Guida alla scelta degli oculari

La versione originale di questo scritto è stata pubblicata nell’ormai lontano anno 2000 sui numeri 30 e 31 di Coelum (www.coelum.com). Anche se ho mantenuto lo stesso titolo, tanto per stabilire una certa continuità tra passato e presente, tutto il resto ha dovuto essere riscritto: nei tredici anni trascorsi dalla pubblicazione sulla rivista, la “rivoluzione cinese” ha drammaticamente abbattuto il costo degli oculari e dunque la maggioranza degli astrofili arriva oggi a possederne certamente più dei quattro o cinque che una volta costituivano la dotazione minima per osservare il cielo e che andavano scelti con cura per non buttare soldi preziosi dalla finestra. Come giustamente rilevano gli autori di Astronomy Hacks, gli astrofili collezionano oculari come i cani le pulci, e molti di loro (gli astrofili, non i cani) si dedicano a una continua compravendita di pezzi d’ottica nell’infinita e vana ricerca dell’oculare “ideale”, oculare che come scriveva già più di cent’anni fa William Denning, esiste solo nell’immaginazione dell’astrofilo.

La diffusione di Internet ha poi permesso un maggiore scambio di informazioni tra gli utilizzatori di telescopi e accessori, e se una volta per avere una dritta nella scelta degli oculari era necessario scrivere la classica letterina alla rivista di astronomia aspettando la risposta dell’esperto, oggi è per fortuna molto più facile fare acquisti ragionati basandosi sulle esperienze degli altri riportate in gran quantità sul web. Sarebbe perciò inutile ripetere di nuovo anche in questa sede dei consigli che nel 2000 avevano ancora un senso ma che oggi sarebbero perfettamente inutili; nel seguito mi limiterò quindi ad esporre una piccola guida alla scelta degli oculari basata sulla mia personale esperienza, nella speranza che serva almeno al neofita che voglia districarsi all’interno di un’offerta commerciale certamente sovrabbondante.

Ovviamente quella che segue non può e non vuole essere una disamina delle caratteristiche progettuali degli oculari astronomici, argomento per il quale rimando ai testi di ottica, di astronomia pratica e ai siti internet che si occupano dell’argomento (si vedano ad esempio i riferimenti in fondo all’articolo) ma solo una succinta descrizione di ALCUNI tra gli oculari di cui ho avuto esperienza diretta con particolare riferimento ai loro campi di applicazione: avrei voluto spendere qualche parola per tutti quelli che ho avuto modo di impiegare nei miei quasi quarant’anni di osservazione del cielo, ma ciò avrebbe richiesto uno spazio eccessivo anche per una pubblicazione sul web. Non ho quindi la pretesa di essere stato esaustivo, e su molti pezzi d’ottica ho preferito non esprimermi non avendoli mai usati.

Buona lettura.

 

A COSA SERVE L’OCULARE

L’oculare è un piccolo (o quasi) microscopio che serve a ingrandire e ad esaminare l’immagine formata dall’obiettivo del telescopio. Benché piccoli rispetto ai telescopi con cui vengono usati, gli oculari sono però oggetti complessi che devono essere progettati e realizzati con cura, il che non sempre avviene. Ad esempio hanno lenti piuttosto piccole che pongono problemi di lavorazione e di assemblaggio: è facile rendersene conto misurando la lunghezza focale degli oculari commerciali e calcolando lo scarto, a volte sensibile, tra il valore dichiarato e quello effettivo. Esiste poi il problema delle riflessioni sulle superfici interne del barilotto e sulle discontinuità aria/vetro, che renderebbero fastidiosa o impossibile l’osservazione di astri luminosi e a cui è necessario ovviare con una opacizzazione molto spinta del barilotto e con un adeguato trattamento antiriflessi delle lenti, che nella maggioranza degli oculari è costituito da più strati depositati su tutte le superfici ottiche. Purtroppo diventa molto difficile ottenere oculari del tutto esenti da riflessi parassiti, in particolare se il numero delle lenti è elevato, ma i costruttori migliori sono riusciti a ottenere risultati notevoli.

Più importante di tutto, ovviamente, è il progetto ottico. Se alcuni oculari hanno schemi vecchi e consolidati che fanno sì che le variazioni di qualità e resa da un esemplare all’altro siano dovute essenzialmente alla diversa accuratezza di realizzazione, in altri casi i costruttori hanno creato schemi ottici nuovi, più o meno efficaci e tra i quali si è instaurata una feroce concorrenza sul piano commerciale.  La possibilità di usare un elevato numero di lenti senza degradare sensibilmente la qualità delle immagini permette oggi di ottenere rispetto al passato un campo corretto quasi fino al bordo (secondo il telescopio impiegato), una visione panoramica e un’estrazione pupillare comodissima anche per chi è costretto a portare gli occhiali. Si tratta naturalmente di benefici costosi e non sempre necessari, ma che danno la misura di quanto sia progredito il settore della strumentazione astronomica rispetto a qualche decennio fa, quando gli ortoscopici e gli Erfle costituivano il massimo che l’astrofilo esperto potesse aspirare ad avere nella propria dotazione. Di questa nuova situazione hanno beneficiato anche gli schemi classici risorti a nuova vita grazie a tecniche di fabbricazione più accurate.

 

COSE IMPORTANTI DA SAPERE

Occorre tenere sempre presente che le prestazioni degli oculari dipendono dal telescopio con il quale vengono impiegati, cioè nell’uso visuale il telescopio deve essere considerato come un sistema integrato, con l’obiettivo che forma l’immagine e l’oculare che la esplora: ma poiché i telescopi sono costruiti per essere impiegati con oculari diversi e questi ultimi a loro volta per potersi usare con telescopi diversi, tendiamo spesso a dimenticarcene e pretendiamo di poter osservare bene con qualunque schema ottico a prescindere dalle caratteristiche dell’obiettivo. L’estensione del campo corretto del telescopio e il suo rapporto focale avranno perciò pesanti ripercussioni sulle prestazioni dell’oculare, che quindi andrà scelto solo dopo aver fatto le opportune considerazioni.

Altro fattore importantissimo nella resa sul cielo è costituito dai rivestimenti antiriflesso, da come sono applicati e dalla loro efficienza: poiché per motivi fisici questa non può mai essere del 100% su tutto lo spettro visibile ne segue che la luce diffusa e le perdite di trasmissione luminosa sono ineliminabili, e si può solo cercare di minimizzarle. Pure importante è l’assemblaggio, l’opacizzazione interna, l’annerimento del bordo delle lenti,il posizionamento del field stop, ecc. Quando si giudicano le prestazioni di un oculare occorrerebbe pertanto distinguere quanto è dovuto al progetto in sé e quanto alla sua realizzazione pratica, che può essere eccellente o pessima con tutta la gamma intermedia di possibilità: e infatti a parità di progetto oculari provenienti da fabbricanti diversi si comportano spesso in modo diverso tra loro.

Bisogna infine diffidare di quelle inserzioni pubblicitarie che reclamizzano gli oculari per la loro “risoluzione” perché il potere risolvente è determinato solo dall’obiettivo: se l’immagine formata sul piano focale del telescopio non contiene i dettagli sarà inutile andarli a cercare con l’oculare per quanto perfetto esso sia. Si può invece parlare di oculari per “alta risoluzione” nel senso che si definirà più avanti.

 

OCULARI GRANDANGOLARI

La storia degli oculari astronomici e terrestri è la storia dello sviluppo, a partire dalle prime lenti singole convergenti e divergenti, di progetti in grado di offrire campi apparenti sempre più vasti e sempre più corretti. Lo sbocco naturale di questo processo è costituito oggi dagli oculari grandangolari la cui caratteristica più importante è l’ampio campo visivo apparente che si apprezza in modo particolare nell’osservazione di campi stellari e nebulari o in quella della superficie della Luna ad alto ingrandimento o nell’osservazione di panorami terrestri.

Sulla classificazione dei grandangolari regna una certa arbitrarietà che risponde più che altro a logiche commerciali; i testi di ottica astronomica chiamano wide field gli oculari con campo da 60° a 70° e ultra wide field quelli con campo superiore ai 70°, ma nel seguito eviterò di formalizzarmi su queste delimitazioni parlando genericamente di grandangolari.

Capostipite della famiglia è il König, sviluppato in diverse fasi dal 1915 in avanti e costituito da tre o quattro lenti con un campo apparente tra 50°- 55° e fino oltre i 65°. Lo si ritrova in diversi oculari vintage ma anche in alcune realizzazioni recenti di costo contenuto.

Maggior fortuna ha avuto l’oculare di Erfle, nato per le ottiche militari nel 1917 e che come il König ha subito nel tempo diverse evoluzioni. Affermatosi come l’oculare a grande campo di riferimento anche in astronomia, ha rivestito questo ruolo fino all’avvento dei Nagler.

Tre oculari a grande, ma non grandissimo, campo. A sinistra un Erfle (66°) più che dignitoso, fornisce immagini luminose e nitide ma come tutti gli Erfle non gradisce telescopi con rapporti focali inferiori a f/15 e si comporta malissimo con rapporti inferiori a f/10. Al centro un ottimo Celestron XCel –LX, a destra un Tecnosky Planetary ED da 15 mm, dall’ottimo rapporto qualità/costo. I Celestron sono forse i migliori oculari nella categoria degli ED da 60° di campo, ma il prezzo di listino in Italia ne ha limitato la diffusione rispetto ai concorrenti.

L’Erfle è costituito da cinque o sei lenti (2+2+1 o 2+2+2) e il campo può arrivare tranquillamente a 70°, ma per lavorare bene l’oculare deve essere usato con rapporti focali piuttosto alti altrimenti la distorsione e l’astigmatismo extrassiali diventano intollerabili.

Dopo un periodo di oblio dovuto al disinteresse delle majors per questo schema ottico, gli Erfle e i König sono oggi tornati di moda in molte varianti come oculari a grande campo di basso costo (vedi più oltre). Le prestazioni sono variabili ma nelle focali maggiori, quelle con l’estrazione pupillare più comoda, sono comunque interessanti purché non si pretenda di usarli coi dobson o con i corti rifrattori rich-field.

Negli ultimi trent’anni i progetti più tradizionali sono stati affiancati e quasi soppiantati da oculari più complessi costituiti da 6 o più lenti e prodotti con vetri speciali allo scopo di minimizzare le aberrazioni extrassiali (soprattutto la cromatica) anche quando impiegati con rapporti focali molto spinti. Tra questi progetti il Nagler è quello che forse ha avuto maggior fortuna e che ha stabilito un nuovo standard progettuale variamente imitato da altri costruttori, particolarmente valido nell’osservazione di oggetti estesi e del cielo profondo tanto che nonostante il fiorire di molti altri schemi il Nagler è ben lungi dall’essere in declino. Ma anche l’introduzione dei Pentax XL, negli anni ’90 del secolo scorso, e la reputazione che in breve tempo si sono fatti per l’eccellenza nella realizzazione e nelle prestazioni, ha provocato una vera e propria rivoluzione che ha spinto molti costruttori, prevalentemente cinesi, a rispondere in modo adeguato sia con prodotti di loro concezione sia costruendo su commissione dei brands occidentali e giapponesi. Ne è nata dunque una nuova generazione di oculari, superamento degli schemi classici che hanno fatto la storia dell’astronomia amatoriale, la cui caratteristica principale è naturalmente un campo apparente molto ampio e abbastanza corretto anche con strumenti aperti, esteso da circa 65° fino a oltre 100°.

Questi oculari hanno schemi da 6 a 8 lenti e si prestano a tutti i tipi di osservazioni essendo che vengono prodotti in tutte le focali, da cortissime a lunghe, e con barilotti sia da 31.8 mm sia da 2 pollici. La complessità dei progetti si riflette nel costo finale perché per limitare le riflessioni parassite e gli altri inconvenienti dovuti alle molte superfici aria/vetro è necessario che siano costruiti con i vetri migliori, assemblati alla perfezione e rivestiti da trattamenti antiriflesso molto spinti. Il doppietto negativo di Smith dalla parte dell’obiettivo è una costante in questi oculari e serve sia come spianatore di campo sia per attenuare il coma degli strumenti molto aperti (la stessa funzione ce l’ha la lente di Barlow) oltre a vetri particolari che aiutano a correggere meglio le aberrazioni.

Nella classe dei grandangolari i prodotti Pentax e Tele Vue spiccano su tutti gli altri come correzione complessiva e sono quindi i preferiti soprattutto da chi usa i riflettori dobsoniani privi di inseguimento, ma anche i Vixen LVW si difendono bene. Oltre a questi esiste poi una folla di oculari, per la maggior parte prodotti in Cina e variamente rimarchiati, sui quali preferisco non dire nulla in questa sede rinviando il lettore ai test pubblicati, o di prossima pubblicazione, su Astrotest.it.

Come prestazioni non sono certamente a livello dei Nagler, ma per chi vuole introdursi nel campo degli ultragrandangolari gli Skywatcher Panorama e i Tecnosky UWA da 82° di campo costituiscono un’alternativa dal costo ancora contenuto. L'oculare a destra ha 23 mm di focale.

Come prestazioni non sono certamente a livello dei Nagler, ma per chi vuole introdursi nel campo degli ultragrandangolari gli Skywatcher Panorama e i Tecnosky UWA da 82° di campo costituiscono un’alternativa dal costo ancora contenuto. L’oculare a destra ha 23 mm di focale.

OCULARI CLASSICI PER OSSERVAZIONI GENERICHE

Si tratta di oculari buoni un po’ per tutti gli impieghi e che di norma vengono dati a corredo della maggior parte dei telescopi commerciali. Al livello più basso della categoria – ma non per questo da disprezzare –  troviamo il Kellner (1849), un Ramsden modificato con la lente dell’occhio costituita da un doppietto acromatico. Nella versione classica ha un campo apparente di circa 40°, buona correzione cromatica e sferica al centro del campo e discreta ortoscopicità.

Lo schema Kellner si è prestato a diverse migliorie sia come modifiche della lente di campo sia scambiando questa col doppietto acromatico. Ne sono nati alcuni ottimi oculari caratterizzati da una buona correzione complessiva e grande nitidezza al centro del campo. Di questi progetti oggi sono rimasti solo gli Edmund RKE (Rank-Kaspereit-Erfle) e i Super o RK (Reversed Kellner) che si ritrovano in dotazione a molti strumenti Synta (marchio Skywatcher o Celestron) e che spesso finiscono troppo frettolosamente in pattumiera.

Gli RKE sono presenti sul mercato da decenni, sempre uguali a sé stessi col barilotto nero, le finiture rosse e un campo di 49° – 51° (45° a progetto). Si possono considerare alternativi ai migliori Abbe come qualità al centro del campo anche se il prezzo di listino attorno agli 80 euro (del 2013, cui va aggiunta l’IVA) può renderli poco competitivi. Ma col tramonto definitivo degli ortoscopici giapponesi gli RKE potrebbero tornare in auge presso gli osservatori di pianeti. E’ anche uno dei pochissimi schemi di cui è possibile conoscere esattamente le caratteristiche progettuali in quanto pubblicamente disponibili.

I Super o RK sono buoni oculari per l’osservazione di astri angolarmente poco estesi, il loro campo (sfruttabile fino al bordo solo con lunghe focali) può arrivare a 50 o 52°, ma sotto la stessa denominazione se ne trovano alcuni con un campo non superiore ai 45° e nulla sul barilotto li distingue. L’intubazione è spartana con molta plastica dove sarebbe necessario l’alluminio anodizzato, ma la correzione è migliore rispetto ai Kellner tradizionali e anche l’estrazione pupillare è superiore persino nella cortissima focale di 3.6 mm, un ottimo oculare per l’osservazione planetaria.

 

Per le sue caratteristiche di correzione cromatica e geometrica, ortoscopicità e nitidezza, il Plössl (1860) si è imposto ormai da molti anni come l’oculare più popolare tra gli astrofili, anche se il recente diffondersi di buoni grandangolari a un costo abbordabile li sta un po’ relegando all’ambito dei neofiti e come oculari forniti a corredo dei telescopi mass market. Il Plössl possiede quattro lenti in due gruppi (se i due doppietti sono identici prende il nome di oculare simmetrico), un campo di circa 50° e una correzione complessiva molto buona, soprattutto del cromatismo, mentre la correzione dell’astigmatismo extrassiale lascia un po’ a desiderare. Queste caratteristiche variano però da un costruttore all’altro secondo la bontà del progetto, l’efficacia dei trattamenti, la qualità dei vetri, ecc., quindi i Plössl non sono tutti uguali e quelli di alcune marche sono meglio di altri. A parte i sempre ottimi Tele Vue i lettori più “anziani” si ricorderanno certamente dei Masuyama, ancora reperibili negli anni attorno al 2000 ma oggi introvabili se non a prezzi molto alti nel mercato dell’usato.

Tre oculari economici ma di ottime prestazioni nell’osservazione planetaria grazie alla loro semplicità. L’Huygens se la gioca alla pari coi miei Abbe se si ha l’avvertenza di usarlo almeno a f/12 o f/15, mentre il Kellner e il Super 3.6 mm sono ottimi anche col mio 100ED f/9. Tutti si comprano per pochi soldi in rete.

Tre oculari economici ma di ottime prestazioni nell’osservazione planetaria grazie alla loro semplicità. L’Huygens se la gioca alla pari coi miei Abbe se si ha l’avvertenza di usarlo almeno a f/12 o f/15, mentre il Kellner e il Super 3.6 mm sono ottimi anche col mio 100ED f/9. Tutti si comprano per pochi soldi in rete.

Lo schema Plössl è stato oggetto di migliorie ad opera di alcuni costruttori che oggi commercializzano degli schemi ottici ibridi derivati appunto dal Plössl con lo scopo di migliorarne le prestazioni e il campo apparente. Già parecchi anni fa, ad esempio, la Meade aveva introdotto i Plössl serie 4000, anch’essi a 4 lenti (ma originariamente ne avevano 5) più curati nella qualità dei trattamenti antiriflesso, dei vetri e dell’assemblaggio (bordi anneriti, opacizzazione interna) rispetto al Plössl classico, migliorie che poi sono diventate uno standard di produzione molto seguito. Questo tipo di oculari è oggi prodotto in gran numero in Cina e reclamizzato in occidente come Super Plössl: sono oculari ottimi per osservazioni generiche, dall’alta risoluzione al cielo profondo, ma le focali corte sono scomode a causa dell’estrazione pupillare ridotta, si può anzi dire che in quest’ambito non conviene scendere sotto i 12 mm di focale. Ai primi SP Meade sono seguite tutta una serie di varianti sotto i marchi più diversi, alcune delle quali ancora in commercio, che anche se denominate Plössl potrebbero non essere più corrispondenti a questo schema.

Vari Plössl, senza marca o coi nomi più fantasiosi. Ne ho avuti dozzine ma non mi hanno mai entusiasmato, con l’unica eccezione dei Meade serie 3000 di epoca giapponese. Oggi i Plössl hanno preso il posto che una volta era dei Kellner a corredo dei telescopi più economici e si acquistano ormai per pochissimi soldi; tra qualche tempo li troveremo come sorpresa nei sacchetti di patatine.

Vari Plössl, senza marca o coi nomi più fantasiosi. Ne ho avuti dozzine ma non mi hanno mai entusiasmato, con l’unica eccezione dei Meade serie 3000 di epoca giapponese. Oggi i Plössl hanno preso il posto che una volta era dei Kellner a corredo dei telescopi più economici e si acquistano ormai per pochissimi soldi; tra qualche tempo li troveremo come sorpresa nei sacchetti di patatine.

 

OCULARI PER ALTA RISOLUZIONE

Nell’osservazione di astri angolarmente molto piccoli, quali i pianeti o le stelle doppie, è importante che l’immagine al centro del campo sia perfettamente definita e nitida. Se il telescopio ha determinate caratteristiche (abbiamo già visto quanto sia importante a questo proposito il rapporto focale) un’immagine buona al centro del campo si può ottenere già con gli oculari a due lenti, ma via via che il rapporto focale diminuisce bisogna fare ricorso a schemi più complessi pur se ancora di tipo tradizionale.

Anni fa si era soliti affermare che in alta risoluzione meno lenti ci sono e meglio è, ma questo atteggiamento derivava dalla minore efficienza dei trattamenti antiriflesso di una volta rispetto a quelli che si applicano oggigiorno e che permettono di tollerare, tra l’immagine formata dall’obiettivo e l’occhio che la osserva ingrandita, parecchie superfici aria-vetro. Il che non significa, però, che la presenza di tutte queste superfici non sia in qualche modo avvertibile nell’immagine finale, vuoi come sottilissimo degrado del contrasto vuoi come tonalità di colore, tanto più “calda” quanto più pesante è il trattamento applicato ai vetri per limitare le perdite di luce e i riflessi indesiderati. Infatti i cosiddetti “puristi” dell’alta risoluzione preferiscono ancora oggi affidarsi a schemi ottici semplici e collaudati. Premesso questo possiamo individuare alcuni tipi di oculari specifici per l’osservazione planetaria e delle stelle doppie:

-   Monocentrici

-   Ramsden

-   Abbe

Il monocentrico è a tutti gli effetti un anacronismo. Nato per ovviare alle perdite di trasmissione luminosa, alla luce diffusa e alle immagini fantasma caratteristiche degli oculari prodotti a cavallo tra XIX e XX secolo, è tornato recentemente a far parlare di sé grazie alle realizzazioni TMB (e ora APM-TMB) peraltro un po’ travagliate da difetti iniziali. I monocentrici sono un’evoluzione dell’oculare kepleriano e sono oculari costituiti da tre elementi cementati tra loro, vale a dire con due sole superfici aria/vetro proprio come una lente singola, a tutto vantaggio della nitidezza: si potrebbe ottenere di più solo riducendosi nuovamente al kepleriano, se non fosse che per dare immagini accettabili una sola lente necessita di rapporti focali altissimi e ormai improponibili. Anche il monocentrico, tuttavia, non funziona bene se accoppiato a strumenti  molto aperti in quanto si tratta di un progetto con pochi gradi di libertà e che più di tanto non si può ottimizzare. Inoltre se possiamo apprezzare i monocentrici moderni è soltanto perché le due superfici estreme dell’oculare si possono rivestire con trattamenti antiriflesso altrettanto moderni, altrimenti un oculare non trattato anche se monocentrico sarebbe meno soddisfacente di un ortoscopico o di un Plössl correttamente rivestiti.

Avendo provato alcune focali del secondo batch di TMB Supermono posso dire che questi oculari offrono effettivamente una grande nitidezza al centro del campo, che ho particolarmente apprezzato nell’osservazione di Venere coi rifrattori apocromatici. Devo però ammettere che trovo un po’ eccessivo il prezzo a cui erano e sono commercializzati, è un oculare che per quanto valido non può fare miracoli.

Gli oculari di Ramsden a due lenti si trovano – e con difficoltà – solo nel mercato degli accessori vintage o come oculari assemblati molto poveramente in dotazione agli strumenti più economici, talvolta con lenti prive di trattamento antiriflessi. Il Ramsden (1783) è costituito da due lenti piano-convesse con il fuoco esterno alla lente di campo (quella lontana dall’occhio) e lavora bene solo con strumenti non più aperti di f/10. Il campo apparente è scarso, tra i 25° e i 35° soltanto, ma nell’osservazione planetaria questo non ha molta importanza. L’oculare ha una buona correzione dell’aberrazione sferica ma pessima del cromatismo laterale (al centro del campo, invece, la correzione è perfetta) e questa caratteristica si rivela estremamente utile all’osservatore di pianeti quando la dispersione atmosferica li frangia di rosso e di blu, tipicamente a meno di 40° sull’orizzonte soprattutto se l’aria è fosca o lievemente nebbiosa. Portando allora il pianeta nel punto del campo in cui l’aberrazione cromatica dell’oculare compensa la colorazione impartita dall’atmosfera, è possibile esaminare un’immagine il più possibile naturale. Un altro punto di forza del Ramsden è ovviamente il fatto di essere costituito di due sole lenti, il che riduce al minimo perdite di luce e di contrasto. Come tutti gli oculari “classici” anche il Ramsden abbisogna di rapporti focali alti ma nonostante questo ho trovato che fino a f/9 o f/10 fornisce ancora prestazioni dignitose.

I miei oculari di Ramsden di produzione giapponese a cui sono molto affezionato in quanto risalgono ai miei primi anni di osservazione del cielo coi rifrattori da 60 mm. Si sono conservati benissimo e li uso ancora oggi per l’osservazione routinaria di Venere coi rifrattori. Il 6 mm invece è recente e l’ho trovato su ebay, è intubato spartanamente ma funziona.

I miei oculari di Ramsden di produzione giapponese a cui sono molto affezionato in quanto risalgono ai miei primi anni di osservazione del cielo coi rifrattori da 60 mm. Si sono conservati benissimo e li uso ancora oggi per l’osservazione routinaria di Venere coi rifrattori. Il 6 mm invece è recente e l’ho trovato su ebay, è intubato spartanamente ma funziona.

La nitidezza al centro del campo, che abbiamo sottolineato finora, non è però l’unica cosa che conta: gli oculari servono infatti a ingrandire e perciò dovrebbero essere progettati per mantenere lo stesso ingrandimento in tutto il campo visivo, cioè dovrebbero essere corretti per la distorsione angolare e possibilmente anche per la distorsione lineare (una linea diritta deve rimanere tale anche al bordo del campo) benché una correzione perfetta di entrambe non sia possibile se non per campi angolarmente limitati come quelli degli Abbe o dei Plössl. Quando questa condizione è verificata (e sono corretti anche il coma e l’aberrazione sferica, condizione detta di “aplanaticità”) si dice che l’oculare è “ortoscopico”.

L’ortoscopico di Abbe (1880) è uno schema semplice ma di alte prestazioni che tuttavia come il Plössl è stato un po’ penalizzato dal trascorrere del tempo e dalla diffusione degli oculari “planetari” ad alta estrazione pupillare: in Giappone gli orto non vengono quasi più prodotti e attualmente rimangono disponibili solo quelli cinesi, che però faticano a suscitare le simpatie di chi è da sempre abituato ai mitici “Circle-T” o “Circle-V”. Lo schema dell’Abbe è costituito da un tripletto di campo che corregge le aberrazioni della lente singola dell’occhio,  il campo apparente varia in genere da 40° a 45° (ma ne ho trovati alcuni da 50°) e le aberrazioni sono ben corrette su tutto il campo se il rapporto focale del telescopio non è più aperto di f/10 o 12. Gli Abbe sono stati per decenni gli oculari preferiti dagli osservatori di pianeti e lo sono tuttora perché coniugano la grande nitidezza, trasmissione luminosa e naturalezza delle immagini caratteristica dei monocentrici a un campo più ampio e più corretto, al centro del quale le immagini restano eccellenti anche scendendo a f/7. Anche se il termine “ortoscopico” è divenuto oggi sinonimo di oculare di Abbe non bisogna però dimenticare che anche il Kellner e il Plössl sono a pieno diritto ortoscopici.

Oculari di Abbe, a mio avviso ancora i migliori per l’osservazione planetaria se si escludono i monocentrici. Nessuna delle due serie cui appartengono quelli fotografati è più in produzione, i “Circle-T” sono andati esauriti nel dicembre 2012 e non verranno più ripresi, ma nel mercato dell’usato si possono ancora trovare e anche come rimanenza presso qualche magazzino di prodotti ottici. Altrimenti ci sono i cinesi.

Oculari di Abbe (quello al centro, marca Vixen, è in realtà un ortoscopico di Plossl), a mio avviso ancora i migliori per l’osservazione planetaria se si escludono i monocentrici. Nessuna delle due serie cui appartengono quelli fotografati è più in produzione, i “Circle-T” sono andati esauriti nel dicembre 2012 e non verranno più ripresi, ma nel mercato dell’usato si possono ancora trovare e anche come rimanenza presso qualche magazzino di prodotti ottici. Altrimenti ci sono i nuovi Fujiyama giappponesi o gli orto cinesi.

Estraendo le lenti dall'OR Vixen della foto precedente si scopre che questo oculare è un Plossl asimmetrico e non un Abbe. Nonostante ciò merita comunque l'aggettivo "ortoscopico"

Estraendo le lenti dall’OR Vixen della foto precedente si scopre che questo oculare è un Plossl asimmetrico e non un Abbe. Nonostante ciò merita comunque l’aggettivo “ortoscopico”

OCULARI AD ALTA ESTRAZIONE PUPILLARE

Nell’osservazione del cielo la comodità non è soltanto un lusso, è invece molto importante. Questo è vero soprattutto durante le osservazioni prolungate, con strumenti privi di inseguimento o quando si posseggono difetti visivi che obbligano a indossare gli occhiali anche al telescopio. Gli oculari ad alta estrazione pupillare – ticamente compresa tra 15 e 20 mm – stanno diventando quindi sempre più popolari non solo tra chi pratica l’osservazione del cielo profondo (molti grandangolari citati più sopra possiedono infatti questa caratteristica) ma anche tra gli appassionati di osservazioni lunari, solari e planetarie.

La possibilità di osservare comodamente tenendo gli occhiali era già stata soddisfatta nella serie Vixen LV di oculari al lantanio, che hanno conosciuto a suo tempo una grande fortuna nonostante i difetti di gioventù, soprattutto l’effetto di parallasse e la distorsione. A questi sono poi seguiti tutta una serie di sviluppi e di imitazioni, da oculari con caratteristiche simili a quelle dei Vixen LV e di produzione – manco a dirlo – cinese, fino a dei veri e propri grandangolari che oltre a conservare la comodità di osservazione presentano un effetto di parallasse inferiore o addirittura assente. Oggi sono disponibili diverse linee di oculari con un campo tra 55° e 60° specificamente reclamizzati come superamento dell’ortoscopico tradizionale per le osservazioni hires e che troviamo nei cataloghi sotto le denominazioni più diverse, TMB PlanetaryPlanetary EDPlanetary HR ecc. Metterei in questa categoria anche i Baader Hyperion, più votati all’alta risoluzione che al cielo profondo nonostante i 68° di campo. Sulla carta sono tutti di buona qualità, in pratica la correzione delle aberrazioni può variare con la focale e naturalmente con l’accuratezza di assemblaggio. All’interno di una stessa serie – ma questo è vero anche per altre tipologie di oculari – vi possono essere infatti differenze anche vistose.

 

ZOOM

Additati per decenni al pubblico ludibrio come oculari pessimi per fare astronomia, gli zoom si sono recentemente riscattati entrando trionfalmente nelle dotazioni tanti astrofili, comportando anzi il rischio di dare dipendenza per la possibilità di variare a piacere l’ingrandimento durante l’osservazione senza stare a trafficare nella valigetta degli accessori. E’ ovvio che questa possibilità la si ottiene a prezzo di qualche compromesso: il campo ridotto alle focali maggiori, l’estrazione pupillare inferiore agli ED a focale fissa, la non perfetta parfocalità tra le due focali estreme, un po’ di luce diffusa, il field stop non sempre perfettamente a fuoco. Ma la resa complessiva è in genere molto buona, soprattutto in alta risoluzione, e sono oculari utili anche per le osservazioni terrestri e quando si viaggia e non ci si vuole portare appresso troppi accessori.

I due zoom Tecnosky, i miei preferiti, danno ottime prestazioni a un costo molto contenuto, sono leggeri e meccanicamente ben costruiti. Il trattamento delle lenti è abbastanza pesante e conferisce alle immagini una tonalità molto calda rispetto a oculari più semplici. Otticamente il Baader è un po’ migliore di questi due ma anche di uso meno friendly, almeno per l’impiego astronomico.

I due zoom Tecnosky, danno ottime prestazioni a un costo molto contenuto, sono leggeri e meccanicamente ben costruiti. Il trattamento delle lenti è abbastanza pesante e conferisce alle immagini una tonalità molto calda rispetto a oculari più semplici. Otticamente il Baader è un po’ migliore di questi due ma anche di uso meno friendly, almeno per l’impiego astronomico.

QUANTI E QUALI

Come ho scritto nella premessa non è mia intenzione fornire al lettore dei “consigli per gli acquisti”, concludo perciò questa cicalata con alcune considerazioni finali su alcuni gruppi di oculari che ritengo particolarmente interessanti.

Per prima cosa vorrei invitare a non trascurare gli oculari grandangolari cinesi costituiti dagli Erfle, dai König e da altri schemi simili. Sono oculari molto economici (si trovano anche attorno ai 30 euro e in tempi di crisi questo non è un fattore secondario…) ma sono di solito ben realizzati, con lenti dai bordi anneriti, superfici ben trattate e barilotto opacizzato fino alla filettatura inferiore. La cattiva fama che li accompagna è dovuta fondamentalmente al fatto che lavorano bene solo con rapporti focali che oggi non sono più di moda data la crescente diffusione dei riflettori dobsoniani e dei rifrattori apocromatici. Ma se si possiede il telescopio giusto (o se si allunga la focale di quello sbagliato) sono oculari che possono dare molte soddisfazioni a un costo irrisorio. Occorre poi considerare che questi oculari “amano” le lenti di Barlow, che ne correggono le aberrazioni fuori asse (non è un caso che la maggior parte dei grandangolari di ultima generazione sia derivata appunto da variazioni progettuali sul tema Erfle + Barlow)  e si prestano dunque benissimo anche alle osservazioni ad alto ingrandimento di oggetti estesi purché la Barlow sia di lunga focale o, se di corta focale, ottimamente corretta (per approfondimenti si veda questo articolo: http://www.astrotest.it/?p=1).

Due oculari grandangolari di schema classico. A sinistra un economico TS WA da 20 mm: anche se il rivenditore lo spaccia come Erfle si tratta in realtà di un Konig a 4 lenti (2-1-1). A destra un vecchio Meade WA "Research Grade" da 15.5 mm di focale di produzione giapponese, un oculare eccellente. Anch'esso è un Koenig ma di tipo 1- 2-1.

Due oculari grandangolari di schema classico. A sinistra un economico TS WA da 20 mm: anche se il rivenditore lo spaccia come Erfle si tratta in realtà di un Konig a 4 lenti (2-1-1). A destra un vecchio Meade WA “Research Grade” da 15.5 mm di focale di produzione giapponese, un oculare eccellente. Anch’esso è un Koenig ma di tipo 1- 2-1.

Sul fronte degli oculari per alta risoluzione oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta perché ormai la produzione si è livellata verso l’alto ed è diventato difficile trovare oculari che nell’osservazione planetaria lascino veramente a desiderare, persino gli zoom vanno bene a questo scopo. La scelta tra un progetto classico come il Kellner o l’Abbe oppure un ED ad alta estrazione pupillare e 60° di campo è soprattutto una questione di gusti e di comodità personale, anche se è innegabile che maggiore è il numero di lenti e più grande è l’effetto dei trattamenti antiriflesso sulla tonalità di colore dell’immagine, la presenza di luce diffusa e il rischio di incappare in immagini fantasma. Personalmente preferisco ancora oculari semplici o semplicissimi per l’osservazione dei pianeti e delle stelle doppie, e grandangolari o ED per l’osservazione del Sole e della Luna, dove maggiormente si apprezza il grande campo apparente. Tra questi ultimi oculari le mie preferenze vanno ai Pentax XW (non potrebbe essere diversamente) ma ho trovato compagni ideali anche nei Baader Hyperion e nei Celestron XCel-LX.

Vale la pena di mettersi in caccia di un Supermono o di un ortoscopico Pentax o Zeiss per osservare i pianeti ? Avendoli avuti in visione per qualche tempo devo dire che secondo me non vale la pena, ma chi li possiede probabilmente non la pensa così. Anche se provandoli mi sono piaciuti davvero molto (più i monocentrici che gli Zeiss o i Pentax) secondo me la differenza con i Circle-T e persino con alcuni ED di alta gamma è piuttosto risicata e pericolosamente vicina ad essere soltanto psicologica. Vedremo come saranno i nuovi Monocentrici APM-TMB, basati sul progetto Zeiss, ci torneremo sopra.

Infine vorrei considerare gli zoom, che pian piano si stanno facendo apprezzare anche nel settore astronomico visto che in quello terrestre sono già ben affermati. Il più versatile è certamente il Baader, il cui range di focali si può espandere tramite una Barlow dedicata al punto di coprire quasi qualunque esigenza, ma personalmente lo uso di rado perché preferisco gli Hyperion coi loro anelli finetuning, e poi la realizzazione meccanica dello zoom Baader non mi sembra particolarmente focalizzata sull’uso astronomico, con certi portaoculari, ad esempio, è scomodissimo. Altri ottimi zoom sono i Tele Vue Nagler che mi hanno sorpreso più volte nelle osservazioni planetarie per l’ottima resa complessiva (ma il prezzo è  alto). Dal punto di vista del rapporto qualità/costo le mie preferenze vanno invece ai due zoom Tecnosky, che poi si ritrovano identici con altri marchi (TS, Lunt, Skywatcher, ecc.): sono decisamente più leggeri del Baader, offrono una qualità ottica più che dignitosa e nonostante la mancanza dei click-stop ho verificato che le focali si possono settare con precisione sufficiente per l’uso coi visori binoculari, se la distanza interpupillare lo consente. Da non trascurare anche lo zoom Orion.

 

APPROFONDIMENTI

Due testi fondamentali di ottica astronomica, di facile lettura e che contengono una trattazione abbastanza approfondita degli oculari più comuni sono:

Rutten H., van Venrooij M., Telescope Optics, Willmann-Bell

Smith Hallock G., Ceragioli R., Berry R., Telescopes, Eyepieces, Astrographs, Willmann-Bell

Il primo è di carattere più generale e lo consiglio a chi è digiuno di conoscenze in materia, per quanto riguarda il secondo bisogna tenere presente che la trattazione è basata sui progetti ottici degli autori, che spesso si discostano da quanto poi si trova effettivamente sul mercato anche se gran parte delle loro considerazioni sono valide in generale.

Nell’ambito della letteratura per astrofili l’Astronomy Hacks di R.B. & B.F. Thompson, edito da O’Reilly, contiene una trattazione esauriente, anche se in parte ormai da aggiornare, degli oculari e dei loro pregi e difetti. Attenzione però, il libro è molto USA/wide field/dobson-oriented.

Due altre letture molto interessanti sono:

Wide eyed or too wide ?” ed “Evolution of astronomical eyepiece” entrambe scaricabili dalla pagina http://www.brayebrookobservatory.org/BrayObsWebSite/HOMEPAGE/BRAYOBS%20PUBLICATIONS.html

R.B. (Agosto 2013)

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