Cielo profondo e hi-res: strumenti di ieri e di oggi

Qualche settimana fa mi è arrivato a casa Spectacular Universe, un numero speciale di Astronomy con una selezione delle migliori astrofoto apparse sul magazine più molte altre raccolte allo scopo (procuratevelo, vale la pena di averlo per lustrarsi gli occhi nei momenti di depressione…).

spectacular universe

Ne ho allora approfittato per fare una statistica degli strumenti impiegati per riempire le 106 pagine del fascicolo, statistica che, essendo le foto accuratamente selezionate, finisce anche per rappresentare le preferenze di chi pratica l’astrofotografia del cielo profondo ai massimi livelli. Eccola qui:

Ritchey-Chrétien: 45%
Rifrattori apo: 29%
SC: 9%
Astrografi specializzati: 9%
Newton: 5%
Maksutov: 3%

La tendenza delineata da queste cifre si conferma anche se invece del suddetto fascicolo speciale si va a spulciare nelle pagine del magazine mensile o in quelle di Sky&Telescope. Naturalmente sulle riviste si pubblicano solo le foto migliori e quindi una statistica siffatta non tiene conto delle foto che non vengono pubblicate e dei tantissimi fotografi “anonimi” o in erba che sulle riviste non compaiono, ma a me interessava soprattutto vedere cosa fanno i più esperti del settore.

Ricordo che quando cominciai a interessarmi di astronomia, gli strumenti che andavano per la maggiore tra gli astrofotografi erano i newtoniani equatoriali, tipicamente tra f/4 e f/6, oltre alle camere Schmidt che erano però appannaggio esclusivo dei più esperti e meglio attrezzati. A questi strumenti si aggiunsero poi gli Schmidt-Cassegrain, in particolare quelli che nascevano a f/6.3 oppure il classico f/10 + riduttore, soluzione tuttora molto comune. Il dato più rilevante che emerge oggi è invece il relativo disinteresse per i riflettori newtoniani, soppiantati dai rifrattori apocromatici, dagli RC e dagli astrografi propriamente detti, strumenti che godono di alcuni fondamentali vantaggi: campi corretti su tutti i formati, progetti ad hoc in grado di stare al passo con l’evoluzione dei sensori, e, per gli apo, soppressione quasi totale dello spettro secondario ed estrema portabilità: non per niente la foto a mio avviso più bella del summenzionato fascicolo di Astronomy, un panorama mozzafiato della cintura di Orione, è stata fatta con un Taka FSQ-106.

E in alta risoluzione ? Come è cambiata nel tempo la strumentazione di chi osserva assiduamente, ad esempio, i pianeti esterni ? Per capirlo ho esaminato gli elenchi dei partecipanti alle campagne di osservazione e di ripresa planetaria pubblicate sui vecchi numeri del JALPO e del JBAA che ho raccolto da vent’anni a questa parte. Anche in questo caso non mi interessava sapere cosa usano gli osservatori occasionali dei pianeti (che poi, presumo, sono la maggior parte) ma soltanto quelli come il sottoscritto, che lo fanno regolarmente con passione e come interesse principale e inviano i propri elaborati ai centri di raccolta. E’ bene tenere presente che i numeri che riporto nel seguito cambiano se invece dei reports relativi a Marte, Giove o Saturno – quelli che ho considerato – si vanno invece a prendere quelli di Venere, di Mercurio o del Sole, perché ogni corpo celeste ha le sue peculiarità e non c’è un telescopio che vada bene per tutti.

Prendiamo ad esempio i reports della britannica BAA dal 1995 al 2005. Nel ’95 più della metà degli strumenti utilizzati dagli osservatori planetari erano riflettori newtoniani, seguiti dai rifrattori (25%) e dagli SC (10%). All’epoca gli strumenti con diametro fino a 20 cm erano circa il 50% del totale di quelli utilizzati per la stesura dei resoconti osservativi, quindi erano “piccoli” rispetto alla media attuale.

Dieci anni dopo troviamo un 33% di SC, un 30% di newton e solo il 10% di rifrattori, perché nel frattempo l’apertura media cresce e gli strumenti con diametro superiore ai 20 cm ora costituiscono nettamente la maggioranza. Alcuni degli ultimi resoconti, che ho avuto per corrispondenza privata dai coordinatori poiché non ancora pubblicati, confermano il trend, ancora più significativo se si considera che gli astrofili inglesi sono piuttosto tradizionalisti e ancora oggi ritengono il riflettore newtoniano “il telescopio” per definizione (assieme al rifrattore acromatico) sostanzialmente per motivi storici.

Ma se andiamo a vedere le cose oltreoceano in casa dell’americana ALPO la tendenza è ancora più eclatante: se all’inizio degli anni ’90 il newton costituiva la quasi totalità dei telescopi in voga tra gli osservatori planetari statunitensi, alla fine del primo decennio di questo secolo non arriva a rappresentare nemmeno il 20% degli strumenti, surclassato dai catadiottrici e dai riflettori compatti. Ma l’apertura media utilizzata nel frattempo è cresciuta, e non di poco: come mai allora il newtoniano, che tra tutte le ottiche astronomiche è quella col miglior rapporto apertura/costo, risulta così penalizzato ?

A mio modo di vedere il fenomeno non deve stupire più di tanto. Per prima cosa il costo medio dei telescopi in rapporto al potere d’acquisto è diminuito considerevolmente nel corso degli anni, e questa diminuzione ha coinvolto un po’ tutti gli strumenti, non solo i newton, e quindi il fattore costo non è più così determinante come una volta. Inoltre col cambiamento del modus operandi da visuale ad elettronico, gli imagers, alla ricerca di aperture sempre più grandi ma ancora ben gestibili su una montatura equatoriale, si rivolgono sempre più spesso ai catadiottrici e ai derivati dei Cassegrain, tra i quali com’é noto dominano rispettivamente gli Schmidt-Cassegrain e i Dall-Kirkham. Ma anche tra i pochi visualisti come me rimasti a militare nelle associazioni, si nota esattamente la medesima tendenza all’impero dei catadiottrici e delle montature equatoriali, persino tra gli osservatori planetari americani che pure vivono nel “paradiso” dei grandissimi ed economicissimi dobson (evidentemente per fare alta risoluzione l’apertura non è l’unica cosa che conta). E infine ci sono le mode”, che hanno pure la loro importanza e sulle quali non mi voglio soffermare.

A parte il povero newton su cui mi sono particolarmente accanito (la cosa mi tocca particolarmente avendone posseduti ben sei, un paio anche grandi finché ho avuto lo spazio per usarli) vale la pena di considerare i rifrattori. Questi strumenti, da sempre ritenuti a ragione il non plus ultra per l’osservazione planetaria, alla fine si scopre che non hanno mai veramente goduto di questo status, come si evince dai reports dove si vede che non sono mai arrivati a coprire nemmeno un terzo degli strumenti impiegati, essendo che ai rifrattori gli osservatori esperti hanno sempre preferito riflettori (e poi catadiottrici) di apertura maggiore di quelle disponibili tra gli obiettivi a lenti. I motivi sono noti e arcinoti e spiace constatare come non si siano fatti molti progressi in questo campo a parte la riduzione della focale grazie all’adozione di vetri speciali, né si intravede un reale cambiamento finché non sarà possibile sostituire il vetro con altri materiali più leggeri e meno costosi. Il rifrattore è oggi snobbatissimo non solo dagli imagers lunari e planetari ma tutto sommato anche dai planetofili visualisti, che al massimo lo considerano solo come secondo strumento. Rimane il telescopio principe per l’osservazione e la fotografia del Sole e delle stelle doppie, ma non certo nelle versioni a f/niente che vanno tanto di moda adesso. Invece (chi l’avrebbe mai detto) il rifrattore è diventato lo strumento più diffuso per la fotografia del cielo profondo, una rivoluzione che anche solo una quindicina d’anni fa pochi si sarebbero aspettati.

Tendenze future ? difficili da prevedere. Nella fotografia del cielo profondo il settore sarà probabilmente ancora dominato dagli apocromatici e dagli strumenti astrografici, mentre non credo di sbagliare pronosticando un’ulteriore contrazione nell’impiego delle configurazioni classiche, newton in testa e SC compresi. Vedremo se i catadiottrici a campo corretto (Edge HD, ACF) avranno un futuro o meno, non è escluso che finiscano per soppiantare del tutto lo schema tradizionale, ma più come “tuttofare” che come strumenti specifici per il deep sky. Per quanto riguarda l’osservazione visuale pura, invece, il regno dei dobson è destinato probabilmente a durare in saecula saeculorum.

In alta risoluzione la corsa alla grande apertura e il progressivo abbandono, ahimé, di quella forma di cultura e di disciplina mentale che è l’osservazione diretta, vedrà sempre più avvantaggiati gli strumenti compatti da usare in modalità equatoriale collegati a un CCD. In questo settore manca purtroppo un’alternativa agli SC diversa dai Maksutov commerciali, pesanti e termicamente inerti: infatti i riflettori derivati dal Cassegrain, tanto performanti in hires, continuano ad essere poco abbordabili e non sembrano destare l’interesse di chi produce telescopi in grande serie. Per questi motivi lo schema newton potrebbe infine prendersi una rivincita, ma i tempi non sono ancora maturi.

R.B.

7 febbraio 2012

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