equatoriali (NEB e SEB) con alcune irregolarità e la banda temperata meridionale. L’autore del disegno, astrofilo molto esperto, è riuscito a cogliere anche un paio di festoni nella zona equatoriale (EZ). Disegno di Alexander Kupco.

Gli strumenti del primo gruppo hanno poco potere risolutivo e con essi si vedono soltanto le caratteristiche più macroscopiche dei pianeti come le fasi di Venere, l’anello di Saturno, lo schiacciamento polare di Giove e le due bande principali, le brillanti calotte di Marte quando sono rivolte verso la Terra. Sono telescopi che mostrano dunque molto poco anche se può essere divertente e istruttivo impiegarli per ripercorrere le prime scoperte dell’astronomia planetaria, quelle di Galileo, Cassini, Huygens. Vale però quanto abbiamo detto più sopra: in condizioni favorevoli un osservatore esperto è in grado di ricavare anche da questi strumentini dettagli interessanti, come la Grande Sirte e il Mare Cimmerio di Marte, ad esempio. Per alcuni tipi di osservazioni come le macchie solari anche un cannocchiale da 6 cm è sufficiente per assistere allo spettacolo offerto dall’attività maculare della nostra stella.

 

 

 

 

 

 

 

Giove osservato in un rifrattore da 80 mm di diametro, con il quale iniziano ad emergere alcuni dettagli interessanti. Ad esempio si nota la macchia rossa e si percepisce l’insenatura che la ospita nella banda equatoriale sud (SEB), si vede nettamente l’ombra del satellite Io in transito, festoni in EZ e condensazioni scure sul bordo nord della NEB. Disegno di Alexander Kupco.

Giove osservato in un rifrattore da 80 mm di diametro, con il quale iniziano ad emergere alcuni dettagli interessanti. Ad esempio si nota la macchia rossa e si percepisce l’insenatura che la ospita nella banda equatoriale sud (SEB), si vede nettamente l’ombra del satellite Io in transito, festoni in EZ e condensazioni scure sul bordo nord della NEB. Disegno di Alexander Kupco.

Con gli strumenti del secondo gruppo emergono tutti i dettagli planetari più cospicui, quelli che rendono l’osservazione decisamente più interessante (si vedano i disegni in queste pagine): le fasi di Mercurio, le calotte e qualche ombreggiatura su Venere, molti dettagli marziani, le bande equatoriali e temperate di Giove e le loro irregolarità (in condizioni favorevoli anche la Macchia Rossa, se è ben colorata), gli anelli A e B di Saturno con la divisione di Cassini, le bande equatoriali e le regioni polari scure, l’ombra del globo di Saturno sugli anelli, il disco di Urano. Anche in questo caso maggiore è l’esperienza e maggiore la soddisfazione che si può ricavare. Nell’osservazione della Luna in particolare, gli strumenti di questo gruppo sono in grado di assicurare una vita intera di divertimento osservando e disegnando il paesaggio del nostro satellite.

 

 

 

 

 

 

 

Aumentando un po’ il diametro dello strumento impiegato l’immagine di Giove si fa ancora più interessante. Questo disegno, effettuato con un rifrattore semiapocromatico da 100 mm di diametro, mostra ad esempio i disturbi a forma di ovale che seguono la grande macchia rossa nella SEB, un dettaglio davvero difficile con piccole aperture. Disegno di Alexander Kupco.

Aumentando un po’ il diametro dello strumento impiegato l’immagine di Giove si fa ancora più interessante. Questo disegno, effettuato con un rifrattore semiapocromatico da 100 mm di diametro, mostra ad esempio i disturbi a forma di ovale che seguono la grande macchia rossa nella SEB, un dettaglio davvero difficile con piccole aperture. Disegno di Alexander Kupco.

Con i telescopi del terzo gruppo i pianeti si trasformano veramente in creature vive di cui è possibile seguire l’evoluzione atmosferica e superficiale nel corso del tempo. Un riflettore da 15 cm, ad esempio, è già uno strumento con cui è possibile raccogliere dati qualitativi e quantitativi da inviare alle associazioni che coordinano la ricerca planetaria non professionale.

Non vogliamo scrivere qui un vademecum di osservazione planetaria (per questo si veda la bibliografia), quindi chiudiamo questa parte dedicata ai telescopi raccomandando di usare ingrandimenti proporzionati alle possibilità dell’ottica, alle condizioni atmosferiche ma anche al soggetto osservato: alcuni pianeti come Marte e Saturno sopportano bene ingrandimenti elevati, fino al massimo teorico, altri come Venere e Giove difficilmente tollerano poteri superiori soltanto a una volta o una volta e mezzo il diametro dell’obiettivo in millimetri.

 

 

 

 

 

 

 L’IMPORTANZA DEL DISEGNO

Negli ultimi anni, il disegno planetario è stato prepotentemente surclassato dalla ripresa digitale, che per alcuni aspetti possiede una maggiore oggettività e affidabilità mentre per altri può diventare ingannevole e irrealistica. Di fatto, soprattutto nella nostra penisola, gli astrofili raffigurano sempre di meno sulla carta ciò che osservano attraverso il telescopio e, quel che è peggio, nemmeno si curano di prendere nota delle loro osservazioni, affidandole alla memoria nella maggior parte dei casi.

Una tipica veduta di Saturno in un piccolo telescopio. Sugli anelli si notano la divisione di Cassini, gli anelli A e B e una traccia di anello C (a destra), la maggior luminosità dell’anello B nella sua parte esterna, l’ombra del globo sugli anelli. Sul globo sono evidenti una fascia nuvolosa scura e le regioni polari. Disegno di Alexander Kupco.

Una tipica veduta di Saturno in un piccolo telescopio. Sugli anelli si notano la divisione di Cassini, gli anelli A e B e una traccia di anello C (a destra), la maggior luminosità dell’anello B nella sua parte esterna, l’ombra del globo sugli anelli. Sul globo sono evidenti una fascia nuvolosa scura e le regioni polari. Disegno di Alexander Kupco.

La formazione di una solida esperienza nell’osservazione dei pianeti passa necessariamente per il disegno all’oculare. Solo disegnando è possibile migliorare la propria capacità di percezione dei dettagli planetari: un conto è accostarsi all’oculare per guardare fugacemente il pianeta preferito, un conto concentrarsi per rappresentare minuziosamente ciò che appare nell’oculare. Durante i raduni astronomici che spesso organizziamo, abbiamo notato come i più abili osservatori siano anche degli instancabili e metodici disegnatori. Oltretutto un abile disegnatore sarà anche in grado di descrivere la reale colorazione dei particolari planetari, una qualità spesso non presente negli astroimagers che talvolta elaborano le immagini ottenendo colori ben distanti dalla realtà. Anche per questo motivo un osservatore di pianeti che ama disegnare finisce per acquisire una buona conoscenza della morfologia planetaria, delle strutture atmosferiche o superficiali e dei fenomeni che le coinvolgono, ciò di cui poi potrà fare tesoro nel momento in cui decidesse di passare all’imaging CCD per evitare che diventi, come purtroppo spesso accade, un’attività fine a sé stessa. Inoltre il disegno consente di confrontare le proprie osservazioni con quelle compiute dai grandi astronomi del passato, perpetuando così un’antica tradizione che risale a Galileo.

Il disegno, non solo quello astronomico, è anche un valido antistress che libera l’astrofilo da quell’ansia da prestazione che spinge invece gli imagers ad ottenere immagini sempre più dettagliate, nonché dalla schiavitù rappresentata da CCD, webcam, cavi, cavetti e computer.

Ovviamente chi si accinge a disegnare un pianeta per la prima volta dovrà rammentare che questa tecnica presenta delle differenze rispetto al disegno tradizionale (ritratto, nature morte, paesaggio, ecc.): i pianeti sono oggetti a basso contrasto superficiale e quindi occorrerà trasferire questa percezione anche nel disegno, aumentando i contrasti quanto basta per renderlo interpretabile ma evitando forzature che darebbero al pianeta un aspetto irrealistico.

Per mantenere il pianeta nel campo dell’oculare sarà utile fare uso di una montatura motorizzata in AR e possibilmente equatoriale per far sì che il pianeta mantenga nel campo il medesimo orientamento. Come già accennato più sopra gli ingrandimenti dovranno essere calibrati sulle condizioni di osservazione per fruire di un’immagine abbastanza nitida e contrastata.

Marte in un rifrattore da 80 mm il giorno 11 febbraio 2012. A sud (in alto) si intravvedono le nubi polari, procedendo verso nord il Mare Erythraeum col Margaritifer Sinus, Chryse, il Niliacus Lacus, che l’Achillis Pons separa dal grande Mare Acidalium, e infine la calotta nord. Disegno di Alexander Kupco.

Marte in un rifrattore da 80 mm il giorno 11 febbraio 2012. A sud (in alto) si intravvedono le nubi polari, procedendo verso nord il Mare Erythraeum col Margaritifer Sinus, Chryse, il Niliacus Lacus, che l’Achillis Pons separa dal grande Mare Acidalium, e infine la calotta nord. Disegno di Alexander Kupco.

Un limite dell’osservazione planetaria attraverso piccoli telescopi è la scarsa possibilità di percepire i colori planetari. La visione “a colori” o fotopica è regolata dalle cellule definite “coni”, per stimolare i quali è però necessaria una certa quantità di luce che difficilmente potrà essere raccolta da uno strumento molto piccolo, col risultato che le tonalità cromatiche risulteranno molto attenuate. In fase di disegno può essere molto utile una piccola fonte di illuminazione nei pressi della postazione osservativa, oltre alla luce che servirà per illuminare la superficie su cui si disegna e che deve essere necessariamente di colore bianco, mentre la luce rossa, fondamentale per gli osservatori del cielo profondo, è assolutamente da evitare in quanto altera la percezione dei colori.

Un altro fattore da considerare è la comodità. Non è molto salutare né efficace cercare di raffigurare i festoni equatoriali di Giove o le calotte polari di Marte rimanendo inginocchiati sotto l’oculare e torcendo il collo in posizioni innaturali. Con strumenti come i rifrattori o i catadiottrici un ottimo diagonale, possibilmente a prisma, e una sedia regolabile renderanno il compito molto più rilassante e si dimostreranno incredibilmente più efficaci rispetto al cambiare strumento ogni pochi mesi nel tentativo di “vedere” di più. Ovviamente anche un abbigliamento consono alla stagione ha la sua importanza. In caso di prolungate sessioni osservative un visore binoculare potrebbe aiutare l’appassionato a percepire maggiori dettagli senza affaticare la vista, ma il suo uso con piccoli telescopi è da riservare a pianeti particolarmente brillanti come Marte attorno all’opposizione o Venere al crepuscolo.

Nella valigetta del disegnatore planetario non dovrebbero mancare anche dei filtri colorati di contrasto e magari una slitta porta-filtri. In questo modo sarà possibile evidenziare e disegnare ciò che pare più incerto in luce bianca. Facendo uso di piccoli strumenti si dovranno prediligere filtri chiari, come l’azzurro, l’arancio, il giallo e il verde chiaro.

Ricapitolando, un setup ideale potrebbe essere rappresentato da un rifrattore da 80 – 100 mm oppure un piccolo riflettore o catadiottrico da 100 – 150 mm, qualche buon oculare, dei filtri, una montatura equatoriale, una sedia comoda ed ovviamente un buon seeing.

 

QUALCHE CONSIGLIO TECNICO

Per disegnare non servono costosi notebook di ultima generazione ma semplici fogli di carta da disegno artistico o da fotocopie, purché non di carta riciclata perché troppo scuri. Per evitare di disegnare il pianeta troppo grande o troppo piccolo è bene usare i moduli disponibili sui siti web della Sezione Pianeti dell’Unione Astrofili Italiani (vedi oltre) che riportano dei dischi di diametro attorno ai 5 cm i quali hanno già il profilo adatto a ogni singolo pianeta (nel caso di Saturno, ad esempio, riportano il profilo degli anelli a diverse inclinazioni).

Esistono due tipi principali di tecnica: quella a “tratto sfumato” (con matita o carboncino) e la tecnica della “puntinatura” (si vedano i disegni in queste pagine). Nel primo caso saranno necessarie matite di svariata durezza, per rendere i diversi livelli di contrasto dei dettagli, e una gomma o ancor meglio la classica gomma pane che tutti noi abbiamo usato durante i primi anni della nostra avventura scolastica. Chi scrive fa anche uso di speciali matite che possiedono al posto della mina una gomma per cancellare, in questo modo è possibile migliorare i bordi o evidenziare le differenze di albedo osservate. Qualora non fosse possibile reperirle basterà sacrificare una gomma tagliandola in parti sottili. Per migliorare le sfumature è imprescindibile l’acquisto degli sfumini: dei piccoli cilindretti di cartone pressato che uniformano il tratto creando ottime sfumature. Consigliamo anche l’acquisto di un cartelletta o di una leggera tavola di compensato ove poggiare il foglio e le matite.

Un esempio di modulo osservativo della Sezione pianeti UAI relativo a un'osservazione di Venere, pianeta che si presta molto bene alla tecnica della puntinatura, più veloce e semplice rispetto al disegno tradizionale.

Un esempio di modulo osservativo della Sezione pianeti UAI relativo a un’osservazione di Venere, pianeta che si presta molto bene alla tecnica della puntinatura, più veloce e semplice rispetto al disegno tradizionale.

La tecnica della puntinatura prevede di disegnare solo il profilo dei dettagli con la matita (usando un tratto leggerissimo) e di riempirli successivamente con dei piccolissimi puntini neri la cui densità è proporzionale al contrasto. Allo scopo servono, oltre alla matita, due pennarellini neri a punta fine da 0.1 o 0.2 mm. Solo Mercurio e Venere si possono disegnare con questa tecnica perché i loro dettagli sono sempre sfumati e dai contorni incerti, mentre  per i pianeti esterni il disegno tradizionale con matita e sfumino è indispensabile.

Generalmente l’appassionato traccia su carta un disegno schematico dei dettagli planetari osservati, annotando a parte i colori, le variazioni di albedo e le intensità secondo una scala che va da 0 (dettaglio più brillante) a 10 (fondo scuro del cielo), per poi ultimare il lavoro successivamente con comodo. Nulla vieta, se si possiedono buone capacità artistiche, di ultimare anche le sfumature mentre si è ancora all’oculare.

Nel corso degli ultimi anni, con l’avvento degli smartphone e dei tablet sono nati alcuni programmi di grafica che possono sostituire tutta l’attrezzatura appena citata. Ovviamente sarà necessario acquistare anche un pennino che consenta di simulare il tratto della matita sul display. Da puristi riteniamo il metodo tradizionale più rilassante e soddisfacente, tuttavia nulla vieta di iniziare anche in quest’ultimo.

CONCLUSIONI

Speriamo con questo articolo di essere riusciti a trasmettere al lettore un po’ della nostra passione, che coltiviamo fin dall’infanzia, per l’osservazione dei pianeti. Ci teniamo soprattutto a raccomandare di non farsi prendere, come accennato all’inizio, dalla febbre dell’apertura perché l’osservazione planetaria si può fare con qualunque buon telescopio, grande o piccolo, equatoriale o altazimutale, a specchi o a lenti: almeno all’inizio queste cose non hanno importanza, ciò che conta di più sono la pazienza, la passione e la perseveranza, senza le quali non si arriva da nessuna parte, né in astronomia né nella vita di tutti i giorni. Poi, col tempo, se l’interesse per lo studio telescopico dei pianeti cresce, allora si può considerare l’acquisto di uno strumento dedicato e con caratteristiche specifiche, ma di questo ci occuperemo un’altra volta.

 

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA E SITI WEB UTILI

Fred W. Price, The Planet Observer’s Handbook, Cambridge University Press, 2^ edizione (2000)

P. Grego, Mercury and Venus, and How to Observe Them, Springer Verlag (2008)

P. Grego, Mars and How to Observe It, Springer Verlag (2012)

J.W. McAnally, Jupiter and How to Observe It, Springer-Verlag (2007)

Benton, Saturn and How to Observe It, Springer Verlag (2006)

Schmude, Uranus, Neptune and Pluto and How to Observe Them, Springer-Verlag (2009)

Nel mercato dei libri usati si possono poi trovare a poco prezzo molti validissimi testi tra i quali consigliamo senz’altro l’Amateur Astronomer’s Handbook di James Muirden.

http://pianeti.uai.it – E’ il sito web della Sezione Pianeti dell’Unione Astrofili Italiani, sul quale l’appassionato potrà trovare tutto ciò che occorre sapere (e in lingua italiana!) per diventare un osservatore planetario: tecniche di osservazione, di disegno, consigli sulla strumentazione, articoli, immagini CCD e disegni.

http://www.britastro.org – Sito web della British Astronomical Association. Espandendo il menu a tendina delle Observing Sections si può accedere alle singole sezioni di osservazione (Mercury and Venus, Mars, Jupiter, Saturn) dove si troverà molto materiale utile, in particolare la BAA Observing Guide scaricabile in formato PDF.

http://www.alpo-astronomy.org/ – Sito web dell’Association of Lunar and Planetary Observers.

 Alexander Kupco Astronomy Page – Molti disegni di pianeti, Luna e altri oggetti celesti

 

 

 

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